Archivi del mese: luglio 2012

A skeleton in your closet

Leggere Saramago è quasi un’esperienza metafisica. La voce narrante, ironica ed onniscente, che scruta nel profondo dell’animo dei personaggi, così umani, incanta come le sirene, guida il lettore tra gli scogli dell’ipocrisia e si prende gioco delle convenzioni sociale e letterarie inventate dagli uomini.

Leggere Saramago è fare un tuffo nella meta-letteratura : bisogna inspirare profondamente prima di lanciarsi nei suoi dialoghi con una punteggiatura così particolare (simile in questo a Beckett, forse), nei quali le repliche dei personaggi si susseguono vorticosamente, si accavallano, si confondono in un unico flusso di coscienze diverse, trivellano sempre più in profondità, svelando, come in uno scontro serrato di dialettica socratica, i pensieri nascosti e le contraddizioni dell’animo. Le sue frasi lunghe, lunghissime, eppure perfettamente equilibrate, come un periodo ciceroniano, sfidano la concentrazione del lettore, lo invitano a soppesare ogni parola per non lasciarsi sfuggire l’implacabile logica che avvolge tutta la trama.

Nessuno si salva dalla lama tagliente del linguaggio, dallo sguardo impertinente del narratore che si diverte a rigirare le parole, riflettere sul loro significato, giocando sui qui-pro-quo (perché, bene o male, le parole si devono sempre interpretare) e gli abusi semantici, le piccole grandi menzogne che spesso e volentieri vengono propinate nei discorsi ufficiali o nei monologhi interiori per giustificare un’azione meschina, una mancanza di probità e la tendenza a raccontarsi favole.

In Le Intermittenze della morte  (forse un implicito clin d’oeil ad un’espressione di Marcel Proust, “Le Intermittenze del cuore” : a causa di eventi inaspettati,  i ricordi si intrufolano nella vita quotidiana, mettendo in luce alcuni aspetti di sé che erano rimasti finora nell’ombra dell’oblio), Saramago racconta delle bizzarre interazioni della morte in un certo paese : un giorno, la morte decide di sospendere la sua attività e più nessuno muore, ma i malati terminali rimangono indefinitamente sospesi in uno stato di coma. Se la popolazione, in un primo momento, aveva gioito di questa novità assoluta perché vedeva realizzato uno dei sogni più antichi dell’uomo, sfuggire alla morte, ben presto si accorge che morire non comportava solo svantaggi : le pompe funebri, ormai senza clienti, sono costrette ad imbalsamare gli animali, che continuano a vivere e morire, mentre le polizze di assicurazioni sono sommerse da lettere di annullamento da parte dei clienti infervorati di immortalità. La chiesa cattolica, così come tutte le religioni, poiché sono fondate sul paura della morte, è in crisi : come giustificare la loro esistenza, oramai, se la promessa della resurrezione non  è più necessaria? Come faranno ora gli ospizi, o case del crepuscolo felice, se non c’è più la rotazione dei pensionari? Come si devono trattare i non- morti? è giusto aiutarli a morire, portandoli oltre il confine del paese dove non si muore, oppure la famiglia e gli ospedali devono curarli finché non ritornerà la morte?

Una riflessione sull’eutanasia, sulle folli menzogne degli uomini si delinea sotto l’ironia tagliente del narratore : assistiamo così alla nascita della maphia con il -ph per il trasporto dei corpi inerti dei non-morti, degli intrighi di Stato, dell’ambiguità morale, fin quando la morte, esasperata, non decide di scrivere al direttore del giornale : molto divertenti tutte le paranoie dei responsabili del popolo, dei giornalisti e dei grafologi che criticano la straordinaria epistola tutta sgrammaticata, firmata semplicemente “morte” con la emme minuscola. In una seconda lettera, molto più minacciosa, la morte spiega che esistono diverse piccole morti, subordinate ad una Morte assoluta, terribile, di cui gli sciocchi uomini non hanno la più pallida idea : che la smettessero, quindi, di usare e correggere a sproposito le parole, secondo i loro pregiudizi. D’ora in poi, si tornerà a morire, ma con una novità : i morituri riceveranno, una settimana prima del giorno fatale, una lettera violetta della morte in persona, per avvertirli, in modo che preparino il loro testamento e dicano con calma le loro ultime parole agli esseri cari. Peccato che la più parte si butti in orgie, stravizi vari, o per i più stoici, tentati suicidi.

