Don’t tell me (culture is dead)

Mi ero appropinquata alla tastiera con le migliori intenzioni ; volevo davvero scrivere molte riflessioni intelligenti sulla cultura, citando Hannah Arendt (le sue analisi sulla società e l’uomo sono davvero affascinanti) e Martin Heidegger (ho appena finito di rileggere In cammino verso il linguaggio e mi ha lasciato ancora molto perplessa), ma ho dovuto arrendermi all’evidenza : non sono una creatura filosofica. Al contrario, come mi disse un amico informatico, sono binaria. Come i computer, necessito di istruzioni semplici per eseguire il mio programma senza mandare in tilt l’unità centrale. Mi consola comunque il fatto che, secondo Heidegger, la parola filosofica e la parola poetica non siano totalmente opposte, bensì complementari : entrambe sono l’espressione, diversa, di un pensiero, se non addirittura una rivelazione sull’umanità e hanno il compito di dire ciò che non è stato ancora detto e che merita di essere detto in futuro. (Parlerò più tardi dell’educazione e del suo valore per i giovani e per il futuro.) Perciò, è meglio tacere piuttosto che scrivere per non dire nulla…

Mi torna in mente un personaggio di John Irving in The World According to Garp, Alice, la dolce scrittrice che balbettava, ma possedeva una prosa fluida e cantante, capace di incantare il lettore anche se, purtroppo, non diceva nulla e questo disperava il protagonista. E qui il paradosso : Alice scriveva meravigliosamente bene, ma non aveva niente da dire. Sorge quindi una doppia condizione per essere davvero scrittori o poeti : saper scrivere bene e avere qualcosa da dire. Sembra terribilmente ovvio, ma a volte è bene ricordarselo.

Forse è vero che tutto cambia ad una folle velocità, eppure l’uomo, malgrado tutte le novità tecnologiche, resta fondamentalmente lo stesso, tanto che alcune poesie di duemila anni fa sanno ancora parlare al nostro cuore, come questa lirica dello spregiudicato Archiloco :

Cuore mio cuore, miscuglio d’insolubili guai,

torna a galla e a chi ti tratta male tieni testa,

sistemati nei covi dei nemici e non mollare.

Se vinci, in pubblico non gloriarti,

se perdi, in casa a piangere non ti isolare.

Se va bene godi, se va male soffri, ma non troppo.

Impara infine questa musica della vita.

In questi ultimi anni, di fronte allo sviluppo crescente di Internet e alla comunicazione immediata e in teoria libera delle informazioni, si è scatenato un putiferio sui così detti “diritti d’autore”, che combattono sia il plagio sia la diffusione illecita. La campagna pubblicitaria lanciata dai successivi Ministeri della Cultura, dalle case discografiche ed editrici riposa sul seguente messaggio, neanche tanto implicito : ciò che un artista crea e pubblica è sacro e soprattutto, è sacro il suo diritto di percepire un compenso per la sua arte e di far guadagnare la firma che lo ha sponsorizzato (che termine orrendo).

Pensare che in passato, per i poeti come per gli scrittori, era obbligatorio far riferimento ad altri grandi poeti, nascondendo erudite citazioni nelle loro composizioni, piccolo clin d’oeil ai lettori colti : queste allusioni erano un  segno di rispetto (o di scherno) per le tradizioni letterarie, ma anche per il pubblico del poeta, erano una sfida da cogliere, un invito ad andare oltre le linee, le parole, per cercare il nuovo nel vecchio. L’abilità del poeta risiedeva nel saper sviluppare un proprio pensiero da quel che era stato già detto : per esempio, Catullo ed i poeti classici francesi Pierre Ronsard e Louise Labé, più tardi ancora Renée Vivien,  hanno ripreso a modo loro l’Ode della Gelosia di Saffo, arricchendola di nuovi ritmi, nuove sensazioni dettate da una sensibilità propria.

