The Lady of the Lake

Ancora qualche curva e  sfuggirò finalmente ai tentacoli arroventati di Roma, al suo traffico caotico e le sue strade lasciate all’abbandono, invase da motorini pronti a destreggiarsi tra le macchine ferme oppure slittare sulle buche e le chiazze d’olio iridescenti. Non so perché, mi diverte osservare la gente mentre aspetto al semaforo : abbasso leggermente il volume della radio e metto il cambio in folle ; a volte spengo addirittura il motore, se l’attesa rischia di essere particolarmente lunga. Chi combatte l’afa cittadina sventolandosi con un dépliant di paesi esotici dai palmizi che si stagliano maestosi nel crepuscolo sulla spiaggia infinita, chi fuma ascoltando la musica a tutto volume, un braccio mollemente appoggiato fuori dal finestrino, chi chiacchiera al cellulare, ridendo improvvisamente a squarciagola, chi sgrida i bambini perché si stanno agitando troppo… ma la più parte è gente sola, dal volto annoiato o innervosito, soprattutto nei mesi invernali. Mi chiedo spesso dove andranno quando il semaforo passerà al verde, cerco di indovinare il loro lavoro, se sono felici quando tornano a casa, oppure quando vanno via. Molti hanno un’aria pensierosa o stanca, insoddisfatta… dicono che, quando si mente, ci si tocchi la punta del naso. Non c’è giorno che io non scorga qualcuno fermo al semaforo, le dita nel naso. Forse credono che nessuno li veda, forse stanno frugando nelle loro inquietudini, pensando alla meravigliosa vita che avrebbero vissuto se avessero avuto il coraggio di seguire le loro aspirazioni, forse non stanno pensando a niente ed è solo la famosa posa dello scimpanzè annoiato o un riflesso primordiale. Dovrei appendere un cartellino “Big Brother is watching you” sul mio finestrino posteriore e vedere se qualcosa cambia. Mah, che importanza può avere, presto il semaforo diventerà verde, tra poco imboccherò la Cassia Cimina che mi porterà al Lago di Vico e tornerò a respirare.

È strano, mi basta vedere la chioma densa delle quercie, dei castagni e dei noccioli del viterbese che costeggia la strada solitaria per sentirmi più calmo, come se stessi tornando a casa, come se stessi entrando in un luogo magico dove mi fosse permesso di essere davvero me.

Il Lago di Vico è piccolo e ricopre un antico cratere di vulcano : nessuno sa quanto sia profondo nel suo centro e questo mistero a contribuito a creare un alone di superstiziosa venerazione. Un adagio famoso da quelle parti recita “Vico, Vico, ogni anno ti fai un amico”, per via dei numerosi canottieri che sono stati inghiottiti dalle correnti del lago.

Ci fu un anno in cui il lago si era mostrato particolarmente ghiotto : erano scomparsi nelle sue acque almeno quindici uomini, di cui nessuno aveva più ritrovato i corpi. Nelle primavere precedenti, un’impressionante moria di pesci e rane nei dintorni aveva suscitato le inquietudini della guardia forestale, degli abitanti ed infine delle autorità. I noccioli ed i castagni, anche, si erano ammalati e avevano prodotto solo qualche frutto striminzito, divorato dai bachi. I funghi, un tempo ricchi nel sotto bosco, non erano spuntati e le sparute primule erano in ritardo. L’economia dei paesi circostanti minacciava di andare a rotoli. Per scongiurare la disgrazia, il comune di Ronciglione bandì una processione di fedeli e consacrò una statua di Maria in memoria delle vittime del Lago : la gente si accalcava lungo tutte le rive per assistere all’immersione della Madonna in quelle acque malefiche. Mi ricordo, era il giorno del tuo compleanno, un profumato 15 maggio…

Dopo la cerimonia, tutto sembrò tornare nella normalità, tanto che qualcuno mormorava al miracolo. I cadaveri dei pesci scomparvero e i funghi ripresero ad adornare di corolle bianche le radici delle querce. La sera, però, la superficie del lago s’illuminava di flebili riflessi, bagliori evanescenti che danzavano e scomparivano dopo qualche secondo.