Mi è piaciuto molto il finale alla Vi presento Joe Black ; mi ha intenerito la morte quando si ritrova a fantasticare di poter usare delle acherontia atropos per comunicare al destinatario la sua morte imminenti, ho adorato le frecciatine del narratore alla Chiesa (Saramago, in Caino il Vangelo secondo Gesù Cristo, si diverte a riscrivere in chiave ironica l’Antico ed il Nuovo Testamento… leggeteli, leggeteli! e se vi interessa, c’è anche Il Vangelo secondo Biff, di Christopher Moore : la vita di Gesù è raccontata dal punto di vista del suo angelo compagnone e combina guai, nelmondo moderno) alla massa degi uomini.  Non vi racconto tutto il finale (solo un piccolo spoiler, perché mi lascia perplessa : la morte, in un certo senso, impara a morire per vivere con più intensità, supera se stessa per amore dell’arte), sarebbe un peccato, ma c’è un riferimento ad un altro romanzo di Saramago, Tutti i nomi, perché le parole, l’arte (è lei che salva la morte e dalla morte), la cecità, la morte, la solitudine, l’ossessione degli archivi e della scrittura sono i veri eroi della saga dei suoi romanzi ; ogni opera dello scrittore contiene enigmi che vengono elucidati in altri scritti : per esempio, la relazione tra i morti ed i vivi, oppure la presenza di un uomo solitario e di una donna misteriosa di trentasei anni, bella e severa, che tutti cercano, e nessuno sa se è morta oppure no… mumble mumble.

I romanzi di Saramago non sono facili da leggere, devono essere decriptati, l’allegoria dell’umanità deve essere questionata, declinata sotto diversi aspetti, divorata, digerita, compresa e personalizzata dai propri miti. Stimolano la riflessione ed arricchiscono, secondo me, l’anima, con i loro moltelplici messaggi. Anche se, a volte, il narratore si intromette un po’ troppo ed i dialoghi sono difficili da seguire, per via delle continue virgole, senza a capo, e della mancanza di punti interrogativi. D’altronde, Saramago ha giustificato questa sua scelta con l’argomento della verosimiglianza : nella realtà, nessuno parla come se andasse a capo, aggiungendo un punto interrogativo alla fine della sua domanda.

Considero bello un romanzo quando mi sconvolge, mi questiona, mi spinge ad andare oltre, a vivisezionare la scrittura, quando mi commuove, quando i personaggi diventano dei compagni di viaggio, quano mi apre nuove prospettive.

Un bel romanzo deve farmi questo effetto :

P.S. : Qui potrete trovare un’intervista a Saramago, in cui espone il suo umile punto di vista sul mestiere di scrivere. Per lui, la scrittura non è sacra, ma è un lavoro ed in quanto tale deve essere fatto bene. La scrittura è un bel paio di scarpe che accompagna il lettore nei sentieri impervi dell’animo umano.


Exis versus Praxis (re-invent yourself, literally)

Ecco alcune citazioni di Sartre, tratte da qu’est-ce que la littérature?, che mi sembrano ancora molto di attualità : se all’epoca lo scrittore doveva svincolarsi dalla dittatura del comunismo e del capitalismo per creare una società socialista, libera dalla schiavitù dell’uomo da parte dell’uomo, conquistando i mass media per comunicare con un pubblico più vasto e più vario, oggi, secondo me, si deve ricreare una cultura che non sia solo intrattenimento di massa  o specializzazione spinta.

Di recente, Vargas Llosa, nel suo saggio La civilisacion del espectaculo, denuncia la banalizzazione della cultura : secondo lo scrittore, l’arte di massa ha reso la cultura frivola, inconsistente, sciatta ; il lettore, cos’ come l’auditore o lo spettatore, deve oramai guardarsi dagli “spacciatori di cultura” che propinano frivolezze, cambiano le parole e le dunudano del loro senso. Come si può definire la cultura di massa? è davvero così negativa? Chi sono gli scrittori che creano cultura o la arricchiscono? Lo scrittore deve adeguarsi al suo pubblico oppure lo deve, in un certo senso, sfidare ad andare oltre?

“La fonction d’un écrivain est d’appeler un chat un chat. Si les mots sont malades, c’est à nous de les guérir. Au lieu de cela, beaucoup vivent de cette maladie. La littérature moderne, en beaucoup de cas, est un cancer des mots. (…) En particulier, rien n’est plus néfaste que l’excercice littéraire, appelé, je crois, prose poétique, qui consiste à user des mots pour les harmoniques obscures qui résonnent autour d’eux et qui sont faites de sens vagues en contradiction avec leur signification claire.” 

(La funzione di uno scrittore è di chiamare le cose con il loro nome. Se le parole sono malate, sta a noi guarirle. Invece, molti vivono di questa malattia. La letteratura moderna, in molti casi, è un tumore delle parole. In particolare, niente è più deleterio dell’esercizio letterario, detto – credo – prosa poetica, che consiste nell’usare le parole per le armonie oscure che risuonano intorno a loro, armonie costituite da vaghe significazioni, in contradizione con il loro significato più limpido.)