Saranno gli artisti romantici ad erigere il genio individuale e l’originalità come valori supremi del vero creatore. Ma è davvero possibile essere sempre originali? Esistono dei casi di plagio involontario, di condizionamento incosciente? Ricordo un bel passaggio di Proust, in À la Recherche du Temps Perdu, dove racconta la scoperta dei libri di Bergotte in gioventù : lo amò tanto che ne imparò numerose espressioni a memoria, fino ad accorgersi che, ripetendole, ne aveva modificato il ritmo, l’intensità. Proust aveva trovato il proprio stile, la propria voce in Bergotte. Questo non significa che si debba scrivere cercando di somigliare ad un altro : al contrario, si tratta di ispirarsi ad uno scrittore la cui voce ci è affine per individuare e sviluppare la propria creatività.

Senza dimenticare la provocatoria dichiarazione di T.S. Eliot, in Philipp Messiger, saggio biografico incluso in The Sacred Wood, pubblicato nel 1920 :

“Immature poets imitate; mature poets steal; bad poets deface what they take, and good poets make it into something better, or at least something different.” 

D’altro canto, è anche possibile scrivere senza leggere molto, come il protagonista del Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa : scriveva perché leggere lo annoiava, perché i libri non sapevano rispondere alle sue domande. Tanto valeva, allora, provare a rispondere da sé ai propri quesiti, vivisezionando i propri tormenti interiori senza finti pudori. In fondo, anche Seneca, in una delle sue lettere a Lucilio, ammonisce il suo giovane amico avido di conoscenze di non disperdere la propria attenzione in mille letture superficiali, ma di concentrarsi su qualche volume utile alla sua elevazione morale e spirituale : pochi libri, ma buoni.

Insomma, mi accorgo che mi sono ancora una volta lasciata trascinare dalle parole e chiacchierato più del dovuto. Lascio parlare Charles Bukowski, che è fantastico nella sua schietta irriverenza :

so you want to be a writer?

If it doesn’t come bursting out of you

in spite of everything,

don’t do it.

Unless it comes unasked out of your

heart and your mind and your mouth

and your gut,

don’t do it.

If you have to sit for hours staring at your computer screen

or hunched over your

typewriter

searching for words,

don’t do it.

If you’re doing it for money or

fame,

don’t do it.

If you’re doing it because you want

women in your bed,

don’t do it.

If you have to sit there and

rewrite it again and again,

don’t do it.

If it’s hard work just thinking about doing it,

don’t do it.

If you’re trying to write like somebody

else,

forget about it.

If you have to wait for it to roar out of

you,

then wait patiently.

If it never does roar out of you,

do something else.

If you first have to read it to your wife

or your girlfriend or your boyfriend

or your parents or to anybody at all,

you’re not ready.

Don’t be like so many writers,

don’t be like so many thousands of

people who call themselves writers,

don’t be dull and boring and

pretentious,don’t be consumed with self-

love.

The libraries of the world have

yawned themselves to

sleep

over your kind.

Don’t add to that.

Don’t do it. Unless it comes out of

your soul like a rocket,

unless being still would

drive you to madness or

suicide or murder,

don’t do it.

Unless the sun inside you is

burning your gut,

don’t do it.

When it is truly time,

and if you have been chosen,

it will do it by

itself and it will keep on doing it

until you die or it dies in you.

There is no other way.

And there never was.

Sento già che, ahimè, non sono né scrittrice né poetessa. Tutt’al più, una scribacchina simil-bohème sotto i tetti grigi di Parigi. Chissà, forse posso giocare anch’io con il tempo ed effettuare salti temporali nei libri : sarei un Cupidator venuto dal futuro per adempire alla mia perigliosa missione, programmato inesorabilmente per l’anti-lucchetto sistematico… “Federico Moccia?” (o Melissa P. qualsivoglia) e ratatatatà, parte la mitragliata di parole per contrastare la miellosità e l’assoluta inanità dei suoi racconti altamente ripetitivi e sbilenchi, spacciati per dipinti realisti della mentalità, o meglio, della cultura giovanile di oggi (si salvi chi può).

Cos’è la cultura? A cosa serve? Si tratta sempre di un patrimonio umano comune, declinato in diverse espressioni, a seconda delle società nelle quali è stato tramandato ? Confinare la cultura ad un fenomeno soggettivo e altamente personale non significa mortificarla? Come si definisce una contro-cultura? Esistono degli scontri di correnti culturali in una stessa realtà sociale? La cultura è sempre stata il privilegio di pochi?

Sono secoli che si grida alla morte della letteratura, della musica, della cultura… come in ogni periodo di crisi, tuttavia, si incrinano i vecchi valori per far nascere qualcosa di nuovo. Quale sarà la nuova cultura? le nuove culture? Buttiamo via il passato o lo riconosciamo? Possiamo vivere senza cultura? Se sì, in quale stato?

Lo dice anche il Tao-te-Ching : colui che vuole regnare deve mantenere il popolo nell’ignoranza e nella paura, pur garantendo un minimo benessere, perché in questo stato d’animo la massa è più facile da manipolare. Oppure, molto laconicamente, un celebre motto romano : Panem et circenses.

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12 responses to “Don’t tell me (culture is dead)

  • FS

    Hmmmm thought provoking post :-).

    For one who wonders (or is it worries) about not being philosophical, I think you post belies such concerns ;-). You are, or at least your expression is.

    Writing is hard work, or our minds make it so: it is love and it is dirt and it is excavation and it is discovery, and it is as unique as the person who’s doing the writing. There is very little that is original — it is said that all art comes out of the culture (culture in the broad, social sense, not elitist sense, remember that there is also culture of family of school…) and that what is original is how it’s put together. And putting it together is the hard work….

    • kodamae

      Thank you for answering my questions with such elegance, Francesca.

      If being philosophical means that I truly enjoy to lose myself behind tortuous thoughts that lead nowhere, expressing them in hieratic, ambiguous and obscure sentences to hide my “aporia”, then I guess I am 😉

      I love your definition of writing (I pin it in a corner of my mind), and it’s true, there are so many faces for human culture (in a sense, animals have their own culture too, and I was so happy when I discovered that in a BBC doc), it is really fascinating : yet, the medias often seem to emphasize only one kind of culture, instead of considering the relations and dialogues between many cultural microcosms, and that makes me… itch. I may be blinded by my own pretensions, though.

      I hope I’m not indiscrete, may I ask you another stupid question? Where did you learn italian? I started learning German in Montreal, then in France, and the teaching was different : it was funny to note the differences between two source languages, from english to german or french to german, to explain the third one 🙂

      • FS

        Thank you :-). And yes you are ;-! At least, the experience of you, writing here, suggests that part of you is.

        I think that anyone who wonders whether s/he is blinded by their own pretensions…and who doesn’t believe in everything they think needn’t worry too much. Only worry if it becomes a self-conscious thing.

        I imagine anything that migrates from Quebec to France changes in many ways.

        Me and Italian. Not a stupid question at all. Please know none of anything that you’ve asked is anything but brilliant and an indication of a mind that’s just curious.

        Well, let’s see. I learned my Italian here in Toronto, from friends growing up, and then from/with the important women in my life. I learn a bit more with each visit to Italy, too.

        I’m still learning and when I get stuck, I have a live, personal and knowledgable translator to ask. :-). For the times that she’s not available, I will swallow my pride and use Google translate and where that leaves me confused, I pretend to be patient and ask…just so that I don’t assume I know things: translation is an art and a science.

      • kodamae

        You’re a very kind person and really smart. A living and loving Italian, that’s the best to learn 🙂
        Google Translate is quite magic : it can drive you to funny non-sense or even to poetry, by following and putting together inspiring suggestions. Buona giornata!

  • Artemis

    Qui c’est cet australopithèque qui t’a traitée de binaire, ma batgirl préférée? Il mériterait qu’on lui dise ses 4 vérités et peut être même une tête au carré.

    Avoir besoin d’une information parfaitement claire est au contraire une marque d’intelligence et de profondeur. En effet, certains esprits naturellement originaux se perdent facilement dans l’infini des possibles si une question/information n’est pas clairement délimitée. Automatiquement il cherche toutes les solutions possibles à un problème et parfois n’arrive pas à choisir la plus évidente ou simpliste (celle justement qu’attendait l’interlocuteur).

    Donc rassures toi, ton pote en te chambrant t’as fait un compliment à son insu.

    Pour ce qui est du plagiat inconscient, je crois que le problème de notre siècle est que, partout dans le monde, nous avons tendance à regarder les même films et lire les même livres. ça ne m’étonne donc pas qu’il y ait plusieurs auteurs qui aient la même idée en même temps. L’image traditionnel de l’artiste “celui ka zu l’idée avan tout le monde” est à mon sens dépassée.

