Philosophical roots

Pochi giorni fa, ho rivisto “Il Castello nel Cielo” di Hayao Miyazaki, che si iscrive nelle scia di pensiero del precedente e meraviglioso anime ecologico (sebbene io preferisca la versione in fumetto) “Nausicaa della Valle del Vento”. La scena finale, con l’albero gigantesco che levita nel cielo, sempre più in alto, radici al vento, portando via con sé della leggendaria fortezza Laputa (non è spagnolo, è Swift) solo il giardino in fiore, mi ha colpito molto. Per un attimo mi è tornato in mente l’Eden, poi Yggdrasil, il frassino della Conoscenza nella mitologia nordica e infine i filosofi greci.

Avvinghiato alle sue radici, vive un terribile drago che si nutre di esse, mentre sulla sua cima planano due aquile dal nome complicato e una civetta che apre le porte dell’al-dilà con il suo grido lugubre. Il diabolico scoiattolo Ratatosk da secoli corre e saltella di ramo in ramo, scende e risale agilmente il possente tronco per attizzare l’eterna ed innata discordia tra l’aquila ed il dragone. Odino, il Re stregone degli Asa, ha dovuto sacrificare un occhio per accedere alla Visione del Tutto ed è rimasto appeso a testa in giù per nove notti e nove giorni al Frassino, una lancia nel costato, così da carpire il segreto delle antiche rune. La conoscenza, nel mito dell’uomo, richiede un sacrificio, una perdita, una severa ascesi.

Gli Asa vivono ad Asgard. Sono esseri divini, eppure non sono immortali. Possono morire, come un uomo, ma possiedono una scorza più dura, la loro pelle conserva il ricordo della corteccia di Yggdrasil.

Un tempo l’uomo venerava gli alberi, come ancora succede in alcune popolazioni del mondo, come gli Aborigeni e gli scintoisti in Giappone, senza dimenticare gli eco-hippies che si riuniscono nei parchi per abbracciare i platani e le sequoie giganti. La dea Diana era una quercia del bosco, la più bella, attorniata dalle sue ninfe cacciatrici ; Giove stesso pronunciava i suoi oracoli nel fremito del bosco di Dodona e l’ulivo era l’albero sacro a Minerva. Molte ninfe, molti umani furono tramutati in alberi, fiori, giunchi… Dafne, Narciso, Mirra. Gli alberi sono un simbolo di longevità e placida (in apparenza) resistenza, sono l’intermediario tra l’eternità e l’effimero. Muoiono d’inverno e risorgono in primavera, si caricano di frutti, offrono riparo a varie creature e ombra nelle giornate afose d’estate.

Platone, nella sua Repubblica, aveva assimilato l’uomo ad una pianta celeste le cui radici affondano nell’imperituro e perfetto mondo supra-lunare, fin nel cuore del Divino Demiurgo, il domatore di Caos, il creatore del Cosmo ordinato e delle Idee, che si riflettono in Forme nel mondo sublunare inevitabilmente destinato alla corruzione e popolato dai fragili e ambiziosi uomini. Le radici dell’uomo sono divine, ma il suo corpo cresce, evolve e muore nel mondo del cambiamento perpetuo. Da qui l’amara riflessione sema sôma che segnerà per tanti secoli la divisione tra il corpo e l’anima : il corpo, mortale, è la tomba della scintilla divina, l’anima.

Gli Stoici si sono ispirati da Platone per sviluppare una concezione della vita molto diversa. Per loro, l’uomo è sempre una pianta celeste, ma la cui radici partono dalla terra per elevarsi fino in cielo. Dio è immanente al mondo, ha dato all’uomo il corpo, uno strumento da non spregiare né elogiare troppo e l’uomo, attraverso un’educazione dello spirito, può elevarsi verso il divino, può diventare un degno custode della scintilla divina, un invitato grato e allegro alla festa della vita, come dice Epitteto. Provo molta ammirazione per questo filosofo che ha insegnato con fervore e pietà la dottrina stoica, o piuttosto una vera e propria filosofia di vita fondata sulla libertà dello spirito. Libertà dalla paura, dal desiderio, dagli errori della mente. Purtroppo non ho la sua forza d’animo né la sua fede e oscillo come Seneca tra la mia volontà di migliorare e i miei difetti meschini che mi ottundono la mente.

