Essenzialmente tu (forse non tu)

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“Perché anche il cuore umano ha la sua notte, piena di emozioni non meno selvagge dell’istinto di caccia che attanaglia il cuore del cervo maschio o del lupo. Le passioni legate al sogno, al desiderio, alla vanità, all’egoismo, alla furia erotica del maschio, alla gelosia, alla vendetta, si annidano nella notte dell’uomo come il puma, l’avvoltoio e lo sciacallo nel deserto della notte orientale. E nel cuore dell’uomo esistono istanti in cui non è più notte e non è ancora mattino, quando le belve escono strisciando dai nascondigli tenebrosi dell’anima, quando il nostro cuore è agitato da una passione che si trasforma in un movimento della mano, una passione che abbiamo educato e addomesticato invano per anni, talvolta per un tempo infinito…”

Sandor Marai, Le Braci

 

Secondo Plinio, l’arte della scultura sarebbe nata grazie alla passione di una donna : poiché il suo amato si apprestava a partire per un viaggio pericoloso, la giovane avrebbe calcato con un carboncino i contorni dell’ombra del suo profilo, proiettata dalla luce di una laterna, per ricordarlo sempre ; suo padre avrebbe poi impresso quei tratti nell’argilla.

Il primo ritratto fu quello di un’assenza, ricomposto alla fiamma vacillante della memoria.

Per molto tempo ho creduto che le parole scritte fossero il mio travertino: le avrei pazientemente sfiorate, esaminate, scelte, scolpite, levigate e disposte per rendere eterno un istante, fissandolo all’apice della sua perfezione. Pensavo di innalzare un tempio dove avrei preservato ciò che amavo dall’impietoso scorrere delle ore: il sole non avrebbe sbiadito i colori delle mie tele, il vento e la pioggia non avrebbero corroso le mie statue, nessun gabbiano impertinente si sarebbe poggiato sulla testa dei miei idoli. Non ci sarebbe stato più nessun dolore, semplicemente perché non c’era più nessuna vita.

Paradossalmente, non ho mai veramente parlato di ciò che mi (s)colpisce davvero e che custodisco nel profondo, gelosamente avvolto da un silenzio di marmo. Come se “dire”, ossia “dar voce”, equivalesse a frantumare l’incanto, rivelandolo. «Dicendole, non si rovinano forse le cose?». Forte di questa convinzione, non lo dicevo neanche a me stessa.

Non ero molto diversa dal collezionista che ammira con silenziosa dedizione le sue farfalle appuntate in uno scrigno di vetro, lontano dai fiori e dai canti della primavera, lontano dal nudo sonno invernale.

Ti ho vista andare via nel dolore, un dolore indicibile, terribile, divorante, costante che niente riusciva più ad alleviare.

E nel mio cuore le parole non dette e quelle lanciate come coltelli diventano belve impazzite, rinchiuse dietro spesse mura. Persa dietro al mio ideale di perfezione, ciò che pensavo dovessi essere, non ho saputo vederti, non ho saputo ascoltarti né amarti così come eri, con le tue fragilità, la tua leggerezza e la tua segretezza. Per quanto ci provi, non riesco a tracciare i contorni del tuo volto: la tua ombra mi sfugge, danza folle e poi svanisce, si trasforma e si schermisce. Chi eri, madre?

Vieni, avvicinati, le stelle si dilungano già in un desiderio eterno e m’ingannano d’amore materno. Presto sorgerà il plenilunio a frantumarci…

Vieni, culla la notte del mio cuore, quel tremendo silenzio prima dell’alba.

Balliamo il valzer, Assenza, balliamo ancora tra le rovine delle mie parole spezzate, dei miei altari devastati, mentre i miei demoni fremono in catene.

 

la-cle-des-champs

 

 

 

 

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