Existential Ambiguity (is difficult to bear)

Questi ultimi giorni sono stati davvero intensi. Mio nipote ha mosso i primi passi e ha già imparato a buttare nella toilette il telefono di casa. Ottimo. Sono anche andata da Janyce, a St Romain-le-Puy, per la nostra prima esperienza come cantastorie itineranti : i bambini erano entusiasti e hanno partecipato con le loro storie e i loro colorati disegni. Qui e qui troverete i resoconti in francese e in inglese. Reggevo la telecamera in fondo alla classe, mentre Janyce raccontava il tragico amore di Orfeo ed Euridice ; alla fine della storia, uno dei bambini chiese chi era l’autore dei disegni : la grande discesa agli Inferi era stata dipinta da Janyce, mentre le altre illustrazioni erano opera della camera-woman laggiù. Tutti si sono girati in un solo movimento e credo di essere diventata più rossa del draghetto Mushu. La maestra mi disse, al termine dell’incontro, che era più facile parlare con i bambini, piuttosto che con gli adulti. Non ne sono sicura. È anche vero che non possiedo una voce stentorea (alcuni qui-pro-quo possono essere divertenti) e che in genere, non mi piace parlare. Preferisco osservare in silenzio e ascoltare : quello che potrei balbettare non è mai interessante quanto le parole degli altri. Chi mi conosce oppure no è solito scherzare sulla mia irrefutabile abilità nel far cadere la conversazione dopo poche banali battute. Semplicemente,  mi trovo molto più a mio agio nella scrittura, tanto da cadere nella più bieca prolissità.

Ruklani e Diane, al contrario, sono molto sintetiche allo scritto, mentre possono formulare delle ottime osservazioni durante una discussione. Così, per aiutarle a comprendere e commentare alcuni testi in letteratura francese, le assillo di domande, finché non arrivano ad una risposta più nuancée, più profonda e quasi filosofica, dopo un’ora di dialettica a raffica.

Devo confessare, purtroppo, di non essere riuscita ad eradicare quest’abitudine della prima infanzia che imbarazza spesso e volentieri gli adulti : formulare costantemente domande su tutto e niente, sul perché, per come, quando, ecc. Ricordo che esasperavo i miei e terrorizzavo i miei insegnanti con questa mia mania. Il più delle volte, le loro risposte non placavano la mia curiosità e la mia sete di conoscenze, tanto meno quando invocavano pretesti comuni quali “Perché è così”, “Perché gli altri fanno così”, “Mistero della fede”, repliche che avevano il dono di rendermi ancora più irrequieta. Avevo bisogno di comprendere per agire, di capire per obbedire. Sono divorata dai dubbi, ma una volta che sono convinta dell’onestà di un pensiero, diventa un modo di essere che determina a prescindere il mio comportamento in una certa situazione. Questa mia caparbietà, se non insofferenza, mi rende internamente molto rigida e costantemente in balia dei miei contrasti, che tento di arginare oppure smussare, mentre in apparenza posso sembrare una persona dolce, quasi remissiva e amorfa, senza contorni ben definiti.

Perché mentiamo? È possibile mentire a se stessi? Perché scriviamo? È più vera la parola detta o quella scritta? Platone condannava la scrittura, perché secondo lui avrebbe portato alla morte della memoria e della vivacità umana, asfissiata dalla sua staticità e dalla sua ambiguità, travestite da simbolo fedele e più duraturo della parola pronunciata. Socrate non scrisse mai niente, eppure la sua figura e la sue domande sono state trascritte e descritte da Platone e Senofonte e hanno fatto colare molto inchiostro sui papiri. La parola svela o nasconde? Mente di più la parola scritta o quella detta?

Ruklani odia scrivere, ma adora discutere con un’altra persona. Non crede che la lettura possa insegnare più di quanto possano farlo le parole e gli atti dei suoi fratelli uomini (ed io che ho affinato la mia educazione sentimentale attraverso i libri mi sono sentita proprio sciocca, se non ottusa). In questo, penso sia profondamente saggia e socratica, o perlomeno essenzialmente empirica. Non si arzigogola i neuroni in supposizioni inutili e vuote. Le ho chiesto se la scrittura, in fondo, non era una riflessione, un dialogo con se stessi. Mi rispose di sì, in effetti ; tuttavia, aggiunse, non avrebbe mai avuto la vitalità di un discorso, di un dialogo con l’altro. Scrivere era come rispondere da soli alle proprie domande e lo scrittore avrebbe finito con l’imprigionarsi in un circolo vizioso, rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo di pensiero. Il dialogo con l’altro, invece, permetteva un sano ed immediato scambio di punti di vista. È in relazione all’altro che possiamo veramente conoscerci, è grazie all’altro che esistiamo. Forse aveva proprio ragione Aristotele, quando enunciò che l’uomo è un essere fondamentalmente sociale. Quando siamo soli, allora, smettiamo di esistere, come un sogno al mattino? Un pensiero o un sentimento non espresso non esisterebbero? Perché allora i non detti ci dilaniano il cuore con i rimpianti?

