Nothing Less, Nothing Left

Non sapevo più dov’ero. Davanti a me si diramavano infiniti corridoi di cui non riuscivo a distinguere la fine. Non un raggio dui luce, né il più leggero spiffero di vento che potesse guidarmi verso l’uscita. Quale scegliere? E se mi sbagliassi, mi perdessi nel labirinto e non riuscissi mai a tornare? I battiti  in fondo al petto diventavano assordanti e il mio stesso respiro mi infastidiva, perché mi sembrava estraneo, irreale. Era lì a ricordarmi senza sosta che ero ancora viva, nonostante tutto, nonostante il silenzio dei sensi.

Mossi un primo passo indeciso, mi addentrai in un tunnel. Mi scontrai contro un muro ruvido e gelido che mi ferì le mani e sbucciò le ginocchia : impossibile proseguire oltre. Vacillante nell’oscurità soffocante, tentai di ritornare al punto d’inizio, ma il corridoio si deformava, si contorceva e sembrava perdersi nel ventre della terra. Trovai un cunicolo secondario che mi aspirò nella sua morsa misteriosa : era stretto e umido,  le pareti si dilatavano e restringevano come le fauci di un mostro assopito, ma pronto a scattare per divorare la sua preda. Dovetti stringere le spalle, chinarmi e strisciare per continuare, continuare dove? Provavo l’angoscia della volpe braccata dal cacciatore che ha deciso di affumicare il suo rifugio per stanarla. Più volte fui sul punto di soccombere, di fermarmi e lasciarmi morire nel buio, ma i miei muscoli si stiravano, si contraevano infaticabili, indifferenti al dolore, determinati a trascinarmi fino alla fine.

Nella mia testa risuonava una melodia ossessiva e lontana, come la voce degli alberi in una notte di tempesta e nubi lacerate dal vento violento.

It hurts to feel
It hurts to hear
It hurts to face it
It hurts to hide
It hurts to touch
It hurts to wake up
It hurts to remember
It hurts to hold on

Turn my head

The hurt’s relentless
The hurt of emptiness
The hurt of wanting
The hurt of going on
The hurt of missing
The hurt is killing me

Turn my head
Off
Forever
Turn it off
Forever
Off forever
Turn it off forever

Ever blind

Non riuscivo a dissiparla dalla mia mente annebbiata. Ero cieca e sorda,  una solitudine infinita stringeva le sue dita scheletriche attorno alla mia gola, eppure continuavo ad allungare tutte le membra martoriate verso quel flebile bagliore che intravedevo laggiù. Ingoierò il sole, ingoierò il sole e tu svanirai.

Sprofondai nella terra e caddi, caddi fino a toccare il cuore dell’oceano. Persi conoscenza ed il mio corpo inerte si lasciò portare dalla corrente come le fantomatiche meduse informi in perpetua deriva. Nel silenzio delle profondità insondabili dell’animo, la voce delle onde, attutita dal grembo materno del mare, mi cullava dolcemente e mi incitava a riprendere gli spiriti : Vivi, vivi. Risvegliati. Aprii gli occhi e fui risucchiata in una voragine. Era l’inferno? In quale girone mi trovavo?

 Mi aggrappai ad un filo spinato ed urtai una parete metallica : un altro tunnel  freddo e deserto, in apparenza. Scoprii che la mia ombra claudicante mi aveva abbandonato, era annegata vicino ad uno scoglio. Il disagio, al contrario, aveva resistito ; come una pianta rampicante si era inerpicato sulle mura impervie della mia ostinazione e della mia paura di vivere, aveva sviluppato robuste radici e si era incastonato in un anfratto inespugnabile. Tutto intorno a me, risuonavano parole taglienti come lame, erano pugnali dritti al cuore che non mi lasciavano tregua. Il mio volto si sgretolò, lasciando posto ad effimere maschere dai sorrisi grotteschi e dai colori sgargianti. Sotto ai miei piedi, scricchiolavano e gemevano i sogni infranti, mentre le mie impronte venivano confuse e cancellate da una mano impietosa. I visi delle persone amate si scagliavano contro di me per azzannarmi, deridermi, umiliarmi e poi svanivano nel nulla.

Ricordai i miei ricorrenti incubi d’infanzia : per quanto tentassi di cambiare la storia, di piegare il subcosciente al giogo della razionalità in un dormi-veglia agitato, finivano sempre con il prendere il sopravvento, imponendomi di scegliere. Le ombre mi perseguitavano, mi tormentavano, mi spintonavano finché non cadevo a terra e mi risvegliavo di soprassalto, in preda al terrore nero. Tornavano senza sosta all’attacco, ogni notte, fino a che, sfinita e pervasa da una disperata serenità, decidevo di smettere di fuggire e di affrontare i mostri : cosa volete dirmi? cosa state cercando di dirmi? E le ombre inferocite dalla vile indifferenza si ammansivano, mi prendevano le mani per riscaldarle e dar loro vita prima di dissiparsi in un sorriso, felici di non essere più imbavagliate dal dovere.