Epitteto parla di preparazione al viaggio della vita e Seneca avverte di non disperdere le proprie energie rincorrendo mete impossibili. È inutile cercare la pace del cuore in altri orizzonti, poiché ci trasciniamo sempre dietro le nostre catene e non possiamo fuggire da noi stessi : le portiamo a spasso, tutto qui. E facciamo abbronzare le nostre maschere.

Viaggio per fuggire ? Sì. Quando chiudo la porta di casa e mi ritrovo nei meandri delle strade, camminando come se non dovessi tornare mai, è come se riuscissi per un istante ad evadere dalla gabbia di vetro delle mie assurde paure di vivere ; c’era una frattura, sono gocciolata via prima che si richiudesse, appendendo un bigliettino : “Torno tra cinque minuti”. Se non viaggiassi, se non incontrassi altre realtà, altre anime, altri corpi, mi prosciugherei, diventerei un miserabile rametto rinsecchito dal bigottismo. People are strange, when you’re a stranger…

Passeggio per Parigi, proponendo i miei servizi come insegnante itinerante di letteratura ed entro in quartieri, in case nelle quali non mi sarei mai avventurata in passato, ovattata com’ero nei miei pregiudizi ed illusorie sicurezze.

Pioveva e la pioggia risuonava come un carillon sul mio ombrello. Pensavo a te, alla tua espressione vivace e impertinente mentre ti sospendevi sul carrello della spesa pieno fino all’orlo, dicendo con un sorriso che, finché c’era abbondanza, si doveva festeggiare e condividere con i vicini, poi sarebbe venuto il tempo dell’acqua e farina. Non eri riuscita a vendere i tuoi libri universitari e già le stelle negli occhi pensavi a come avresti potuto trasformare quella carta in pitture e bambole di cartapesta per il tuo nipotino in arrivo. «Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”. Mi hai chiesto quando sarei tornata, tornata per davvero e di nuovo mi hai legato a te con un sottile velo di desideri, di progetti da realizzare insieme, di parole taciute e perse, il mio canto delle sirene. Eppure, era già tempo di ripartire, di prendere una strada diversa e al momento dell’arrivederci, inaspettatamente, mi hai stretto a te in un abbraccio, fino a farmi male, a pungere il cuore.

Citofonai all’interno 23, chiusi l’ombrello e salii lentamente le scale. L’accoglienza fu cordiale. La famiglia aveva un cane e un coniglio (mutante? chissà). Quando varcai la soglia della porta, il cane ringhiò, temendo la sconosciuta. Non ebbi paura, stranamente. Realizzai che anch’io, quand’ero spaventata, ringhiavo all’incognito. E poi, ero più grande io (se fosse stato un dobermann, mi sarei preoccupata). Provai una gran dolcezza per quel batuffolo di pelo e dopo qualche annusata di mano, il cane iniziò a farmi le feste, come se fossi di casa, se ci conoscessimo da una vita. Finita la lezione, salutati tutti e di nuovo per strada, compresi che ti avevo ritrovato nei miei gesti e che mi avevi insegnato un piccolo segreto di vita.

Un giorno capirò che i vuoti della mia anima crivellata di desideri e pazzie fanno parte di me, che non posso colmarli tutti, ignorarli e fingere che tutto sia integro e perfetto, senza contrasti stravaganti e tempeste emotive. Trascino il corpo come se fosse un peso, quando in realtà è la testa, piena di vorticose idee sulfuree ed inesatte, ad appensantirmi, a frenarmi. Mi hanno sempre ripetuto che l’intelligenza compensava la debolezza delle gambe, ma non è vero. Se fossi intelligente, non cercherei di essere sempre qualcun altro. E un calcio nelle palle lo posso sempre dare. Tiè.

