Panda Gangsta (Commas up, this is a hold up)

In un angolo di Montmartre, pronto per un agguato

Una volta lessi un libro molto simpatico di Lynne TrussPanda Eats, Shoots & Leaves: The Zero Tolerance Approach to Punctuation, a proposito degli errori di punteggiatura che possono a volte stravolgere il senso di una frase. Il titolo è tratto da un articolo di enciclopedia sul panda, che sarebbe rimasto molto banale, se non fosse stato per quella malcapitata virgola tra il verbo e il suo complemento oggetto : così,  il panda non si nutre più di germogli e foglie di bambù, ma si arma di rivoltella e come un gangster, mangia, spara e se ne va. Il panda armato, per Lynne Truss, diventerà il giustiziere mascherato della punteggiatura bistrattata, difesa con tanta ironia  e pedagogia.

La dedica del libro rivela già l’assurdo potere delle virgole :

To the memory of the striking Bolshevik printers of St. Petersburg who, in 1905, demanded to be paid the same rate for punctuation marks as for letters, and thereby directly precipitated the first Russian Revolution.”

Pensai ad una mia compagna del liceo che non sapeva cosa fosse il punto e virgola ; tant’è che si divertiva ad usarlo a sproposito, accostando un punto ad una virgola. Si giustificava ricordando che persino Rimbaud, nelle sue lettere ad Izambard, tra cui la celebre Lettre du Voyant, usò più volte un punto esclamativo seguito da una virgola. Il poeta voleva ribellarsi al  linguaggio terribilmente convenzionale di allora e nella foga di esprimere la sua visione poetica stilava un bel punto esclamativo, come una sfida, in mezzo alla frase. La modestia della ragazza mi colpì.

La scrittura moderna sembra improntata sulla brevità delle frasi, chiarezza e semplicità delle costruzioni sintattiche, linguaggio spesso colloquiale o comunque di uso quotidiano.

Ho finito di leggere The Catcher in the Rye, di J. D. Salinger, pubblicato nel 1951 : il talento  dello scrittore, a mio avviso, è stato di offrire una visione del mondo dal punto di vista di un adolescente ribelle e dal gran cuore, Holden Caulfield, con un linguaggio adatto al giovane protagonista-narratore.  Ripensai a Clockwork Orange di Anthony Burgess, romanzo distopico uscito nel 1962 e ritrovai alcune similitudini: un linguaggio unico (slav-slang o0 nadsat), un protagonista ai margini della società, un ritratto impietoso del mondo adulto, una critica della Bibbia (Alex, in prigione, si diletta a leggere l’Antico Testamento perché ritrova molti istinti e passioni dell’uomo : battaglie, sesso e selvagge danze di vittoria). Holden non riesce ad inserirsi nel mondo normale, popolato ai suoi occhi da persone fanfarone o più spesso vanesie, meschine, mentitrici, ambiziose, violente, pervertite ed ipocrite. Pochi personaggi sfuggono al suo odio : Allie, il fratellino poeta morto di leucemia, Phoebie, la sorellina molto intelligente, Jane Gallagher, temibile giocatrice di scacchi che vorrebbe chiamare, ma non è mai dell’umore giusto per farlo. Holden è generoso, ma nutre ideali troppo alti.  Holden scrive bene, è dilaniato da sentimenti contrari, oscilla tra l’esaltazione più bella e la depressione più buia e commette molte sciocchezze. L’autore non interferisce mai per dare giudizi morali o esptimere il proprio pensiero : mostra al lettore i tormenti dell’adolescenza. Holden è un Rimbaud di New York. Non sopporta la falsità di chi predica bene e razzola male.

Ieri, prima di partire per Roma, ho passeggiato per tutto il LungoSenna e sono di nuovo passata come sempre per il Pont des Art, dove un tempo si riunivano gli artisti squattrinati con le loro chitarre per brindare al sole i ncalici di plastica colmi di champagne o sidro da due soldi, girati verso l’isola di Notre-Dame o sull’invetrata del Grand Palais. Ora c’è uno stucchevole ammasso di lucchetti e a tratti la rete in bronzo è stata squarciata, forse da qualche amante respinto. Moccia, ti odio ferocemente.

Se a metà del secolo scorso era rivoluzionario usare il linguaggio popolare o un’espressione scarna e cruda nel romanzo,  oggi è divenuto molto comune.  Tuttavia, molte volte questa liberazione non è più usata ad arte, bensì diventa la scusa per una spontaneità che non ammette ritocchi,  è un inno al miracolo della scrittura di getto. Non siamo tutti Mozart. I Salieri sono molti di più.

