Archivi del mese: giugno 2012

Take a seat, please

Monumento in memoria della fine della schiavitù nelle colonie francesi, nel Jardin du Luxembourg a Parigi

Un mio amico mi ha ufficialmente dichiarata apolide, ossia né francese né italiana, perché ho osato proporgli una frittata di zucchine per cena, invece della tradizionale omelette alla mozzarella. Sono stata esiliata per un paio di uova rotte e una dissidenza nel condimento. Come rispose una volta Socrate, sono cittadina del mondo e le uova le mangio come mi pare.

Sono stata per un viaggio lampo in Olanda, vicino a Maastrich, in un piccolo castello immerso nella natura, a due passi da Heerlen, dove mia sorella andrà ad insegnare il francese ai liceali del Sinter Marteen College. Meraviglioso, nonostante la pioggia fosse la nostra assidua compagna di avventure. Esistono davvero immensi parcheggi di biciclette e piste ciclabili ovunque, mentre le strade sono pulitissime, tanto che Parigi sembrerebbe davvero molto sporca (e lo è, in certe quartieri).

Appena il tempo di tornare e sento già al telegiornale che la proposta di tassare le super-pensioni è stata rifiutata, mentre sono state sfornate altre riforme per la flessibilità del lavoro. Ricordando che la “legge è uguale per tutti”, spero che un tale provvedimento venga adottato anche per i politici : perché privarli di cambiamenti così importanti che dovrebbero portare al progresso sociale? Invece, temo che sarà sempre la solita storia di persone corrotte che sfidano l’intelligenza dei cittadini a suon di ridicoli ed indegni “Mi dimetto solo se ci sono le prove” e quando saltano fuori le manovre illegali alle quali sono invischiati fino al collo, adottano la strategia delle tre scimmie nonvedo-nonsento-nonparlo, con una piccola deroga sull’ultima funzione : “Non ne sapevo nulla” (anch’io vorrei che un gentile benefattore mi pagasse l’affitto di una bella casa in centro città, senza annoiarmi con le pratiche burocratiche : se chiudo gli occhi e lo spero con tutte le mie forze, credete che la fata turchina avvererà il mio desiderio?), oppure “È stato un complotto contro di me, mi hanno incastrato” (povero Don Quixote, forse hai visto troppi film sul tuo schermo gigante ultrapiatto lcd e ti sei lanciato contro i mulini a vento della CIA), “Se parlo e cado io, altra gente cadrà con me” (lo SpiderMan che tiene nella sua rete grassi moscerini e zanzare gonfie di sangue che ronzano atterrite ad ogni scossa della tela). Senza contare che molti politici pensano di cambiare nome al loro partito (quando non cambiano tutto il partito) per tornare in lizza e ambire a vincere le prossime elezioni : la politica è un gioco di parole e simboli in modo da avvincere e accalappiare gli elettori erranti che iniziano a disertare le urne. Un celebre e antico volto della politica italiana, come se niente fosse, ha recentemente proposto di cambiare la costituzione italiana, così da adottare una struttura politica simile alla Francia, dove il Presidente della Repubblica esercita anche il potere esecutivo e viene eletto direttamente dalla popolazione. Il gioioso istrione d’Italia si candiderà di nuovo, potrete starne certi. Lui mangia pane e fenice a colazione, ogni sera rinasce dalle sue ceneri per organizzare fantastiche feste burlesque animate da quasi maggiorenni che offrono la loro amicizia a pagamento.

Vulcano, per vendicarsi della madre Era che lo aveva scaraventato dall’Olimpo dalla nascita perché brutto e storpio, le confezionò dal profondo del suo antro un ammirevole trono in oro intarsiato d’avorio, l’unico degno di sostenere la maestà della Regina degli Dèi e lo mandò su nell’Olimpo. Era,  lusingata e gonfia di orgoglio, volle subito accomodarsi sul trono : nella sua gioia, non si accorse che i suoi polsi e le sue caviglie erano stati avvinghiati da finissime catene d’oro. Quando volle rialzarsi, non ci riuscì ; era prigioniera dello splendido trono di Vulcano e nessuno riusciva a spezzare le sue catene invisibili. Gli Dèi mandarono quindi Dionisio da Vulcano : il dio del vino, scherzando e ridendo, fece tracannare al suo ospite un ottimo rosso di Chio e lo portò, completamente ubriaco, addormentato e legato sul dorso di un asino, da Era. Dopo quest’entrata trionfale nell’Olimpo, Vulcano decise di liberare infine la madre dalla sua trappola di vanità e tutti accolsero amabilmente l’abile dio del fuoco e del ferro.