Volti che ho imprigionato nella paura dela morte, andate liberi. Volti che ho respinto e ferito, andate in pace. Che le vostre bocche mi coprano di baci e mi rivelino il cammino verso la verità. Perché sono ancora cieca, ho la mente confusa da troppi desideri che non mi appartengono ed ansimo e scivolo sulle ripidi falesie dell’esistenza, sulle quali si abbatte il mare ruggente, mentre i gabbiani planano imperturbabili ed egoisti tra i riflessi cristallini del cielo.

Ombre, io non accetto compromessi e mezze verità. Voglio stringere l’essenza del tutto, divorare le nuvole ed inebriarmi di vento. Denudatemi, spogliatemi di ciò che non sono io. Aiutatemi ad essere vera, a fiorire, a morire. Non voglio essere solo l’eco di un estraneo, voglio gridare, scoprire la mia voce.

Progressivamente, il cunicolo si fece più ampio e potei riprendere a camminare. All’ improvviso, una brezza leggera mi colpì il viso. Quanto tempo era trascorso? Attimi sgretolati, giorni dopo giorni, mille vite? Ero ancora viva? Ero io?

Teneri fili d’erba fresca mi stuzzicarono i piedi. La notte mi strinse in un  abbraccio di profumi, rischiarato qua e là da qualche lucciola dispersa tra le stelle. Percorsi un piccolo sentiero immerso nella vegetazione. Foglie di verbena, ortiche, borraggine, dente di leone, fragoline di bosco e canne secche fremevano al vento, tra i rovi di more. Avevo lasciato la palude alle mie spalle. Un torrente sotterraneo mormorava canti ancestrali, mentre l’impallidire dell’oscurità annunciava le prime fredde scie dell’alba. Un galletto intonò un timido chicchirichì, interrompendo l’usignolo solitario che si divertiva a svegliare le civette. La sabbia e le roccie lasciarono il posto all’argilla inumidita di pioggia, poi all’asfalto divelto dalle radici delle graminacee e dei pini grigi. Papaveri rosso fuoco maculavano le erbe alte ai bordi della strada. Risalivo il pendio che mi avrebbe portata di fronte al cancello di casa.

La mia casa era l’ultima della strada ad avere la luce : il resto si perdeva nell’oscurità, a causa di lampioni abbandonati a loro stessi. Dicevano che là in fondo si nascondesse l’uomo nero che rapiva i bambini cattivi. Io li vedevo spesso gli uomini neri, agili e silenziosi come pantere, scendere e sparire dietro all’angolo, con i loro enormi sacchi in plastica blu e neri, i loro occhi spalancati e le loro larghe bocche che si aprivano su denti bianchissimi. Non erano bambini, quelli che portavano nei loro pesanti ballotti caricati sulle spalle, ma pregiudizi. Mi ci volle tanto per capirlo.

Un uomo in caftano, dall’andatura dignitosa nonostante il pesante bagaglio e la candida barba,  stava scendendo la strada mentre io arrancavo lentamente in salita ;  incrociò il mio sguardò e mi lanciò un sonoro “Buongiorno!” , ma dopo avermi scrutato l’anima,  aggiunse con uno splendido sorriso “Hay, hay! Engiei, engiei! Ti ricordi di me? Tu eri piccola così, un tempo. Engiei, engiei, non dimenticare.”

Improvvisamente, mi sentii a casa. Qualcuno mi aveva riconosciuto, mi aveva dato un nome. Ero felice. Ero viva.

Giunsi infine al cancello bianco che segnava il limite della proprietà.

Probabilmente mi aveva scambiata per qualcun altro.

There’s no savin’ anything
I was swallowing the shine of the sun
There’s no savin’ anything
How we swallowed the sun

But I won’t be no runaway
‘Cause I won’t run
No, I won’t be no runaway
What makes you think I’m enjoyin’ being led to the flood?
We got another thing comin’ undone
And it’s takin’ us over

We don’t bleed when we don’t fight
Go ahead, go ahead throw your arms in the air tonight
We don’t bleed when we don’t fight
Go ahead, go ahead lose your shirts in the fire tonight

What makes you think I’m enjoyin’ being led to the flood?
We got another thing comin’ undone

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: