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Strange Encounters

"Les Hasards heureux de l'escarpolette", Jean Honoré Fragonard,  1767 -1769

“Les Hasards heureux de l’escarpolette”, Jean Honoré Fragonard, 1767 -1769

Qualche giorno fa, sull’autobus diretto verso Opéra, venni brutalmente estirpata dalla lettura dell’appassionante biografia di Freddy Mercury di Selim Rauer da uno sconosciuto, che mi aveva scambiata per una celeberrima attrice greca di cui purtroppo non ho carpito il nome. Nonostante le mie ripetute denegazioni, l’individuo continuava a ripetere che sì, ero proprio lei e insisteva per avere un autografo. Persino quando scesi alla mia fermata, il groupie entusiasta continuava ad assillarmi, tanto che finii per sgattaiolare in una delle gallerie antiche caratteristiche dei Grands Boulevards, prima strisciando i muri e poi passeggiando con finta nonchalance… Improvvisamente, un tacchetìo frenetico e fruscìo di seta risuonarono nella galleria vetrata del Passage Jouffroy : una giovane donna vestita da gran dama del Settecento, con tanto di parrucca grigia alla Marge Simpson e trucco d’epoca, correva a perdifiato, sollevando il lungo vestito per intralciare di meno i suoi movimenti precipitati. Uscendo verso le rue Vivienne, proprio al Café Bouillon che frequentiamo di solito con la nostra allegra combriccola di squattrinati, incrociai al tavolo quattro ragazzi agghindati da baldanzosi nobili del Settecento, tutti incipriati, che sorseggiavano, tra una risata spensierata e l’altra, un caffè (o era tè?) in tazzine stile Maria-Antonietta. Senz’altro i compagni della nobildonna in ritardo. Mi è sembrato di viaggiare nel tempo. Paris est fou!

Write-Attack! Chi mi racconterà la storia più divertente ispirata dal quadro di Fragonard riceverà una sorpresa da Parigi. À vos stylos!


Wanderings

Parigi si appresta già ad accogliere la pazza primavera e regala qualche sparuto raggio di sole tra le nuvole contrastate, degne di un pennello d’impressionista. Ieri notte sono capitata per caso in uno splendido bar nell’undicesimo arrondissement –Le Perchoir-, poco conosciuto e nascosto all’ultimo piano di un vasto garage  o rimessa industriale decadente ricoperta di graffiti e collages : dall’immensa terrazza del locale lo sguardo abbracciava tutta la Ville Lumière, avvolta nel tenero silenzio di una sera mite… rotto improvvisamente dagli schiamazzi di allegri festaioli lanciatisi in una strepitosa scommessa : in quanto tempo sarebbero riusciti ad ingozzarsi di un chilo e mezzo di patatine belga alla salsa samurai prima di accasciarsi al suolo per overdose di fritto? (ho provato anch’io, ma devo dire che il megaburger e 500 g di patatine mi hanno messo k.o. quasi subito!)

Mentre passeggiavo per le stradine deserte del quartiere di Oberkampf, non so come, sono finita a parlare di ciliegi in fiore con un giovane militare richiamato in missione, “non per uccidere, ma per salvare la gente”, come disse lui. Gli rincresceva dover partire proprio adesso che la primavera stava arrivando, perché non avrebbe visto la piazzetta inondata di petali rosa, e la fioritura dei ciliegi durava solo tre settimane. Le cose belle erano quelle più effimere, secondo lui. Carpe diem, sussurrano i rami dei ciliegi luccicanti di gemme. La bellezza risiede in ciò che non si può possedere. Gli raccontai del Giappone, di come fui tanto fortunata da poter contemplare la fioritura dei ciliegi sia al Nord che al Sud, e gli parlai dello strano signore francese (la versione maschile di Maga Magò!) approdato all’ostello di Nagasaki, che preferì assistere alla lotta dei sumo e dedicarsi ad orrendi esperimenti culinari, di cui fui quasi la vittima. Ma tutto questo è un’altra storia… (nonostante ciò, Nagasaki mi rimase nel cuore).

Sono diventata da poco assistente in una galleria d’arte moderna e credo che ne vedrò delle belle! Si aggiungerà quindi una nuova rubrica, che verrà a completare i diari di viaggio, i croccanti aneddoti parigini e le mie elucubrazioni da intellettualoide da strapazzo, book-junkie che non sono altro : mesdames et messieurs, à bientôt pour la F.I.O.C! Fiera Internazionale di Obbrobri Contemporanei!

Intanto, vi regalo qualche scatto parigino! (I collages sono stati affissi al Marais e realizzati da Mimi the Clown e il misterioso Sobr).