Un giorno pianterò le mie mani nella terra e diventeranno radici che mi ancoreranno alla vita. Non so cosa spunterà, forse una barbabietola, un ravanello piccante, un intrepido cespo di rughetta insaporita dalla pipì della volpe che non riuscì a cogliere l’uva e allora imparò  a sorseggiare il vino e dadumdadidadadadum, andò a ballare nelle strade indiavolate di New Orleans.

Le nuvole passeranno, cambierò colore ad ogni stagione, la pioggia scorrerà su di me e in me, gli scoiattoli correranno sul mio tronco, nidi di merli popoleranno i miei rami, tuberanno le tortore di Turchia e dannazione, mille pennuti copriranno di cacche volanti le mie tenere foglie. Avengers, come and save humanity stupidity.

La libertà è pericolosa, ma questa è un’altra storia, un’altra storia.

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6 responses to “Philosophical roots

  • cassettino

    che dice che chi non ha testa abbia gambe e viceversa. sai che non ci credo tanto?

    mi fece tanto ridere tempo fa quando acquistai le mie prime scarpe per correre della Asics: Anima Sana In Corpore Sano. che scemi questi giapponesi; e non la smettevo di ridere.

    se la testa pesa troppo ne soffrono le gambe.
    che facciamo, ci irrobustiamo in basso?
    naaaa, non ora. intanto alleggeriamo in alto.
    se la testa è fatta a cassetti usiamoli pure ‘sti stipi.

    mi viene da pensare questo.

    • kodamae

      Ahahah! Mi torna in mente una favola sulle scarpe magiche che permettevano di correre ad una velocità supersonica. Le pubblicità della Nike, invece, sembrano dire che con i loro scarponcini ai piedi, si diventa subito atleti strabilianti. A volte la testa è un armadio disordinato dove è stato stipato tutto ciò che si vuole nascondere e le ante crollano. Ma mi è sempre piaciuta l’idea dei cassetti nella mente 🙂
      Anch’io non credo a questo teorema delle gambe e dell’intelligenza. L’umanità è molto più varia. Fin da piccola ho sempre riso quando i medici mi propinavano questa scusa, immaginavo teste che rotolavano ridendo sui pattini, rincorse da grandi piedi occhialuti.

      • cassettino

        èh, magari. dietro le scarpe per correre c’è tutta una teoria fantasmagorica, ma gli esperimenti di mercato è meglio lasciarli fare (mi ricordo – cambiando sport – la pubblicità di un pallone della Nike “più tondo” degli altri).
        non so se ti sorprenderà o ti sembrerà naturale, ma correre è una pratica di testa più che di corpo. pare una banalità dirla così, ma ci sono tante questioni mentali da considerare e che sono presenti in altri sport solitari. credo che nel complesso delle loro differenze anche il nuoto abbia qualcosa di simile (non sapendo nuotare vado per ipotesi), e anche la bicicletta.

        teste giganti e occhialute sui pattini. ne avresti dovuto parlare con Platone; vi sareste intesi.
        🙂

      • kodamae

        Eh, con Platone è una lunga storia d’amore e d’odio, soprattutto dopo lo scherzo degli Androgini. 🙂
        È vero, ci vuole una particolare attitudine spirituale per gli sport solitari, tanta pazienza e perseveranza. Mi ricorda un libro che lessi tanto tempo fa, di Alan Sillitoe, “The Loneliness of the long distance runner” e Murakami con il suo “L’arte di correre” (anche un po’ Forrest Gump, lo ammetto). Mi piacerebbe girare la Scozia in bicicletta, quando avrò messo la testa a posto 😀

      • cassettino

        a mia nonna ho raccontato la storia dei bachini delle orecchie che se non li togli di notte escono, si intrufolano e mangiano il cervello. ma rideva, non ho capito se ci ha creduto oppure no. dice che sono giucco.
        (ora rido io però).

      • kodamae

        Ahahahahah! Fantastico! Potrebbe essere un ottimo caso per X-Files 😀 Ora posso spiegarmi il perché delle ragnatele nella testa.
        A mia sorella, animata da una divorante passione per le scarpe, ho raccontato del mocassino magico e della sua formula preferita “Ucci ucci sento odore di scarpucci”. Ora continua la saga millepiedi.

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