Poiché i politici attuali sembrano molto attaccati al loro seggio parlamentare, perché non assecondarli nella loro passione? Leghiamoli alla sedia, nutrendoli a pane e acqua, finché non avranno votato una nuova costituzione italiana, dopo aver deturpato quella precedente con cavilli e emendamenti successivi. Resta un problema : come possono delle persone che hanno occupato per più di venti anni la scena politica italiana, rubando e mentendo a tutto spiano, votare una nuova costituzione, più giusta, più attuale?

Siccome siamo nell’era della democrazia mediatica, potremmo istituire un nuovo sistema di voto telematico : il politico che ottiene più pollici verso vede attivarsi nel suo seggio eiettabile il meccanismo automatico di emergenza e whamm, esce dal Parlamento o dal Governo come una cometa in cielo, cravatta e calzini bianchi al vento. Si vede che Elianto di Stefano Benni mi è proprio piaciuto tanto tanto, che mi ispira ancora di più la rivoluzione dei papaveri e che forse vent’anni di vita nel paese della Révolution, del “Liberté, Égalité, Fraternité” mi hanno dato effettivamente delle strane idee. Come una frittata di zucchine. Tranquilli, non userò mai la pasta come contorno per la carne alla salsa béarnaise.


Unlock me now (I love you with all my hypocrisy)

Sono perplessa, di nuovo, o forse come sempre. Mentre scalavo con David i mille gradini della Tour Eiffel gridando ad ogni piano un sonoro “Jorge!”, il nome di un amico di un viaggiatore colombiano incontrato ai piedi della Première Dame de Paris (se capitate a Parigi, non esitate a passeggiare, perdervi, salire scale, intrufolarvi nelle stradine e nei cortili del Marais, assaggiare le prelibatezze francesi ed i piatti delle altre etnie, scendete a salutare la Senna maestosa e non andate nei ristoranti italiani, ne rimarrete invariabilmente delusi…), ho trovato anche lì dei lucchetti sospesi sulla rete di protezione che incatenava i tetti della città al cielo cangiante di giugno. Dedicati da coppiette romantiche o giovani amici che desiderano lasciare una traccia del loro passaggio e della loro unione, o comunque del loro eccezionale affiatamento. Perché il lucchetto è simbolo dell’amore? Di quale amore?

Platone, nel suo Simposion, attribuisce ad Aristofane l’originale ed insolito racconto degli Androgini, che spesso e volentieri viene frainteso : si tende a ricordare vagamente l’idea romantica di due metà che si cercano inesorabilmente per colmare il vuoto della separazione violenta, già espressa in maniera embrionale nel discorso di Pausania (l’esplicita difesa dell’amore pederasta omoerotico ne rende quanto mai difficile una immediata comprensione, che richiede una certa conoscenza del pensiero antico), dimenticando tutto il lato parodico del mito.

Il Simposion gioca infatti sulla complessità del discorso, che si svolge su più livelli di narrazione e di cronologia : ogni elogio dei partecipanti al banchetto è una progressione dialettica differita che non ha altro fine se non quello di preparare la dimostrazione conclusiva di Socrate, poi ripresa e illustrata dalle parole infiammate di Alcibiade ubriaco (in vino veritas, ricordate). Dalle considerazioni più banali dell’Amore, iniziate da Fedro con mirabile estro poetico, il pensiero si eleva ad un concetto più sfaccettato di questo sentimento che sconvolge la natura umana. Socrate, attraverso la maschera della sacerdotessa Diotimè, che l’avrebbe iniziato ai misteri di Eros, dimostra scherzosamente che esistono varie tipologie dell’amore e che esso tende a produrre un frutto, diverso a seconda della natura spirituale dell’uomo o della donna. Il frutto dell’amore può essere un bambino, un pensiero arguto, un libro, un quadro, una sinfonia… L’Amore, essenzialmente ambiguo, è creazione e l’Arte, in quanto creazione ed espressione e superamento di sé, è una forma di amore.