Perché scrivo? Ho forse paura del confronto diretto? Sono misantropa? No, sono solo ossessionata dalla prepotente tensione tra me e l’altro. Non so come relazionarmi con sincerità e quindi finisco con il blandire, in qualche modo, gli altri, raccontando loro ciò che desiderano sentire. Ma chi sono io per sapere ciò che gli altri desiderano? Dopo tutto, non so leggere nel pensiero (sarebbe terrificante).

“Use your intellect to guide you, and you will end up putting people
off. Rely on your emotions, and you will forever be pushed around.
Force your will on others, and you will live in constant tension. There
is no getting around it—people are hard to live with.”
― Natsume Sōseki
Scrivere per essere soli con le proprie riflessioni e paranoie, per trastullarsi con i propri fantasmi. Scrivere è allora murarsi, isolarsi, ma anche, condividere? Condividere cosa? Perché non raccontare alle persone più vicine a noi i nostri pensieri, mentre sveliamo a degli sconosciuti i meandri del nostro ego? Forse perché aprirsi al confronto diretto, fisico, significherebbe intessere una relazione, una dipendenza? La solitudine sarebbe allora una soluzione. Soluzione a quale problema? All’incredibile arroganza di volersi immaginare indipendenti e liberi? Simone de Beauvoir, in Ethics of Ambiguityha intravisto con singolare lungimiranza l’ambiguità inerente all’esistenza e alla libertà, anche se alcune affermazioni sono, secondo me, discutibili. Agrippina, per rendersi più resistente al cianuro, inalava ogni mattina un sorso di veleno e scampò più volte agli ingegnosi attentati del figlio Nerone, che, esasperato, optò infine per le maniere forti, senza merletti strategici : mandò numerosi sicari a trafiggerla con i loro gladi. Forse, in alcuni casi, ci infliggiamo la solitudine per paura di essa e della profonda sofferenza che scatena in noi, così come ci nascondiamo dietro la più discreta umiltà per evitare il disprezzo. Forse la solitudine à il prezzo più alto della libertà. Ma cos’è la libertà? Si può essere davvero liberi?
“I do not want your admiration now, because I do not want your insults in the future. I bear with my loneliness now, in order to avoid greater loneliness in the years ahead. You see, loneliness is the price we have to pay for being born in this modern age, so full of freedom, independence, and our own egotistical selves.”
― Natsume SōsekiKokoro
Spesso mi sento estranea a me stessa e agli altri, è una sensazione che mi tormenta, una messa in scena melodrammatica del mio io che vagheggia sul mito del genio incompreso. Quando scrivo le voci del pensiero si moltiplicano e mi assillano di domande, tanto che ho il timore di prendere la penna o avvicinare le dita alla tastiera. Molto più spesso, mi dico che scrivo male ed è proprio inutile ed egoista continuare ad inquinare la rete con le mie elucubrazioni. Non arriverò mai alle caviglie di Moccia, posso solo pestargli l’alluce incallito en passant (a proposito, un mio amico è riuscito a staccare un lucchetto a forma di cuore dal Pont des Arts – una ribellione contre il moccismo dilagante- provando la semplicissima combinazione 000). Eppure, se non scrivo, la mia inquietudine aumenta e le mie domande vagano come anime in pena nella mia testa o più esattamente come pesci rossi in un boccale. Mentre una parte di me vorrebbe agire e vivere spensieratamente, l’altra mi giudica inesorabilmente e mi dimostra matematicamente la mia inadeguatezza al mondo. Non so come chiederle perdono. Vorrei correggere in me quel che è  sbagliato, ma non so esattamente come, né cosa correggere. Ogni parola è come un filo rosso che mi conduce sempre più in profondità nel cuore del labirinto umano. Perché sei tu, perché sono io? Posso conoscerti davvero?
“Sometimes when I can no longer endure the strain, I beg him to tell me what is wrong with me and help me to correct it. Then he always says that I have nothing to correct, assuring me that it is he who is at fault. And I become sadder and sadder until I weep with the desire to know my fault.”
― Natsume SōsekiKokoro
Perché scrivo? Se fossi romantica, direi che è per il desiderio di trovare una voce che risponda alle mie domande. Più probabilmente, però, scrivo per comprendere la realtà attraverso un’illusione.
Forse sono come l’orso della fiaba russa : finché la fortuna mi asseconda, mi butto nell’azione e vado avanti, dimenticando di considerare le conseguenze dei miei gesti. Ma quando il gioco richiede un sacrificio, un maggiore impegno di sé, mi ritraggo con la coda tra le gambe e ritorno nella confortante oscurità di miei boschi. Scrivo perché sono vigliacca. Scrivo perché è la mia via di fuga. Scrivo perché.
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