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Jeux de lumière sur les quais de Seine

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Man-Eater Matrioskas in Paris

Mentre cercavo disperatamente di orientarmi nei perversi meandri in cemento armato post-moderno chic dell’ Esplanade de la Défense, sono capitata su questi intriganti collages, proprio di fronte a La Gallery : l’artista è Sara Conti.

Man-eater matrioska

Vampire matrioska

Hator-the golden goddess

The lady with the dog

Chop-suey

Dissacranti mostruosità, androgini platonici, benvenuti nel Paris bizarre di Baudelaire! Sono tornata più in forma che mai, con nuove letture e nuove mostre da discutere, millanta foto scattate in giro per il mondo e per le strade di Parigi,  ma anche concerti e interviste di giovani artisti! Senza dimenticare la telenovela in ottomila puntate le sgangherate avventure vissute durante il grande viaggio alla ricerca delle mitologie perdute nei cinque continenti!

Siete pronti ad addentrarvi in dimensioni parallele? Take a comfy seat and bring your rainbow with you! (the following works of art have been created by Seth the GlobePainter).

seth

seth quartier latin

seth-3


Prometheus (out of the cage)

Torche-Promethee-peinture

“When we get out of the glass bottle of our ego and when we escape like the squirrels in the cage of our personality and get into the forest again, we shall shiver with cold and fright. But things will happen to us so that we don’t know ourselves. Cool, unlying life will rush in.” – D. H. Lawrence

Sono diventata cantastorie a Parigi e malgrado alcuni alunni particolarmente esuberanti che mettono a dura prova le mie povere corde vocali atrofizzate, interagire con le mie classi è (quasi) sempre un piacere. A volte spuntano riflessioni davvero interessanti. Raccontando del mito di Prometeo e dell’umanità, molti bambini risero dello sbaglio dello sciocco Epimeteo, poi della curiosità di Pandora, mentre altri si indignarono di sentire che l’uomo era vulnerabile, fragile.

Da parte a parte si levavano più domande : “Ma se l’uomo è così fragile, perché gli dèi gli hanno permesso di riprodursi?”, ” La donna lo rende più forte?”, “Perché l’uomo deve soffrire?”

I bambini sono esigenti, non vogliono risposte facili, ma logiche verità (persino la Medusa ha una sua logica).

Perché, bambini, anche se l’uomo è fragile, nudo e vulnerabile, non ha zanni o artigli, ha ricevuto il dono della vita e il fuoco dell’intelligenza per rischiarare le tenebre e allontanare le bestie. L’uomo vive e impara dalle sue sofferenze, si batte per la vita con dignità, generosità, calore, speranza e fantasia. E non è bello, forse, compiere così tante prodezze, partendo da così poco?

“Allora anche noi umani possiamo diventare degli dèi?”



A Bitter Draught

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“I’m tired, boss. Tired of bein’ on the road, lonely as a sparrow in the rain. Tired of not ever having me a buddy to be with, or tell me where we’s coming from or going to, or why. Mostly I’m tired of people being ugly to each other. I’m tired of all the pain I feel and hear in the world everyday. There’s too much of it. It’s like pieces of glass in my head all the time. Can you understand?”

(John Coffey in the Green Mile)

Ci sono momenti in cui una grande stanchezza mi assale, o forse si tratta di una profonda, ingiustificata solitudine, e passerei intere giornate ad ascoltare la pioggia e i tuoni dilaniare il cielo di Roma, lasciandomi andare al più decadente romaticismo mentre osservo panni incautamente stesi veleggiare, se non volteggiare impazziti al soffio di venti violenti. Chissà se le cicale riprenderanno a cantare dopo la bufera, o se saranno annegate… magari hanno costruito una piccola arca con pigne e pinoli e si sono rifugiate nelle Canarie, dove potranno interpretare tutte le hit di Ricky Martin.

Qualche giorno fa, ebbi la sfortuna di capitare, non so come, nel bel mezzo di una conversazione sulle prostitute. Erano state definite creature immorali, da “ripulire”.

Nei primi giorni di marzo scorso, dopo aver percorso le splendide montagne del parco di Seoraksan, vicino a Sokcho, a pochi chilometri dalla frontiera con la Corea del Nord (fu una bella avventura, perché mi perdetti anche lì, cercando il tempio di Naksansa, e mi ritrovai a camminare in spiagge desolate, tra filo spinato e camion di soldati armati di mitra – era proprio nel periodo in cui il dittatore nordcoreano aveva minacciato con i suoi missili di cartapesta gli Stati Uniti e la Corea del Sud- ma è un’altra storia, un’altra storia), decisi di dirigermi a Sud verso Gyeongju in pullmann, fermandomi una notte nella grande città universitaria di Daegu, la cui pronuncia, in coreano [Degu], mi ricordava il verbo francese dégoût, disgusto. Strana associazione di idee che si rivelò profetica.