“Notre premier devoir est donc de rétablir le langage dans sa dignité. Après tout, nous pensons avec des mots. (…) Si nous voulons restituer aux mots leurs vertus, il faut mener une double opération : d’une part un nettoyage analytique qui les débarasse de leurs sens adventices, d’autre part un élargissement synthétique qui les adapte à la situation historique.”

(Il nostro primo dovere è quindi quello di ridare al linguaggio la sua dignità. Dopo tutto, pensiamo con le parole. Se vogliamo restituire alle parole le loro virtù, dobbiamo eseguire una duplice operazione : da una parte, una pulizia analitica destinata ad eliminare les significazioni accidentali ; dall’altra, un arricchimento semantico sintetico che le adatti alla situazione storica.)

“Ce n’est pas tout : nous vivons à l’époque des mystifications. Il en est de fondamentales qui tiennent à la structure de la société ; il en est de secondaires. De toute façon, l’ordre social repose aujourd’hui sur la mystification des consciences, comme aussi le désordre.” 

(Non basta : viviamo nell’epoca delle mistficazioni. Ve ne sono di fondamentali che sono dovute alla struttura della società ; ve ne sono delle secondarie. In ogni caso, l’ordine sociale, oggi, si fonda sulla mistificazione delle coscienze, così come il disordine.)

“Mais si la perception me^me est action, si, pour nous, montrer le monde c’est toujours le dévoiler dans les perspectives d’un changement possible, alors, dans cette époque de fatalisme, nous avons à révéler au lecteur, au chaque cas concret, sa puissance de faire et de défaire, bref, d’agir.”

(Eppure, se la percezione stessa è azione, se, per noi, mostrare il mondo significa sempre svelarlo nelle perspettive di un cambiamento possibile, allora, in quest’epoca segnata dal fatalismo, dobbiamo rivelare al lettore, per ogni caso concreto, la potenza che possiede di fare e di disfare : in poche parole, di agire.)

“Il est à souhaiter que la littérature entière devienne morale et problématique, comme ce nouveau théa^tre. Morale – non pas moralisatrice : qu’elle montre simplement que l’homme est aussi valeur et que les questions qu’il se pose sont toujours morales. Surtout qu’elle montre en lui l’inventeur. En un sens, chaque situation est une souricière, des murs partout : je m’exprimais mal, il n’y a pas d’issue à choisir. Une issue, ça s’invente. Et chacun, en inventant sa propre issue, s’invente soi-me^me. L’homme est à inventer chaque jour.”

(è auspicabile che tutta la letteratura diventi morale e problematica, come il nuovo teatro. Morale – e non moralista – : deve semplicemente mostrare che l’uomo è anche principio e le domande che pone  sono sempre morali. Sopratutto, deve mostrare in lui l’inventore. In un certo senso, ogni situazione è una trappola per topi, vi sono muri ovunque : mi sono espresso male, non c’è via d’uscita da scegliere. Una via d’uscita, uno deve inventarsela. E ciascuno, inventando la propria via d’uscita, inventa se stesso.  L’uomo deve inventarsi ogni giorno.)

Sartre conclude il suo saggio con questa cinica provocazione :

“Mais, après tout, l’art d’écrire n’est pas protégé par les décrets immuables de la Providence ; il est ce que les hommes le font, ils le choisissent en se choisissant. S’il devait se tourner en pure propagande ou en pur divertissement, la société retomberait dans la bauge de l’immédiat, c’est-à-dire dans la vie sans mémoire des hyménoptères et des gastéropodes. Bien su^r, tout cela n’est pas si important : le monde peut fort bien se passer de la littérature. Mais il peut se passer de l’homme encore mieux.”

(Eppure, dopo tutto, l’arte di scrivere non è protetta dagli immutabili decreti della Providdenza ; è definita da ciò che gli uomini ne fanno, la scelgono scegliendo loro stessi. Se mai dovesse diventare pura propaganda o puro divertimento, la società cadrebbe di nuovo in balia dell’immediato, ossia nella vita senza memoria degli imenotteri o dei gasteropodi. Certamente, tutto questo non è poi così importante : il mondo può benissimo fare a meno della letteratura. Ma può ancor meglio fare a meno dell’uomo.)

Mi piacerebbe discutere con voi queste affirmazioni.


