On Writing (everyone can be King)

Ho finito di leggere Qu’est-ce que la littérature di Jean-Paul Sartre (lo ammetto, mi sono addormentata un paio di volte nel corso della lettura, i miei poveri neuroni son andati in tilt da afa romana) : questo saggio venne scritto in reazione alle critiche che furono lanciate agli scrittori per non aver prodotto opere di resistenza, di ribellione di fronte all’oppressione tedesca nella Seconda Guerra Mondiale. Sartre desidera, al contrario, dimostrare che la letteratura è al tempo stesso un atto gratuito e ribelle, poiché rimane sempre l’espressione di una relativa negatività, intesa come un perpetuo conflitto tra  scrittore e società.  Il filosofo francese indaga sul perché si scrive, per chi si scrive e chi sono gli scrittori del dopoguerra, giungendo alla conclusione che l’autore moderno deve prendere coscienza della sua “storicità” per comunicare il suo messaggio al suo pubblico reale o virtuale. Nonostante tutto il libro sia pervaso dall’aurea dell’esistenzialismo abbinato al nichilismo (con un’ aspra critica al surrealismo di André Breton), alcune riflessioni mi hanno profondamente colpito.

Secondo Sartre, la scrittura è essenzialmente libertà e generosità, così come la lettura. Lo scrittore affida le sue parole, espressioni che lasciano trasparire della sua natura umana molto più di quanto non lo pensi, al lettore, che dispone di tutta la libertà e di tutta la sua generosità per farle sue e dar loro un’immagine nella sua mente. Il rapporto tra lo scrittore ed il lettore è quindi caratterizzato da una tacita complicità, fondata sulla reciproca libertà e generosità d’animo, nonché sul rispetto dell’intelligenza.

La storia che lo scrittore racconterà è anche determinata dal pubblico che la leggerà. Quindi lo scrittore, in un certo senso, diventa lo specchio della società dei lettori : il riflesso che le parole rimanderanno non corrisponde tuttavia  esattamente alla realtà, poiché, secondo Sartre, dire è rivelare e rivelare è già cambiare. Lo scrittore è un ribelle persino quando sembra conformarsi totalmente ai canoni della società e sopratutto, lo scrittore è un parassita che non produce beni, bensì li consuma. In alcune epoche, lo scrittore viene mantenuto dall’aristocrazia, oppure riceve una percentuale sulla vendita delle sue opere. Dalla seconda metà del XIXmo secolo, lo scrittore diventa profondamente borghese e quindi lavora, dedicandosi al contempo alla scrittura. Alcuni scrittori vengono dimenticati, altri restano nella memoria collettiva (i moralisti hanno la vita dura).

Oggi, in Italia (ma anche in Francia, non vi preoccupate, siamo tutti cugini), mi sembra che ci siano due correnti di pensiero per quanto riguarda la scrittura : li chiamerò rispettivamente il principio della scuola Holden e il paradigma del poeta ispirato. Grazie alla diffusione dell’istruzione, dei libri e di Internet, in teoria chiunque potrebbe diventare uno scrittore, e questi due fenomeni si fondano principalmente su questo assioma. 

Secondo la scuola Holden ed i suoi derivati, tutti noi siamo dei potenziali Stephen King, ideatori di best-seller a ripetizione. Basta esercitarsi ancora e ancora, coltivare una prosa semplice e diretta alla Hemingway, costruire una trama avvincente e dei personaggi verosimili. Il talento è solo un opzione, non il vero motore della scrittura. Il duro lavoro, la disciplina quotidiana e duecento flessioni delle dita al giorno, ecco il segreto.

Secondo il paradigma del poeta ispirato, invece, scrittori non si diventa, ma si nasce. Il genio naturale è l’unico ingrediente del successo e lo stile, in teoria già perfetto, può solo migliorare con l’esperienza, mentre le tecniche tradizionali della narrativa lo soffocano, lo uccidono, e la lettura di altre opere lo contamina, corrompendone irremediabilmente l’originale purezza. Questo discorso è particolarmente valido per il genere fantasy, che soffre di innumerevoli pregiudizi (come lo ha sarcasticamente sottolineato Gamberetta nelle sue impietose recensioni, sebbene alcune affirmazioni siano discutibili), o per i libri venduti all’autogrill, discussi dalla mordace Betty Moore nelle sue mega-recensioni e musica plop.