Arrivai di notte, distrutta da un viaggio lunghissimo, stanca di non trovare nessuno con cui parlare e dovermi sforzare di capire il coreano. Bene o male trovai l’ostello nel quale avevo prenotato un letto, ma mi risposero che c’era stato un errore, che tutto era pieno. Sentii l’irritazione invadermi. Volevo tornare alla stazione degli autobus e ripartire direttamente per Gyeongju, ma i manager mi convinsero a fermarmi nel secondo ostello. Pagarono loro il tassì.

Fui accolta calorosamente da un robusto ed atletico Canadese dell’Ontario, che scommetteva con il suo amico sulla nazionalità dei nuovi arrivati. Aveva detto che ero francese (non proprio, ma vabbè). Insegnava l’inglese in un istituto di ingegneria. Era così felice di poter parlare francese con me che volle invitarmi a cena e mostrarmi il “true korean lifestyle”. Mi fece assaggiare un sorso di soju, tradizionale grappa coreana dall’alto tasso alcolico. Lo chiamano l’acqua di Seoul. Lui ne aveva già bevuta una bottiglia. Il proverbio locale dice che una bottiglia di soju fa ridere, la seconda fa piangere e la terza di fa morire.

Andammo in un ristorante dove preparammo un ottimo bulgogi, delizioso barbecue coreano, discutendo allegramente di tutto e niente. Intanto Jason continuava a versare birra nel mio bicchiere, poi senza che me ne accorgessi, birra e soju (coktail deleterio). Sazi e già ubriachi, mi portò in un bar, poi un altro e un altro ancora, offrendomi choju (birra e soju) e shot di tequila. Diceva che i veri Coreani passavano il sabato sera saltando di bar in bar, almeno quattro, fino a cadere stramazzati a terra. Bevetti per annegare quel nauseante senso di infinita solitudine, mentre Jason, con voce pastosa, si lanciava in strani discorsi sulle mie gambe ed il fatto di poter parlare francese con qualcuno, dopo così tanto tempo. “Non m’importa se sei zoppa, parliamo francese, francese!”. Il mondo girava, i volti si deformavano, le parole non avevano più senso, tutto era vertigine e vagavo in precario equilibrio. Mi trovai con lui in una camera, la chiave girò nella serratura.

Sentii Jason afferrarmi e stringermi a sé, poi umido bacio all’alcol e mani brucianti. Ma certi ricordi sono difficili da cancellare, malgrado la confusione nella testa, e così lo respinsi, in preda al panico. Non si arrese, aveva totalmente perso il controllo. Finimmo con il litigare ferocemente fino prenderci a bottigliate, poi riuscii a colpirlo nelle parti intime ; non so come, mentre rantolava, trovai la chiave e percorsi titubante un corridoio che non ricordavo… lo sentivo gridare, cercarmi, e così mi misi a correre, nonostante i vuoti di coscienza. All’improvviso, il suolo si ritrasse dai miei piedi e rotolai giù per le scale : dolore lancinante alle costole e al braccio sinistro. Avevo le mani insanguinate per via di schegge di vetro che mi avevano intagliato i palmi.

Non avevo la più pallida idea di dove mi trovassi. Presi una stradina laterale e mi rifugiai sotto ad un portico. Crollai a terra, scossa da un pianto che non riuscivo a fermare. Poi una mano sulla spalla e braccia che mi avvolsero benevole : una donna mi stava stringendo a sé, sussurrando parole sconosciute e accarezzandomi per calmarmi, mentre ripetevo disperata “Don’t leave me alone with him, don’t leave me alone with him”  (sorprendente : anche se ero ubriaca persa, riuscivo comunque a parlare inglese!). Non capiva l’inglese e io non capivo il coreano. Mi portò nella sua stanza, medicò le mie mani, applicò del ghiaccio sui miei lividi, e mi diede una maglietta pulita, perché la mia era strappata. Passai tutta la notte abbracciata a lei, come nel grembo di una madre. Era una prostituta.

La mattina seguente, presi il primo pullmann per Gyeongju, indolenzita, amareggiata e piena di vergogna. La testa mi girava, mille martellate al secondo risuonavano all’interno del cranio. Le mie mani erano fasciate, avevo una nuova maglietta addosso e un bigliettino in tasca : con grafia incerta, quasi infantile, qualcuno avevo scritto you not alone.