Tuttavia, perché rimane quasi esclusivamente impressa l’immagine di due amanti in fusione spirituale e fisica? Quando un amore nasce, è vero, si tende ad idealizzare l’altro, a voler esplorarne ogni meandro  della sua anima e del suo corpo, assimilarne i gesti, il timbro di voce, per illudersi di possederlo o forse per sentirsi pervasi ovunque dalla sua magica presenza, anche quando è lontano dagli occhi. L’innamoramento serve a creare un legame forte tra due persone ed esige l’esclusiva. Diventiamo drogati dell’essere amato, ogni assenza prolungata suscita una violenta crisi di astinenza.

Ultimamente, gli scienziati si sono applicati a descrivere lo sconvolgimento fisiologico dell’amore tramite  innumerevoli dettagli ormonali e neurologici, notando i suoi effetti sul sistema parasimpatico, che sembra andare letteralmente in tilt alla sola vista dell’amato. Saffo lo aveva già capito più di duemila anni fa, ma senza tutte le implicazioni mediche e gossip-sociologiche di oggi. Lessi spesso su qualche rivista di divulgazione scientifica che l’amore fusionale non dura più di due-tre anni, altrimenti diventerebbe patologico oppure rischierebbe di far collassare il sistema nervoso a causa di un’ eccessiva sollecitazione prolungata nel tempo.

L’idea del lucchetto come simbolo di amore eterno suscita in me un’inquietudine profonda, dettata probabilmente dalla mia (neanche tanto) inconscia claustrofobia emotiva. Chiudere l’altro e se stessi in un lucchetto d’amore e buttare via la chiave nel fiume, lasciando che venga portata via dalla corrente, così che si depositi in qualche fondale melmoso o nelle viscide interiora di un pesce ghiotto e tonto, non mi pare una prospettiva tanto romantica.

Cosa significa l’espressione “la mia metà”? L’essere amato è ciò che ci completerebbe, forse : senza di lui saremmo come storpi del cuore? Ma se l’altro è qui solo per completarci, la sua esistenza non verrebbe valutata solamente secondo i nostri bisogni, ridotta ad un ruolo funzionale (espresso nella classica metafora del puzzle a cui manca un pezzo, guarda caso sempre il cuore : mettetene due per ogni scatola oppure fate appello al servizio consumatori se proprio non lo trovate)? Se l’altro non mi completa più, allora non l’amo più? Non è un amore un poco egoista, o, al meno, immaturo, nascosto dietro ad un ideale di perfezione umana? È raro, anzi praticamente impossibile che due anime possano combaciare perfettamente, colmando ogni vuoto, smussando ogni asperità (tranne nei film di Bollywood, dove il karma ballerino degli amanti è così potente da sconfiggere tutti i cattivi rivali e le matrigne asprigne per trionfare in un sontuoso happy end). L’altro sarebbe uno specchio della nostra anima? Come Narciso, che si innamorò del suo riflesso nell’acqua? Come le persone che esercitano con maestria la tirannia della dolcezza per manipolare gli altri e piegarli al loro volere?