Purtroppo, ritrovo ancora questo atteggiamento in un sito di poesia molto popolare, di cui ho già avuto l’occasione di dire due parole : molti autori, schermendosi dietro la scusa del dilettantismo e della libera espressione del sentimento, non sono aperti ad un’ analisi più tecnica delle composizioni pubblicate e quindi si lasciano sfuggire un’ utile occasione di crescita, con commenti del genere : “Ma chi sei tu per criticare la mia poesia? Quello che scrivi tu, poi, è uno schifo! (vero, ma questo non significa che io non possa criticare secondo criteri oggettivi, oltre che soggettivi)” , “Ma io non sono POETA (tutto in maiuscolo, prego, è più chic), sono solo un sognatore che si diverte a scrivere le sue sensazioni (certo, ma puoi fare di meglio o non farlo affatto)”, “Cosa credevi? l’arte non è sul web, vivi e lascia vivere ;)” (con tanto di smiley connivente! uau! Ma a me piace fare il troll poetico ed il finto cinismo non mi convince, anzi, mi spinge a tornare all’attacco – mi spiace, non sono Ariete per nulla), e per finire, il mio preferito :  “Maleducata!”

Queste due concezioni della scrittura, però, hanno un fine comune : la pubblicazione. Chi scrive vuole essere pubblicato, diventare celebre, firmare autografi con la penna stilografica, lanciare nuove mode, creare lo scandalo, diventare ricco. Per soddisfare questo desiderio, se non questa naturale vanità dalla scrittura, sono spuntate come funghi le famigerate case editrici a pagamento. Anche le più grandi case editrici, tuttavia, considerano la vendibilità del libro uno dei principali criteri di pubblicazione (ecco perché la poesia viene pubblicata poco : il pubblico è molto ristretto). Si è quindi lentamente formato un divertente paradosso : ci sono molti più scrittori che lettori.

è vero che tutti possono diventare scrittori o poeti? Essere pubblicati significa automaticamente che la propria opera è di buona qualità? Come si può valutare  la qualità di un romanzo, la bellezza di una poesia? C’è ancora libertà e generosità se si scrive per essere celebri, oppure se si scrive per sé stessi? è davvero possibile scrivere per sé stessi?

Il copyright (conseguenza della pubblicazione) tutela la vendibilità dell’opera, vietandone la riproduzione e la diffusione illecita, e suggella l’originalità dell’artista, proteggendolo dal rischio di plagio. Eppure, una proposta di Gamberetta (“Un concetto serio“) mi è piaciuta molto : l’autore esordiente mette in libera circolazione la sua opera, e chi vuole può dare un contributo diretto oppure comprare il suo libro (“e l’editoria che ci guadagna in tutto questo?” Ricordiamo che l’editore, all’origine, prende il rischio di pubblicare un autore che gli piace, il suo è un atto di libertà e generosità, in teoria).

Un giorno dissi ad un mio amico che volevo essere poeta. Lui mi rise in faccia e rispose “Non si vive di sola poesia”. Risi anch’io e ci mangiammo un pacchetto di M&M’s mentre ci gustavamo un vecchio episodio di X-Files. Perché se si pensa di poter vivere di sola scrittura, probabilmente si finisce così :

Oppure come Moccia (grazie ad una mela in testa, Newton scoprì la forza di gravità – troppe mele in testa hanno prodotto, tre secoli dopo, Tre Metri Sopra il Cielo ). Oh gosh!

Giovani scrittori, che la vostra scrittura sia ribellione, generosità e libertà!

P.S. : Ecco com’è stata trasformata la stazione Duroc a Parigi in onore del tradizionale festival di fine agosto dedicato alla musica rock, Rock-en-Seine.

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6 responses to “On Writing (everyone can be King)

  • bassamarea

    Damn! Ho perso la stilografica.. ora mi toccherà firmare autografi con la biro 😦

  • samantagiambarresi

    Mi piace questo post. Scheda critica iniziale e riflessione sulla scrittura odierna sono scritte in maniera semplice ed efficace.
    Ma non voglio finire come il tizio dell’immagine o, peggio, come Moccia!

    • kodamae

      Grazie, Samanta.
      Naturalmente, esistono delle splendide eccezioni (ho esagerato un pochino i termini di confronto) 🙂
      Le mie riflessioni sono del tutto discutibili e mi piacerebbe conoscere il tuo punto di vista in quanto editor e scrittrice pubblicata. Buona fortuna con i tuoi libri!

      • samantagiambarresi

        Grazie.
        L’editoria attraversa un periodo delicato e le case editrici a pagamento hanno creato più confusione che altro fra tutti gli scrittori esordienti. Ormai non faccio altro che leggere di EAP e No EAP, ma non credo che il problema sia tutto lì. Vi sono leggi, all’interno dell’editoria, che vanno scoperte e capite per percepire come mai un buon libro può essere scartato e un libro non eccelso, quasi mediocre, possa arrivare ai primi posti in classifica. Questo però non può scoraggiare chi sogna di diventare uno S. King che deve, secondo me, lavorare, studiare, ed esercitarsi tutti i giorni.

  • crysalis88

    Passo per caso da questo blog, e, anche se non sono abituata a farlo, non posso che fermarmi a complimentarmi per questo post. Davvero interessanti le tue riflessioni sulla scrittura.

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