Qualche anno fa, mi divertiva guardare insieme a mia sorella un drama giapponese degli anni Novanta, una specie di “Sliding Doors” nipponico molto divertente, intitolato “Long or short?” : raccontava le vicissitudini della protagonista, a seconda dei capelli lunghissimi o cortissimi. Naturalmente, l’alter-ego con i capelli più corti, più spigliata e moderna, vinceva la sfida.

Meglio lungo o breve? Oggi la comunicazione via Internet ci spinge a sviluppare  incredibili doti sintetiche  ed umoristiche per colpire il più gran numero di lettori nel più breve tempo possibile per raggiungere la celebrità : Twitter, Facebook, blogging vari. In quanto ai post, in particolare, consigliano di non superare una certa lunghezza per non scoraggiare il lettore che va di fretta. Il piacere sta nella brevità dell’espressione  e nell’immediatezza della comprensione (“un po’ come il porno, insomma, tranne per le dimensioni”, direbbe un mio amico) . Interessante esercizio creativo. Ma ogni tanto ho voglia di scrivere post chilometrici e sconclusionati, come questo. E comunque, anche se un post è breve, non significa che non si debba riflettere sui termini da usare o cambiare più volte una frase finché non piace. La scrittura è tempo e riflessione, per me.  Come la lettura. Entrambe necessitano di pazienza, apertura, ascolto  e osservazione.

Mentre aspettavo di imbarcarmi nell’aereo per Roma, un bambino francese gridò entusiasta alla madre :

-Mamma, ma la gente a Roma abita nei templi e nelle rovine, vero? Voglio dire, in case di pietra?

– Nelle rovine no, amore, però in case di pietra sì…

Forse abitava in una casa di zucchero e pan pepato. I veri padroni del foro romano ora sono i gatti randagi.

L’indomani, prendendo il mitico 913 per tornare a casa (abito alle pendici di un parco naturale, sopra un monte,  dove pascolano le pecore e girano le volpi di notte ; ogni volta che mi intrufolo dall’entrata secondaria e vado a passeggiare nel bosco, mia madre teme che io venga divorata dai cani randagi), alla fermata di fronte all’Istituto Don Orione, la nostra carovan-bredamenarinibus fu assalita da una orda di liceali affamati e soprattutto maleducati : spinte bestemmie, grida da stadio, botte.

Altro che case di pietra. Alcuni vivono in caverne con l’antenna satellitare perennemente sintonizata sulle partite di calcio.

Lo sento, andrò a vivere con gli orsi in una casupola di legno affacciata sul lago Baikal, in mezzo alle steppe bordate di foreste di conifere.

Un barattolino di miele selvatico per chi ha avuto la pazienza di leggere sin qui. Don’t shoot the pianist, he’s doing the best he can. Ovviamente, se siete dei Panda, i vostri proiettili sono benvenuti.

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4 responses to “Panda Gangsta (Commas up, this is a hold up)

  • cassettino

    anche se non mangio granché dolci gradisco il miele (soprattutto quello amaro – corbezzolo e castagno). accetto volentieri.

    è una cosa buffissima. con la moda delle scuole di scrittura creativa copiata dai corsi universitari americani si ha un gran proliferare di gente che scrive per frasi che durano si e no mezzo rigo; dice facciano più scena, che abbiano più impatto.
    uno dei più grandi miei amori letterari è Saramago. certo, non brilla per semplicità sintattica, e il suo aver abolito nei romanzi ogni forma di punteggiatura tranne virgola e punto è significativa. si trovano frasi lunghe una pagina e mezzo regolate solo da virgole e, casomai, qualche maiuscola. eppure dopo trenta pagine di esercizio ci si abitua e sembra tutto naturale (questo non accade a tutti, ma a molti sì).
    un altro mio amore è Carver. i suoi racconti – sia quelli rimaneggiati dai suoi editori che quelli integrali – presentano una forma sintattica completamente opposta: brevità, concisione, “secchezza”. eppure questa secchezza non è mai fine al puro spettacolo, bensì possiede un’armonia spontanea che non squilibra né le singole frasi né i racconti in sé.

    a volte penso sia una questione di ritmo.
    quando facevo il liceo mi ritrovavo a scrivere temi di tre-quattro frasi. quando conobbi Saramago (al primo anno di università) mi venne un gran sorriso, perché mi ci rivedevo tanto. eppure la mia “forma” era completamente sballata. me ne sono accorto continuando a leggere autori su autori; i mutamenti sono venuti da soli, soprattutto per autocritica. non che creda di scrivere bene, però quando mi rileggo per correggere i racconti mi sento “più pulito” che un tempo. il lavoro a riguardo, comunque, non può mai finire; è difficile che sia del tutto contento di quel che scrivo.
    ma dicevo del ritmo: ho l’impressione che quando uno scopre il proprio – e che lo scopra davvero – tutto riesca più semplice e sincero. e ho l’impressione che non ci sia scuola che possa insegnare questo a nessuno.