Una notte, sognai che il lago mi chiamava. Mi addentrai nelle sua acque calme, una voce dolce mi ripeteva che la verità si trovava nel profondo dell’antico cratere, che la Signora del Lago mi avrebbe protetto, anche se non avevo la chiave. Quale chiave? all’improvviso la voce scomparve e mi svegliai di scatto in preda a tremiti e sudori freddi, mentre il mio gatto non cessava di miagolare per riempire la sua ciotola di crocchette. Mi alzai e versai un po’ di cibo per Mao, non riuscii più ad addormentarmi.

Il mattino seguente, venni a sapere che Gianni Lo Cascio, direttore della produzione nella grande centrale biochimica di Ronciglione, era sparito senza lasciare traccia. Qualcuno disse scherzosamente che aveva vinto al lotto ed era scappato alla velocità della luce su un’isola paradisiaca.

Una settimana era appena trascorsa dalla notizia che scomparve anche Adelmo Senzaquattrini, responsabile del laboratorio della stessa produzione. Anche stavolta, nessuna traccia, nessun biglietto ai familiari, niente di niente. Due squadre della polizia vennero ad indagare, trovarono nel fango delle impronte che portavano al lago, senza che si potesse dire a chi appartenessero. Due appartenevano agli uomini scomparsi, ma le altre? Che si fosse trattato di suicidio professionale?

La paura aveva iniziato a serpeggiare tra di noi. La grande centrale biochimica era la gloria del paese, dava lavoro a tutti coloro che non volevano occuparsi della terra e non potevano o non volevano trasferirsi nella capitale, oppure diventare intrepidi pendolari intrappolati nei mezzi pubblici all’ora di punta.

Era quasi passato un anno dalla processione della Madonna. Sognai di nuovo di trovarmi in riva al Lago. Tendevo la mano per raggiungerti, ma qualcosa mi tratteneva, mi scontravo contro un muro invisibile, volevo chiamarti e nessun suono usciva dalla mia gola, sei svanita come un’ombra ed ero solo, solo, di nuovo.

All’alba, presi la barca e remai fino al centro, per lanciare alcuni fiori alla Madonna. Vidi una scarpa galleggiare, un’orrenda scarpa in finta pelle di coccodrillo, che mi ricordò l’eccentrico Zavaroni, direttore della centrale. Come ci era finita una delle sue scarpe, lì? Era stata la tempesta dell’altro giorno? Un dubbio atroce mi fulminò di brividi la schiena : e se…

Ormai era mattino, tornai a riva il più rapidamente possibile e mi precipitai dalle guardie, chiedendo di scandagliare il fondale del lago. Lo so, era assurdo, nessuno sapeva quanto era profondo, se la Madonna fosse finita al centro del mondo, se Zavaroni avesse stupidamente perso una scarpa mentre passeggiava in riva allo specchio d’acqua.

Non trovarono Zavaroni. Ciò che scoprirono, tuttavia, era tutt’altro che irrilevante : un’anomala concentrazione di cianuro e altre sostanze tossiche era stata rilevata nelle acque del Lago. La grande centrale biochimica fu ispezionata e presto si capì che i dirigenti rigettavano direttamente nel lago, senza epurare nulla, gli scarti elaborati nel corso della produzione. La centrale fu chiusa fino a nuovo ordine, un’indagine venne aperta.

Non sognai più del lago e delle sue strano luci notturne, né sentii di nuovo la voce dolce chi mi chiamava. Tutto quello che so è che sembra meno torbido, ora. Si dice che la Madonna ogni tanto risalga dalle sue profondità per salvare i canottieri imprudenti e danzare con le fate delle campanule e delle violette nelle miti sere d’estate, tra i lecci ed i castagni.

Quanto semaforo dura un’eternità… e il l’uomo d’affari alla mia sinistra si sta grattando il mento proprio come quell’orango del Bornéo che vidi una volta in un bel documentario sulle isole tropicali.

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