Alanis Morissette – Excuses

 

Why no one will help me
I am too dumb I am too smart
They’ll not understand me
I am lonely
They’ll hate me
And there is not enough time
It’s too hard to help me
And god wants me to work
No resting no lazy

These excuses how they served me so well
They’ve kept me safe
They’ve kept me stuck
They’ve kept me locked in my own cell

I’m too far from home
It takes far too much energy
And I cannot afford to
No one will ever see me

These excuses how they served me so well
They’ve kept me safe
They’ve kept me stuck
They’ve kept me locked in my own cell

These excuses how they’re so familiar
They’ve kept me blocked
They’ve kept me small
They’ve kept me safe in my own shell

Bringing this into the light
Shakes their foundation
And it clears my side
Now my imagination
Is the only thing that limits
The bar that is raised to the heights

No one can have it all see
I have to they want me to
And I can’t let them down
I’ll never be happy

These excuses how they served me so well
They’ve kept me safe
They’ve kept me stuck
They’ve kept me locked in my own cell

These excuses how they’re so familiar
They’ve kept me blocked
They’ve kept me small
They’ve kept me locked in my own cell


On Writing (everyone can be King)

Ho finito di leggere Qu’est-ce que la littérature di Jean-Paul Sartre (lo ammetto, mi sono addormentata un paio di volte nel corso della lettura, i miei poveri neuroni son andati in tilt da afa romana) : questo saggio venne scritto in reazione alle critiche che furono lanciate agli scrittori per non aver prodotto opere di resistenza, di ribellione di fronte all’oppressione tedesca nella Seconda Guerra Mondiale. Sartre desidera, al contrario, dimostrare che la letteratura è al tempo stesso un atto gratuito e ribelle, poiché rimane sempre l’espressione di una relativa negatività, intesa come un perpetuo conflitto tra  scrittore e società.  Il filosofo francese indaga sul perché si scrive, per chi si scrive e chi sono gli scrittori del dopoguerra, giungendo alla conclusione che l’autore moderno deve prendere coscienza della sua “storicità” per comunicare il suo messaggio al suo pubblico reale o virtuale. Nonostante tutto il libro sia pervaso dall’aurea dell’esistenzialismo abbinato al nichilismo (con un’ aspra critica al surrealismo di André Breton), alcune riflessioni mi hanno profondamente colpito.

Secondo Sartre, la scrittura è essenzialmente libertà e generosità, così come la lettura. Lo scrittore affida le sue parole, espressioni che lasciano trasparire della sua natura umana molto più di quanto non lo pensi, al lettore, che dispone di tutta la libertà e di tutta la sua generosità per farle sue e dar loro un’immagine nella sua mente. Il rapporto tra lo scrittore ed il lettore è quindi caratterizzato da una tacita complicità, fondata sulla reciproca libertà e generosità d’animo, nonché sul rispetto dell’intelligenza.

La storia che lo scrittore racconterà è anche determinata dal pubblico che la leggerà. Quindi lo scrittore, in un certo senso, diventa lo specchio della società dei lettori : il riflesso che le parole rimanderanno non corrisponde tuttavia  esattamente alla realtà, poiché, secondo Sartre, dire è rivelare e rivelare è già cambiare. Lo scrittore è un ribelle persino quando sembra conformarsi totalmente ai canoni della società e sopratutto, lo scrittore è un parassita che non produce beni, bensì li consuma. In alcune epoche, lo scrittore viene mantenuto dall’aristocrazia, oppure riceve una percentuale sulla vendita delle sue opere. Dalla seconda metà del XIXmo secolo, lo scrittore diventa profondamente borghese e quindi lavora, dedicandosi al contempo alla scrittura. Alcuni scrittori vengono dimenticati, altri restano nella memoria collettiva (i moralisti hanno la vita dura).

Oggi, in Italia (ma anche in Francia, non vi preoccupate, siamo tutti cugini), mi sembra che ci siano due correnti di pensiero per quanto riguarda la scrittura : li chiamerò rispettivamente il principio della scuola Holden e il paradigma del poeta ispirato. Grazie alla diffusione dell’istruzione, dei libri e di Internet, in teoria chiunque potrebbe diventare uno scrittore, e questi due fenomeni si fondano principalmente su questo assioma. 

Secondo la scuola Holden ed i suoi derivati, tutti noi siamo dei potenziali Stephen King, ideatori di best-seller a ripetizione. Basta esercitarsi ancora e ancora, coltivare una prosa semplice e diretta alla Hemingway, costruire una trama avvincente e dei personaggi verosimili. Il talento è solo un opzione, non il vero motore della scrittura. Il duro lavoro, la disciplina quotidiana e duecento flessioni delle dita al giorno, ecco il segreto.

Secondo il paradigma del poeta ispirato, invece, scrittori non si diventa, ma si nasce. Il genio naturale è l’unico ingrediente del successo e lo stile, in teoria già perfetto, può solo migliorare con l’esperienza, mentre le tecniche tradizionali della narrativa lo soffocano, lo uccidono, e la lettura di altre opere lo contamina, corrompendone irremediabilmente l’originale purezza. Questo discorso è particolarmente valido per il genere fantasy, che soffre di innumerevoli pregiudizi (come lo ha sarcasticamente sottolineato Gamberetta nelle sue impietose recensioni, sebbene alcune affirmazioni siano discutibili), o per i libri venduti all’autogrill, discussi dalla mordace Betty Moore nelle sue mega-recensioni e musica plop.