    Tous les siècles ont été cruels pour les artistes, mais je crois que le notre l’est particulièrement pour la poésie. Elle n’a plus qu’une maigre place dans la chanson et, malheureusement pour mon pays natal, on ne peut pas dire que les français soient très doués en chanson.

    Mais les hommes ont besoin de poésie. La poésie rend à l’homme son coeur et lui évite de tomber dans ses deux travers favoris: la barbarie ou l’ascétisme. L’homme aura toujours besoin de la poésie et c’est pourquoi il ne faut jamais perdre espoir.

    Et enfin, je suis d’accord avec toi, tu n’es pas née poétesse, tu étais poétesse avant de naître. ^^

    • kodamae

      *-* Ooooh, merci, Artémis! Tes flèches d’argent vont droit au coeur! C’est si beau d’avoir des amis intelligents : je profite impudemment de leur reflet (comme Watson avec Sherlock).

      “L’infini des possibles” est une expression qui me plaît beaucoup et m’attire comme un lampadaire fascine un papillon de nuit (ou devrais-je dire un moustique ^^?) et me fait crier “Vers l’infini, et au-delà!”, prête au voyage.

      Ah, enfin quelqu’un qui me comprend! Je n’en peux plus de ces artistes qui se prennent pour des génies absolus, leurs revendications sont souvent ridicules…

      Uhm, voyons, la poésie française n’est pas morte, elle a été temporairement cryogénisée sous un manteau d’expérimentations verbales post-modernes, dans l’attente de retrouver sa beauté.

      Pourtant, je trouve que Noir Désir et Cécile Corbel (merci pour me l’avoir fait connaître ^^), parfois aussi Francis Cabrel, chacun avec leur style, sont de très bons poètes musicaux français. Et je pense qu’avec tes nombreux talents et ta sensibilité artistique, tu pourrais vraiment enrichir le paysage poétique français.

      C’est vrai, je cassais les pieds avant même de naître 😉

  • Artemis

    Une contribution poétique?

    Toi d’abord!

  • Artemis

    (Sauve qui peut ça fait partie du poème???)

    Les pieds au précipice
    je m’ennivre du vide
    et du vent sur la pierre.

    (Le seul haiku que j’ai jamais fait de ma vie…)

    • kodamae

      Sous-entendu : sauve qui peut du mauvais temps et de mes crétineries.

      Oooh, mais ta composition est magnifique et d’une intensité émouvante. Je la garde bien en mémoire!

      Voilà, malgré mes lunettes embuées, j’avais bien vu : tu peux vraiment contribuer à l’art français, soit par le dessin, soit par l’écriture ou la danse. Dans un futur, qui sait, peut-être pour la musique… on parlait bien du violon d’Ingres et d’Éluard, j’attends celui d’Artémis. 😀

  • Artemis

    Tu me mets la pression là…

    En même temps si on me la met pas, j’aurai plutôt tendance à passer ma vie à faire des bulles dans un transat. Léonard de Vinci et moi avons comme seul point commun certain d’être de grands flemmards.

    Quand à toi tu as intérêt à continuer aussi (sinon je tape attention…). Je suis pas contre un coup de main pour la contribution à la culture européenne… Composons! (et osons tout court)

    • kodamae

      Décidément les génies ont bien raison : vive la dolce vita créative 😀 Oui, osons, enfants de la poésie! *d’accord, je sors, maintenant*

      J’ai entrepris de troller (gentiment) sur un forum de poésie… de nombreux auteurs réduisent en effet la poésie à une simple expression des sentiments, qui par essence sont sacrés et intouchables, sans une réelle considération de la forme : du coup, il devient impossible de commenter sérieusement une composition, car ce n’est qu’une question de “goûts personnels”. Par conséquent, les commentaires sont tous élogieux et bien hypocrites! Gnark gnark, je suis un moustique ^_^

      J’ai besoins de tes flèches acérées et clairvoyantes, Artémis : selon toi, est-ce qu’il existe des critères objectifs pour évaluer la beauté (ou pas), d’une poésie?

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