    dilungarsi per dilungarsi, va da sé, non serve a niente. hai mai letto Piperno? cristosantoetuttigliangioletti.
    se c’è una cosa che penso è che sia – personalmente parlando – davvero necessario contrapporsi anche solo per partito preso, in maniera del tutto illogica, contro le mode vigenti di volta in volta. ma non come anti-moda, ma come, non so, punto di equilibrio esterno; come un satellite geostazionario. a sinistra può guardare la luna, a destra può guardare la terra, ma nel frattempo rimane al suo posto, si fa i cazzi suoi fuori sia dalla bolgia che dalla solitudine ostentata; e nessuno lo vagheggia né infastidisce.

    èhèh, un’altra volta in cui mi sono dilungato troppo.

    • kodamae

      Ottima scelta. In Canada c’erano tante varietà di miele… un giorno avrò una casa in campagna con un castagneto e le api ; gli amici saranno liberi di passare a trovarmi. Mi riserverò solamente una stanza tutta per me o un angolo di giardino dove poter pensare con calma e soddisfare il mio bisogno di solitudine (mi piace molto stare in compagnia, ma spesso devo ritirarmi in tranquillità per ricaricare le batterie).

      È sempre un piacere leggere i tuoi commenti, sono ricchi di riflessioni e nuove scoperte. Hai ragione, è una questione di ritmo, come disse anche Virginia Woolf. Una volta che si è scoperta la propria voce, la scrittura si libera progressivamente di alcune influenze troppo palesi e incertezze stilistiche.

      La prima volta che lessi Saramago, rimasi senza fiato. Ho aspettato tanto prima di avvicinarmi a quest’autore, perché pensavo di non avere ancora la maturità necessaria per comprendere bene i suoi testi, ma la sua lettura è stata illuminante. Anche lo stile tagliente di Carver mi piace molto. Piperno mi sembra voler seguire Proust nella strada delle lunghe digressioni dettagliate, ma la sua scrittura mi stanca presto e mi spazientisce (è uno dei pochi autori dei quali non sono riuscita a finire l’opera)…

      Si, stavo proprio pensando agli innumerevoli corsi di scrittura che ultimamente spuntano come funghi : ad esempio, la scuola Holden. Sembra sempre che, applicando le loro ricette di scrittura, si diventerà senza dubbio il prossimo Stephen King. Propinano regole come se fossero verità assolute e io odio per principio questo atteggiamento ottuso. Hai letto Giulia Carcasi? Ne avevano parlato molto bene, ma la sua scrittura non mi ha convinto molto.

      So che ho ancora molto da imparare per scrivere decentemente : a volte esagero con le virgole (ci sono molte pause trai i pensieri), spesso mi lancio in frasi infinite (ricordo ancora un periodo di 18 linee in un tema di francese che scandalizzò la mia professoressa), sono imprecisa nelle mie parole e non so dividere bene i miei paragrafi.

      Molto bella l’immagine del satellite tranquillo ed indipendente 😀

      • cassettino

        il punto (nero) è che chi esce dalla Holden o da quali altre scuole siano sarà, effettivamente, il nuovo Stephen King; almeno per un po’. non per una questione di capacità e qualità del prodotto finito, ma perché chi punterà su tali autori (editori, giornalisti, recensori) farà parte del medesimo mondo che ingloba anche la scuola di scrittura stessa.
        è un modo come un altro per vendere, e sta un passo avanti alla filosofia Montanelliana del dare al lettore ciò che si vuole sentir dire. qui si tratta di creare e pubblicizzare il mercato ancor prima di doverlo assecondare con un prodotto finito.

      • kodamae

        Quanto è vero. Anche se tale strategia marketing è molto intelligente e ben studiata (non differisce molto dall’idea di programmi come X factor e cloni vari), quest’aspetto dell’editoria a successo mi rattrista. Infatti, vengono pubblicati molti libri che, a mio avviso, rappresentano unicamente un deprecabile spreco di carta (quanti kodama sacrificati all’altare dell’intrattenimento mercenario). È deleterio sia per lo scrittore che per il lettore : tutto un ingannevole gioco di lusinghe per l’ego che viene spudoratamente spacciato per “incentivo culturale in favore della creatività letteraria”, come se fossimo polli cresciuti in batteria nell’attesa della solita beccata. È vero che David Foster Wallace frequentò per un certo tempo un corso di scrittura… ma è più un’eccezione che una regola.

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