Sono ben altre, le realtà da ripulire.


Mosquito Bay

Volevo pubblicare un altro articolo pieno di profonde zucchinate riflessioni sulla letteratura inglese del dicianovesimo secolo, commentando alcuni romanzi di Jane Austen, Emily e Charlotte Brönte e Thomas Hardy (Jude the Obscure e Tess of the d’Urberville, romanzo dall’erotismo sottile e tagliente e assolutamente fantastico per la mentalità ambigua e perversa dei personaggi), questionando l’impatto degli amori torturati e dei giochi di gelosia nella dinamica della trama, studiando la tortuosa psicologia dei personaggi, valutando infine il messaggio complessivo delle opere. Sintetizzo il mio pensiero in due righe : sono felice di vivere nel ventunesimo secolo, in cui la donna gode di maggiore libertà e di diritti in via di sviluppo ; se, in un attimo di pazzia o di noia pomeridiana, volessi abboffarmi di pregiudizi sulla femminilità o virilità, oggi, potrei tranquillamente sfogliare le frivole pagine di un qualsiasi giornale di moda, richiudere tutto e fare quasi come mi pare. Non prima di aver consultato il mio oroscopo e la posta del cuore, però. Oppure aprire un volume dell’assurda saga di Twilight, la cui perversità è stata ben spiegata dall’impertinente Laci Green in questo video.

Avevo anche preparato un breve racconto ironico, giocando su un piccolo incidente che capitò qualche anno fa… purtroppo (o per fortuna, eheheh), gli impellenti preparativi del nostro lungo viaggio non mi hanno lasciato il tempo necessario per correggere e rivedere i due post : non volevo scrivere peggio del solito ; mantenere una decorosa mediocrità è un segno di onestà e di rispetto, secondo me. Me lo ha detto l’alluce di Moccia, ghostwriter del celebre Cappellaio Rosso (ecco perché scrive cose allucinanti!).

Sono emozionata, non vedo l’ora di partire : i miei occhi si riempiranno di meraviglie, vedremo nuove città, incontreremo diverse culture, ci perderemo nei meandri di piccole e grandi città, attraverseremo interi continenti.

Eppure, l’angoscia mi stringe il cuore : sento che, in questo anno in giro per il mondo, la mia famiglia ed i miei amici mi mancheranno crudelmente e la nostalgia, come al solito, sarà la sirena ammaliatrice che cerca di attirarmi verso gli scogli del rimpianto.  Nella valigia ci sarà anche questo per curare la mia testa di legno afflitta dalla sindrome dell’uomo di latta :

Visiteremo l’Argentina, il Paraguay, il Brasile, la Bolivia, il Perù, il Cile, la Nuova-Zelanda, l’Australia, l’Indonesia e la Thailandia, il Vietnam, la Cambogia, la Cina, l’India, l’Africa del Sud, la Namibia e il Botswana. Potrete seguirci qui in francese o qui in inglese. Tenterò di aggiornare il più possibile questo blog, trasformandolo temporaneamente in un diario di viaggio.

Se desiderate ricevere una cartolina o farmi notare quanti gallicismi avete trovato nei miei scritti che oramai intonano gioiosamente sonori chicchirichì, anzi, cocoricò alla francese, potete contattarmi a questo indirizzo mail : vagrante2@hotmail.com.

Ringrazio di cuore le persone che hanno avuto la gentilezza e la pazienza di leggere i miei abominevoli post, aggiungendo spesso commenti molto interessanti. In questo anno da blogger ho avuto l’opportunità di scoprire siti molto stimolanti, da cui ho imparato tanto e che mi hanno divertita : in particolare, l’eclettico e originale blog L’Ombelico di Svesda ; la sottile ironia letteraria di Bassamarea (verrà il tempo in cui l’autrice lo aggiornerà più spesso) ; i bei racconti di Vumildo Cassettino, appassionato di Saramago e Italo Calvino ; le storie con i finali irriverenti di Briciola Nel Latte ; gli aforismi pungenti del Viaggiatore Notturno ; le acute e frizzanti riflessioni sulle parole e sull’amore di FS in My Words!, gli innumerevoli viaggi di The Perpetual Vagabond, le recensioni di Un Libro un Ottimo Amico… e altri ancora.

Thank you for smoking reading and Happy incoming Midsummer Day.

Ma non posso lasciarvi senza un pensierino : ecco un simpatico gioco estivo per vendicarsi delle zanzare crepuscolari. E non dimenticate di guardare il cielo stanotte : dicono che ci sarà una bella pioggia di stelle filanti.