Dovendo scegliere un’analogia per illustrare l’amore tra due persone (sicuramente un cliché?), opterei per i preparativi dell’orchestra poco prima che si alzi il sipario dell’Opera : ogni strumento prova per conto suo, si accorda da solo, in una grande cacofonia, e gradualmente ognuno impara a inserirsi in armonia all’insieme musicale. Quei  pochi minuti in cui l’orchestra si eleva dalla dissonanza all’assonanza è il momento che preferisco in assoluto, un inizio armonico che deve essere mantenuto con passione, pazienza, dedizione e tante bacchettate del Maestro d’Orchestra in frac. Quest’ultimo personaggio potrebbe essere interpretato dalla coscienza del “noi” che segna ufficialmente l’esistenza di una coppia, o la “terza persona” come la definisce il grande José Saramago in Tutti i Nomi, cupa e conturbante riflessione sulla solitudine e sulla natura umana nelle sue innumerevoli contraddizioni, attraverso le paranoie e le peripezie dell’impiegato del Conservatorio José, che parte alla ricerca di una donna di cui conosce solo il nome, supera se stesso e la morte per lei, novello Orfeo sceso agli Inferi per ridare vita alla sua Euridice…

È vero che l’amore è un sentimento altamente soggettivo, nonostante la sua diffusione universale in seno alle creature viventi, e che ognuno nutre una personale idea di questo misterioso sentimento. Ci sono persone che credono al “vero amore” (e gli altri amori, cosa sono? scommetto che sostengono anche che il decaffeinato non è vero caffè), che è per essenza quello giusto, l’unico, l’assoluto, e che fuggono via alle prime discordanze o affievolimenti dei violini del cuore, perché non sanno rinunciare all’ideale. Altri lo disprezzano e lo ritengono inutile, mentre molti lo considerano il motore del mondo. Questa polivalenza mostra la ricchezza dell’amore, che, in teoria, presuppone un equilibrio tra apertura all’altro, superamento di sé per conquistare la sua stima e il suo affetto (forse), dono disinteressato di sé e rapporto intimo, desiderio esclusivo, con un’altra persona. Così come ci sentiamo protetti dal calore di questo sentimento, irradiamo amore intorno a noi : come disse Susanna Tamaro, l’amore apre le finestre dell’anima e l’illumina.

Esiste un amore più giusto? un amore illegale?

No so, trai i vari traslochi ho perso il libretto delle istruzioni per il mio cuore in kit e qualche rotella è saltata via dal mio cervello meccanico a forza di arrovellarmi in domande inutili. Devo chiedere a Moccia : lui sì che sa cos’è l’amore, quello vero, passionale, senza compromessi, che porta a scoprire nuovi aspetti dell’altra metà del cielo (secondo il Kamasutra).

Unlock me now, please. Tell me that love is more than a padlock suspended on a bridge, more than a a word written on a wall, more than a lie told to silence the heart and sell cheap chocolates and roses on Valentine’s Day.


Existential Ambiguity (is difficult to bear)

Questi ultimi giorni sono stati davvero intensi. Mio nipote ha mosso i primi passi e ha già imparato a buttare nella toilette il telefono di casa. Ottimo. Sono anche andata da Janyce, a St Romain-le-Puy, per la nostra prima esperienza come cantastorie itineranti : i bambini erano entusiasti e hanno partecipato con le loro storie e i loro colorati disegni. Qui e qui troverete i resoconti in francese e in inglese. Reggevo la telecamera in fondo alla classe, mentre Janyce raccontava il tragico amore di Orfeo ed Euridice ; alla fine della storia, uno dei bambini chiese chi era l’autore dei disegni : la grande discesa agli Inferi era stata dipinta da Janyce, mentre le altre illustrazioni erano opera della camera-woman laggiù. Tutti si sono girati in un solo movimento e credo di essere diventata più rossa del draghetto Mushu. La maestra mi disse, al termine dell’incontro, che era più facile parlare con i bambini, piuttosto che con gli adulti. Non ne sono sicura. È anche vero che non possiedo una voce stentorea (alcuni qui-pro-quo possono essere divertenti) e che in genere, non mi piace parlare. Preferisco osservare in silenzio e ascoltare : quello che potrei balbettare non è mai interessante quanto le parole degli altri. Chi mi conosce oppure no è solito scherzare sulla mia irrefutabile abilità nel far cadere la conversazione dopo poche banali battute. Semplicemente,  mi trovo molto più a mio agio nella scrittura, tanto da cadere nella più bieca prolissità.

