Toilet Saga (hands clean, please)

In seguito alla straordinaria nevicata che imbiancò Roma lo scorso febbraio, gli alberi del nostro giardino condominiale sono stati elagati – anzi, addirittura spennacchiati : ora somigliano ad uno spazzolino per il bagno, come osservò molto romanticamente mia sorella, puntato verso l’orizzonte per spazzare via il sole morente. I pini del comune, invece, sono rimasti abbandonati a loro stessi, con i poveri rami rotti e le chiome bruciate dal freddo.

In Francia, quando uscì la saga Twilight, ci furono molti malintesi. Infatti, a causa del bel accento francese, il primo titolo della famosa serie veniva spesso confuso con “Toilettes“. Una ragazza venne così indirizzata verso il bagno dalla libraia che aveva mal interpretato la sua richiesta. Certe coincidenze mi fanno proprio sorridere.

Non so perché, per discutere di problemi importanti, le persone scelgano spesso i bagni pubblici.  Ad esempio, almeno una decina di anni fa andava in onda la serie Ally McBeal, dove tutti gli avvocati un po’ matti esprimevano la loro visione della vita attraverso le porte dei bagni misti.

Forse questo show televisivo riposava proprio sulla realtà. Non ho mai capito perché, nel mio liceo, le ragazze amassero ritrovarsi durante l’intervallo nei bagni per chiacchierare. Non lo trovavo un ambiente molto congeniale alla conversazione, senza parlare delle amiche che discutevano allegramente mentre una di loro reggeva la porta all’altra (i lucchetti erano stati disintegrati da un troll delle montagne). Non c’era alcuna intimità, tutte potevano origliare ed intervenire più o meno opportunamente se volevano. Forse era solo cordialità. Lo so che Freud, nella sua interpretazione dei sogni, considerò il bagno come un simbolo della liberazione da un pesante segreto ; per me, tuttavia, è più una tortura psicologica : tengo gelosamente nascosta la mia scatola di Pandora e sono anche emotivamente stitica. Tutto si spiega.

Per quanto possibile, quindi, evitavo sempre di recarmi fin laggiù. Eppure, a volte, la necessità la più assoluta mi spingeva ad addentrarmi in quell’antro degli orrori. In tali occasioni, di solito, ne succedevano di tutti i colori.

Durante l’intervallo, un ragazzo si precipitò nel bagno, si chiuse in una cabina ed iniziò a gridare e piangere : era in piena crisi esistenziale. Il loculo che aveva scelto come confessionale si trovava proprio accanto al mio. Non sapevo come fare. Mi sentivo un’intrusa. Un amico lo stava consolando, mentre la sorvegliante si era precipitata a controllare la situazione e tentare di lenire il dolore con i suoi saggi consigli da adulta. Si era appoggiata proprio sul mio sportello : ero in trappola. Fra poco, il campanello avrebbe suonato e sarei dovuta ritornare in classe di francese. Come fare? Mi contorcevo le mani dall’imbarazzo, tentando di non origliare, sperando con tutto il cuore che tutto si sarebbe aggiustato nel più breve dei tempi. Non fu così, purtroppo. La conversazione con l’adolescente in crisi si dilungava, si approfondiva e sembrava non finire più. La campanella suonò ed io ero ancora lì dentro, a scrutare ogni minimo movimento della sorvegliante per trovare una via d’uscita. Alla fine, non ressi : diedi un piccolo colpo sulla porta per segnalare la mia presenza, uscii come se niente fosse sotto i loro sguardi sorpresi, mi lavai le mani e mi avviai in classe, pallida come in chicco di riso. Un minimo di igiene è sempre necessaria per conservare la propria dignità.

Un’altra volta, all’università di Biologia, mentre passavo rapidamente per il corridoio del settimo piano, quello deserto, con gli scaffali pieni di boccali contenenti inquietanti forme di vita conservate sott’olio, udii ad un tratto una voce femminile che si elevava dal bagno  Pensai al fantasma  lagnoso di Harry Potter. Riconobbi poi il timbro particolare : si trattava di una ragazza che frequentava il mio stesso corso sugli Invertebrati. Stava cantando a squarciagola Lady D’Arbanville di Cat Stevens, quando si interruppe, gridando una serie di eleganti improperi in francese, perché mancava la carta igienica. Avendo percepito l’eco dei miei passi, mi interpellò :

-Ehi, tu che stai passando! Per piacere, non avresti dei fazzoletti? Pure le scimmie hanno le foglie nella giungla in questi casi e noi niente!

Risi e le lanciai il mio pacchetto di fazzoletti sopra lo sportello. Intanto, altre sue amiche erano accorse e poco dopo si ritrovò sommersa da una pioggia di kleenex. Il lavandino era una vecchia vasca (pensai ad un abbeveratoio per cavalli) e il sapone per le mani riposava rosa e viscido in un bicchiere di plastica per il caffè. I bagni del modernissimo e coloratissimo Atrium, invece, erano interamente nuovi e neri, soffitto, mattonelle, lavandino e tutto il resto : emanavano una lucentezza infernale e suscitavano un senso di irrealtà difficile da dimenticare una volta ritornati nel mondo normale.

Mi ricordai di una sera in cui stavo ascoltando la radio mentre ti scrivevo una lettera : le animatrici ricevettero una telefonata da un ragazzo che era rimasto incastrato nei bagni da più di mezz’ora, mentre in casa degli amici la festa era all’apice e quindi nessuno sentiva le sue grida d’aiuto. Poiché tutti stavano ballando al suono di quella stazione radio, si sentì in diretta il salvataggio del malcapitato : tutti partirono alla carica esclamando “Vieniamo a salvarti noi!” e poi un frastuono di spallate e cardini che cedevano. Era stato divertente.

Un Cina, i bagni sono alla turca, in genere. A volte, nelle campagne non ci sono sportelli, solo muretti di separazione poco più alti del gomito. Non c’è elettricità : una gentile vecchietta può orientare la sua torcia sul bisognoso per dare un po’ di luce.

A Montréal, in genere sono molto puliti e riscaldati : persino i bagni di un bar grunge e ribelle come Les Foufounes Électriques  erano lindi, nonostante fossero coperti di tag, graffiti, disegni e aforismi filosofici.

Diverse concezioni dell’intimità.

E non comprendo nemmeno le letture da toilettes, nonostante alcuni li considerino una stanza tutta per sé dove potersi svagare sfogliando un giornale (che poi gentilmente ti tendono all’uscita).

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