Purtroppo, ritrovo ancora questo atteggiamento in un sito di poesia molto popolare, di cui ho già avuto l’occasione di dire due parole : molti autori, schermendosi dietro la scusa del dilettantismo e della libera espressione del sentimento, non sono aperti ad un’ analisi più tecnica delle composizioni pubblicate e quindi si lasciano sfuggire un’ utile occasione di crescita, con commenti del genere : “Ma chi sei tu per criticare la mia poesia? Quello che scrivi tu, poi, è uno schifo! (vero, ma questo non significa che io non possa criticare secondo criteri oggettivi, oltre che soggettivi)” , “Ma io non sono POETA (tutto in maiuscolo, prego, è più chic), sono solo un sognatore che si diverte a scrivere le sue sensazioni (certo, ma puoi fare di meglio o non farlo affatto)”, “Cosa credevi? l’arte non è sul web, vivi e lascia vivere ;)” (con tanto di smiley connivente! uau! Ma a me piace fare il troll poetico ed il finto cinismo non mi convince, anzi, mi spinge a tornare all’attacco – mi spiace, non sono Ariete per nulla), e per finire, il mio preferito :  “Maleducata!”

Queste due concezioni della scrittura, però, hanno un fine comune : la pubblicazione. Chi scrive vuole essere pubblicato, diventare celebre, firmare autografi con la penna stilografica, lanciare nuove mode, creare lo scandalo, diventare ricco. Per soddisfare questo desiderio, se non questa naturale vanità dalla scrittura, sono spuntate come funghi le famigerate case editrici a pagamento. Anche le più grandi case editrici, tuttavia, considerano la vendibilità del libro uno dei principali criteri di pubblicazione (ecco perché la poesia viene pubblicata poco : il pubblico è molto ristretto). Si è quindi lentamente formato un divertente paradosso : ci sono molti più scrittori che lettori.

è vero che tutti possono diventare scrittori o poeti? Essere pubblicati significa automaticamente che la propria opera è di buona qualità? Come si può valutare  la qualità di un romanzo, la bellezza di una poesia? C’è ancora libertà e generosità se si scrive per essere celebri, oppure se si scrive per sé stessi? è davvero possibile scrivere per sé stessi?

Il copyright (conseguenza della pubblicazione) tutela la vendibilità dell’opera, vietandone la riproduzione e la diffusione illecita, e suggella l’originalità dell’artista, proteggendolo dal rischio di plagio. Eppure, una proposta di Gamberetta (“Un concetto serio“) mi è piaciuta molto : l’autore esordiente mette in libera circolazione la sua opera, e chi vuole può dare un contributo diretto oppure comprare il suo libro (“e l’editoria che ci guadagna in tutto questo?” Ricordiamo che l’editore, all’origine, prende il rischio di pubblicare un autore che gli piace, il suo è un atto di libertà e generosità, in teoria).

Un giorno dissi ad un mio amico che volevo essere poeta. Lui mi rise in faccia e rispose “Non si vive di sola poesia”. Risi anch’io e ci mangiammo un pacchetto di M&M’s mentre ci gustavamo un vecchio episodio di X-Files. Perché se si pensa di poter vivere di sola scrittura, probabilmente si finisce così :

Oppure come Moccia (grazie ad una mela in testa, Newton scoprì la forza di gravità – troppe mele in testa hanno prodotto, tre secoli dopo, Tre Metri Sopra il Cielo ). Oh gosh!

Giovani scrittori, che la vostra scrittura sia ribellione, generosità e libertà!

P.S. : Ecco com’è stata trasformata la stazione Duroc a Parigi in onore del tradizionale festival di fine agosto dedicato alla musica rock, Rock-en-Seine.


In the Loop (up, patriots)

A causa di alcune sviste burocratiche, mi è capitato, in questi ultimi anni, di essere stata dichiarata irreperibile e quindi apolide. La mia qualità di “cittadina del mondo”, purtroppo, non mi risparmiò dal sentirmi dire, durante i miei viaggi : “Oooh! Sei Italiana! E hai votato Berlusconi?”. Superato  l’istintivo conato di profondo disgusto suscitato dall’orrore di tale equivalenza, mi sono chiesta perché si era sviluppata all’estero questa particolare visione degli Italiani, ossia “Italiano medio = Berlusconi”. Sorge allora la domanda : Berlusconi è davvero l’incarnazione dello spirito italiano? Poiché, da quel che mi è sembrato, ogni dirigente di un paese, in qualità di principale rappresentante,  ne diventa l’emblema spirituale : la Merkel è il riflesso di una certa idea della Germania, Sarkozy prima e Hollande poi di una certa idea della Francia. Mi auguro, con tutto il cuore, di no. Perché, anche se tutti mi dichiarano pazza, dopo il mio viaggio ho intenzione di tornare a vivere in Italia.

Serpeggia ai vertici della Nazione Italiana, tutti imboscati nelle loro ville o incollati alla loro comoda poltrona parlamentare, l’atroce preoccupazione per il dopo-Monti : chi sarà il successore alle redini del Bel Paese? Precisiamo che si tratta sempre e solo delle solite facce, che si scambiano i seggi, i partiti, i favori, le case, gli yacht, le interviste televisive, come nel gioco delle sedie musicali, mentre snocciolano leggi e decreti, governando con le fette di salame sugli occhi. Attenzione, la musichetta (o forse la solita tiritera) sta finendo, chi rimarrà senza sedia?

Da molto tempo, infatti, il panorama politico italiano è all’avanguardia nel campo scientifico, sociale ed economico, malgrado i pesanti tagli del Governo : un elaborato e complesso sistema di assistenza sociale per i Parlamentari, così come una sorprendente capacità auto-regenerativa nonché camaleontica riscontrata nei membri più anziani, rattoppati di cellule staminali demagogiche e auto-finanziarie, mentre i più giovani soffrono in genere di paraculite retorica in fase terminale.

Di fronte allo schifo di un tale sistema, come reagisce l’italiano medio? Prende un forcone, una vanga, un rastrello, un mattarello o qualsiasi altro oggetto e si presenta al Quirinale, inferocito, per scacciare quegli esseri indegni? No, peace and love, ridiamoci su che è meglio, tanto sono tutti uguali, tanto è tutto una merda, non ci posso fare niente, tanto appena posso me ne vado all’estero, tanto evado le tasse anch’io, tanto m’arrangio, tanto a il 21 dicembre 2012 arriva l’apocalisse, godiamo finché si può… oppure, ed è ancora peggio, perché trasuda vigliaccheria e malafede : “Mi vergogno di essere italiano, l’Italia è un paese di merda”.  Non ho nessun rispetto per chi proferisce assurdità del genere, o meglio, per chi si ferma alla sola teatrale esternazione di disgusto con spirito rassegnato e non agisce. Credo che un briciolo di sano patriottismo (questa parola è diventata tabù dopo Mussolini e Bossi), aperto allo scambio con altre nazioni, non possa far male. Riconsideriamo quest’espressione : “patriottismo” è sentirsi fieri del proprio paese, in quanto parte consapevole e attiva al benessere e alla conservazione della “terra dei padri”. Preferirei quindi un pensiero del genere : “In Italia è uno schifo, adesso, ma voglio essere fiero della mia italianità, voglio che le cose cambino in meglio e mi adopererò per questo”.

Alcuni si gloriano del nostro passato romano, rimpiangono i bei tempi andati, gridano allo scandalo della raccomandazione. La raccomandazione, in Italia come in Francia, esiste fin dall’Antichità e proprio i Romani ne avevano sviluppato la consuetudine sociale, con una grande differenza : chi raccomandava una persona impegnava il suo onore e la sua dignità, prendeva a monte la responsabilità delle azioni del suo protetto. Se Cicerone raccomandava il nipote di un cliente presso il Generale Sempronio, Cicerono garantiva che costui era una persona seria, adatta ad assumere l’incarico per il quale postulava, mentre il nipote doveva dimostrarsi degno della fiducia del suo mandante e del Generale : se il nipote si rivelava un idiota, Cicerone avrebbe perso la faccia, la sua auctoritas,  e nessuno avrebbe più dato peso alla sua parola (conseguenze gravissime per un avvocato con ambizioni politiche). Prima di raccomandare, quindi, bisognava verificare l’idoneità del candidato e valutare i suoi meriti effettivi.

Perché tutte queste acide considerazioni? Ho avuto l’estremo piacere di sapere che Berlusconi intende candidarsi di nuovo alle prossime elezioni e per questo inizierà una dieta : spero che sia quella che prevede un tappo in bocca, così non lo sento ciarlare per un bel po’. Come può anche solo pensare di potersi presentare di nuovo di fronte agli Italiani e al mondo, con il suo sorriso smagliante di castroneria pacchiana e il suo parrucchino tinto? È vero che il ridicolo non ha mai ucciso nessuno (Berlusconi ha inaugurato il principio del coniglio duracell della volgarità arrogante), ma… vorrei che si ripetesse tutti in coro (secondo il famoso principio orwelliano traviato dalla pubblicità) : “LO SCHERZO È BELLO FINCHÉ DURA POCO“. Naturalmente, il tutto corredato da sonore pernacchie.

Ed inviterei le altre personalità politiche che infestano il Bel Paese da anni e anni (della serie “a volte ritornano”… ma anche no!) a lasciare la scena, ripetendo in looping : Get the fuck off, bullshit-traders.

Per addolcire le precedenti amenità, una piccola canzone dedicata al Cavaliere del Ridicolo :


Don’t tell me (culture is dead)

Mi ero appropinquata alla tastiera con le migliori intenzioni ; volevo davvero scrivere molte riflessioni intelligenti sulla cultura, citando Hannah Arendt (le sue analisi sulla società e l’uomo sono davvero affascinanti) e Martin Heidegger (ho appena finito di rileggere In cammino verso il linguaggio e mi ha lasciato ancora molto perplessa), ma ho dovuto arrendermi all’evidenza : non sono una creatura filosofica. Al contrario, come mi disse un amico informatico, sono binaria. Come i computer, necessito di istruzioni semplici per eseguire il mio programma senza mandare in tilt l’unità centrale. Mi consola comunque il fatto che, secondo Heidegger, la parola filosofica e la parola poetica non siano totalmente opposte, bensì complementari : entrambe sono l’espressione, diversa, di un pensiero, se non addirittura una rivelazione sull’umanità e hanno il compito di dire ciò che non è stato ancora detto e che merita di essere detto in futuro. (Parlerò più tardi dell’educazione e del suo valore per i giovani e per il futuro.) Perciò, è meglio tacere piuttosto che scrivere per non dire nulla…

Mi torna in mente un personaggio di John Irving in The World According to Garp, Alice, la dolce scrittrice che balbettava, ma possedeva una prosa fluida e cantante, capace di incantare il lettore anche se, purtroppo, non diceva nulla e questo disperava il protagonista. E qui il paradosso : Alice scriveva meravigliosamente bene, ma non aveva niente da dire. Sorge quindi una doppia condizione per essere davvero scrittori o poeti : saper scrivere bene e avere qualcosa da dire. Sembra terribilmente ovvio, ma a volte è bene ricordarselo.

Forse è vero che tutto cambia ad una folle velocità, eppure l’uomo, malgrado tutte le novità tecnologiche, resta fondamentalmente lo stesso, tanto che alcune poesie di duemila anni fa sanno ancora parlare al nostro cuore, come questa lirica dello spregiudicato Archiloco :

Cuore mio cuore, miscuglio d’insolubili guai,

torna a galla e a chi ti tratta male tieni testa,

sistemati nei covi dei nemici e non mollare.

Se vinci, in pubblico non gloriarti,

se perdi, in casa a piangere non ti isolare.

Se va bene godi, se va male soffri, ma non troppo.

Impara infine questa musica della vita.

In questi ultimi anni, di fronte allo sviluppo crescente di Internet e alla comunicazione immediata e in teoria libera delle informazioni, si è scatenato un putiferio sui così detti “diritti d’autore”, che combattono sia il plagio sia la diffusione illecita. La campagna pubblicitaria lanciata dai successivi Ministeri della Cultura, dalle case discografiche ed editrici riposa sul seguente messaggio, neanche tanto implicito : ciò che un artista crea e pubblica è sacro e soprattutto, è sacro il suo diritto di percepire un compenso per la sua arte e di far guadagnare la firma che lo ha sponsorizzato (che termine orrendo).

Pensare che in passato, per i poeti come per gli scrittori, era obbligatorio far riferimento ad altri grandi poeti, nascondendo erudite citazioni nelle loro composizioni, piccolo clin d’oeil ai lettori colti : queste allusioni erano un  segno di rispetto (o di scherno) per le tradizioni letterarie, ma anche per il pubblico del poeta, erano una sfida da cogliere, un invito ad andare oltre le linee, le parole, per cercare il nuovo nel vecchio. L’abilità del poeta risiedeva nel saper sviluppare un proprio pensiero da quel che era stato già detto : per esempio, Catullo ed i poeti classici francesi Pierre Ronsard e Louise Labé, più tardi ancora Renée Vivien,  hanno ripreso a modo loro l’Ode della Gelosia di Saffo, arricchendola di nuovi ritmi, nuove sensazioni dettate da una sensibilità propria.

Saranno gli artisti romantici ad erigere il genio individuale e l’originalità come valori supremi del vero creatore. Ma è davvero possibile essere sempre originali? Esistono dei casi di plagio involontario, di condizionamento incosciente? Ricordo un bel passaggio di Proust, in À la Recherche du Temps Perdu, dove racconta la scoperta dei libri di Bergotte in gioventù : lo amò tanto che ne imparò numerose espressioni a memoria, fino ad accorgersi che, ripetendole, ne aveva modificato il ritmo, l’intensità. Proust aveva trovato il proprio stile, la propria voce in Bergotte. Questo non significa che si debba scrivere cercando di somigliare ad un altro : al contrario, si tratta di ispirarsi ad uno scrittore la cui voce ci è affine per individuare e sviluppare la propria creatività.