Ruklani e Diane, al contrario, sono molto sintetiche allo scritto, mentre possono formulare delle ottime osservazioni durante una discussione. Così, per aiutarle a comprendere e commentare alcuni testi in letteratura francese, le assillo di domande, finché non arrivano ad una risposta più nuancée, più profonda e quasi filosofica, dopo un’ora di dialettica a raffica.

Devo confessare, purtroppo, di non essere riuscita ad eradicare quest’abitudine della prima infanzia che imbarazza spesso e volentieri gli adulti : formulare costantemente domande su tutto e niente, sul perché, per come, quando, ecc. Ricordo che esasperavo i miei e terrorizzavo i miei insegnanti con questa mia mania. Il più delle volte, le loro risposte non placavano la mia curiosità e la mia sete di conoscenze, tanto meno quando invocavano pretesti comuni quali “Perché è così”, “Perché gli altri fanno così”, “Mistero della fede”, repliche che avevano il dono di rendermi ancora più irrequieta. Avevo bisogno di comprendere per agire, di capire per obbedire. Sono divorata dai dubbi, ma una volta che sono convinta dell’onestà di un pensiero, diventa un modo di essere che determina a prescindere il mio comportamento in una certa situazione. Questa mia caparbietà, se non insofferenza, mi rende internamente molto rigida e costantemente in balia dei miei contrasti, che tento di arginare oppure smussare, mentre in apparenza posso sembrare una persona dolce, quasi remissiva e amorfa, senza contorni ben definiti.

Perché mentiamo? È possibile mentire a se stessi? Perché scriviamo? È più vera la parola detta o quella scritta? Platone condannava la scrittura, perché secondo lui avrebbe portato alla morte della memoria e della vivacità umana, asfissiata dalla sua staticità e dalla sua ambiguità, travestite da simbolo fedele e più duraturo della parola pronunciata. Socrate non scrisse mai niente, eppure la sua figura e la sue domande sono state trascritte e descritte da Platone e Senofonte e hanno fatto colare molto inchiostro sui papiri. La parola svela o nasconde? Mente di più la parola scritta o quella detta?

Ruklani odia scrivere, ma adora discutere con un’altra persona. Non crede che la lettura possa insegnare più di quanto possano farlo le parole e gli atti dei suoi fratelli uomini (ed io che ho affinato la mia educazione sentimentale attraverso i libri mi sono sentita proprio sciocca, se non ottusa). In questo, penso sia profondamente saggia e socratica, o perlomeno essenzialmente empirica. Non si arzigogola i neuroni in supposizioni inutili e vuote. Le ho chiesto se la scrittura, in fondo, non era una riflessione, un dialogo con se stessi. Mi rispose di sì, in effetti ; tuttavia, aggiunse, non avrebbe mai avuto la vitalità di un discorso, di un dialogo con l’altro. Scrivere era come rispondere da soli alle proprie domande e lo scrittore avrebbe finito con l’imprigionarsi in un circolo vizioso, rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo di pensiero. Il dialogo con l’altro, invece, permetteva un sano ed immediato scambio di punti di vista. È in relazione all’altro che possiamo veramente conoscerci, è grazie all’altro che esistiamo. Forse aveva proprio ragione Aristotele, quando enunciò che l’uomo è un essere fondamentalmente sociale. Quando siamo soli, allora, smettiamo di esistere, come un sogno al mattino? Un pensiero o un sentimento non espresso non esisterebbero? Perché allora i non detti ci dilaniano il cuore con i rimpianti?

Perché scrivo? Ho forse paura del confronto diretto? Sono misantropa? No, sono solo ossessionata dalla prepotente tensione tra me e l’altro. Non so come relazionarmi con sincerità e quindi finisco con il blandire, in qualche modo, gli altri, raccontando loro ciò che desiderano sentire. Ma chi sono io per sapere ciò che gli altri desiderano? Dopo tutto, non so leggere nel pensiero (sarebbe terrificante).

“Use your intellect to guide you, and you will end up putting people
off. Rely on your emotions, and you will forever be pushed around.
Force your will on others, and you will live in constant tension. There
is no getting around it—people are hard to live with.”
― Natsume Sōseki
Scrivere per essere soli con le proprie riflessioni e paranoie, per trastullarsi con i propri fantasmi. Scrivere è allora murarsi, isolarsi, ma anche, condividere? Condividere cosa? Perché non raccontare alle persone più vicine a noi i nostri pensieri, mentre sveliamo a degli sconosciuti i meandri del nostro ego? Forse perché aprirsi al confronto diretto, fisico, significherebbe intessere una relazione, una dipendenza? La solitudine sarebbe allora una soluzione. Soluzione a quale problema? All’incredibile arroganza di volersi immaginare indipendenti e liberi? Simone de Beauvoir, in Ethics of Ambiguityha intravisto con singolare lungimiranza l’ambiguità inerente all’esistenza e alla libertà, anche se alcune affermazioni sono, secondo me, discutibili. Agrippina, per rendersi più resistente al cianuro, inalava ogni mattina un sorso di veleno e scampò più volte agli ingegnosi attentati del figlio Nerone, che, esasperato, optò infine per le maniere forti, senza merletti strategici : mandò numerosi sicari a trafiggerla con i loro gladi. Forse, in alcuni casi, ci infliggiamo la solitudine per paura di essa e della profonda sofferenza che scatena in noi, così come ci nascondiamo dietro la più discreta umiltà per evitare il disprezzo. Forse la solitudine à il prezzo più alto della libertà. Ma cos’è la libertà? Si può essere davvero liberi?
“I do not want your admiration now, because I do not want your insults in the future. I bear with my loneliness now, in order to avoid greater loneliness in the years ahead. You see, loneliness is the price we have to pay for being born in this modern age, so full of freedom, independence, and our own egotistical selves.”
― Natsume SōsekiKokoro
Spesso mi sento estranea a me stessa e agli altri, è una sensazione che mi tormenta, una messa in scena melodrammatica del mio io che vagheggia sul mito del genio incompreso. Quando scrivo le voci del pensiero si moltiplicano e mi assillano di domande, tanto che ho il timore di prendere la penna o avvicinare le dita alla tastiera. Molto più spesso, mi dico che scrivo male ed è proprio inutile ed egoista continuare ad inquinare la rete con le mie elucubrazioni. Non arriverò mai alle caviglie di Moccia, posso solo pestargli l’alluce incallito en passant (a proposito, un mio amico è riuscito a staccare un lucchetto a forma di cuore dal Pont des Arts – una ribellione contre il moccismo dilagante- provando la semplicissima combinazione 000). Eppure, se non scrivo, la mia inquietudine aumenta e le mie domande vagano come anime in pena nella mia testa o più esattamente come pesci rossi in un boccale. Mentre una parte di me vorrebbe agire e vivere spensieratamente, l’altra mi giudica inesorabilmente e mi dimostra matematicamente la mia inadeguatezza al mondo. Non so come chiederle perdono. Vorrei correggere in me quel che è  sbagliato, ma non so esattamente come, né cosa correggere. Ogni parola è come un filo rosso che mi conduce sempre più in profondità nel cuore del labirinto umano. Perché sei tu, perché sono io? Posso conoscerti davvero?
“Sometimes when I can no longer endure the strain, I beg him to tell me what is wrong with me and help me to correct it. Then he always says that I have nothing to correct, assuring me that it is he who is at fault. And I become sadder and sadder until I weep with the desire to know my fault.”
― Natsume SōsekiKokoro
Perché scrivo? Se fossi romantica, direi che è per il desiderio di trovare una voce che risponda alle mie domande. Più probabilmente, però, scrivo per comprendere la realtà attraverso un’illusione.
Forse sono come l’orso della fiaba russa : finché la fortuna mi asseconda, mi butto nell’azione e vado avanti, dimenticando di considerare le conseguenze dei miei gesti. Ma quando il gioco richiede un sacrificio, un maggiore impegno di sé, mi ritraggo con la coda tra le gambe e ritorno nella confortante oscurità di miei boschi. Scrivo perché sono vigliacca. Scrivo perché è la mia via di fuga. Scrivo perché.