Senza dimenticare la provocatoria dichiarazione di T.S. Eliot, in Philipp Messiger, saggio biografico incluso in The Sacred Wood, pubblicato nel 1920 :

“Immature poets imitate; mature poets steal; bad poets deface what they take, and good poets make it into something better, or at least something different.” 

D’altro canto, è anche possibile scrivere senza leggere molto, come il protagonista del Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa : scriveva perché leggere lo annoiava, perché i libri non sapevano rispondere alle sue domande. Tanto valeva, allora, provare a rispondere da sé ai propri quesiti, vivisezionando i propri tormenti interiori senza finti pudori. In fondo, anche Seneca, in una delle sue lettere a Lucilio, ammonisce il suo giovane amico avido di conoscenze di non disperdere la propria attenzione in mille letture superficiali, ma di concentrarsi su qualche volume utile alla sua elevazione morale e spirituale : pochi libri, ma buoni.

Insomma, mi accorgo che mi sono ancora una volta lasciata trascinare dalle parole e chiacchierato più del dovuto. Lascio parlare Charles Bukowski, che è fantastico nella sua schietta irriverenza :

so you want to be a writer?

If it doesn’t come bursting out of you

in spite of everything,

don’t do it.

Unless it comes unasked out of your

heart and your mind and your mouth

and your gut,

don’t do it.

If you have to sit for hours staring at your computer screen

or hunched over your

typewriter

searching for words,

don’t do it.

If you’re doing it for money or

fame,

don’t do it.

If you’re doing it because you want

women in your bed,

don’t do it.

If you have to sit there and

rewrite it again and again,

don’t do it.

If it’s hard work just thinking about doing it,

don’t do it.

If you’re trying to write like somebody

else,

forget about it.

If you have to wait for it to roar out of

you,

then wait patiently.

If it never does roar out of you,

do something else.

If you first have to read it to your wife

or your girlfriend or your boyfriend

or your parents or to anybody at all,

you’re not ready.

Don’t be like so many writers,

don’t be like so many thousands of

people who call themselves writers,

don’t be dull and boring and

pretentious,don’t be consumed with self-

love.

The libraries of the world have

yawned themselves to

sleep

over your kind.

Don’t add to that.

Don’t do it. Unless it comes out of

your soul like a rocket,

unless being still would

drive you to madness or

suicide or murder,

don’t do it.

Unless the sun inside you is

burning your gut,

don’t do it.

When it is truly time,

and if you have been chosen,

it will do it by

itself and it will keep on doing it

until you die or it dies in you.

There is no other way.

And there never was.

Sento già che, ahimè, non sono né scrittrice né poetessa. Tutt’al più, una scribacchina simil-bohème sotto i tetti grigi di Parigi. Chissà, forse posso giocare anch’io con il tempo ed effettuare salti temporali nei libri : sarei un Cupidator venuto dal futuro per adempire alla mia perigliosa missione, programmato inesorabilmente per l’anti-lucchetto sistematico… “Federico Moccia?” (o Melissa P. qualsivoglia) e ratatatatà, parte la mitragliata di parole per contrastare la miellosità e l’assoluta inanità dei suoi racconti altamente ripetitivi e sbilenchi, spacciati per dipinti realisti della mentalità, o meglio, della cultura giovanile di oggi (si salvi chi può).

Cos’è la cultura? A cosa serve? Si tratta sempre di un patrimonio umano comune, declinato in diverse espressioni, a seconda delle società nelle quali è stato tramandato ? Confinare la cultura ad un fenomeno soggettivo e altamente personale non significa mortificarla? Come si definisce una contro-cultura? Esistono degli scontri di correnti culturali in una stessa realtà sociale? La cultura è sempre stata il privilegio di pochi?

Sono secoli che si grida alla morte della letteratura, della musica, della cultura… come in ogni periodo di crisi, tuttavia, si incrinano i vecchi valori per far nascere qualcosa di nuovo. Quale sarà la nuova cultura? le nuove culture? Buttiamo via il passato o lo riconosciamo? Possiamo vivere senza cultura? Se sì, in quale stato?

Lo dice anche il Tao-te-Ching : colui che vuole regnare deve mantenere il popolo nell’ignoranza e nella paura, pur garantendo un minimo benessere, perché in questo stato d’animo la massa è più facile da manipolare. Oppure, molto laconicamente, un celebre motto romano : Panem et circenses.


Laki Mera (Mogwai Remix) – Crater