Archivi del mese: aprile 2012

No Motion – Laki Mera

Moving up high makes it difficult to focus
What’s going on for the people below?
Climb down the webbing taking care not to be noticed
If we prepare, we cannot be lost

Come and listen near, I’ll let you in on a few notions
Be and listen near, compare the twisting with no motion

Starting again with the greatest of intentions
Knowing you’re there is enough to help us on
Repeating the movement ‘til it becomes second nature
Can only allow more space to be

Come and listen near, I’ll let you in on a few notions
Be and listen near, compare the twisting with no motion…

Annunci

Suspended Lovers

Mia sorella torna sempre a casa con uno rosario di aneddoti da sgranare quando siamo tutti riuniti per cena, soprattutto da quando frequenta l’ultimo anno di Cinese all’INALCO di Parigi. Nutre un particolare affetto per la professoressa Jiao, dinamica e spavalda, libera dalle piccole paure del corpo insegnante perché vicina alla pensione ormai : l’esperienza nell’insegnamento le ha regalato una visione della vita molto ironica, o forse ha solo accentuato la sua naturale tendenza a rendere tutto leggero e divertente.

Stasera mi ha raccontato dell’avventura alla Feydeau avvenuta in un dormitorio universitario a Pechino, durante le vacanze d’aprile.

La sorveglianza nei dormitori cinesi è molto stretta, tutte le entrate e le uscite vengono controllate. Impossibile sfuggire. Gli altri pensionati, spesso, contribuiscono al sistema di monitoraggio, denunciando ai responsabili ogni situazione insolita o irregolarità. Tutto ciò è dettato dal buon costume, per evitare che i ragazzi vengano ad intrufolarsi nottetempo nelle stanze delle loro amanti, o viceversa (più raro).

Una sera, verso l’una di notte, due studentesse, preoccupate per la loro amica, sono venute ad avvertire le professoresse di guardia, tra cui anche Madame Jiao, che una ragazza non era nella sua stanza. Vista l’ora tarda, le due donne si sono precipitate davanti al loculo della presunta assente, hanno chiamato e bussato varie volte prime di decidersi a buttare giù la porta a spallate. La ragazza era nella sua stanza, intenta a guardare il cielo dalla sua finestra. Perché non aveva risposto? Cosa stava facendo alla finestra, all’una di notte? Annusava forse le stelle? Lei non sapeva cosa rispondere. Dopo un certo tempo, il pesante silenzio si spezzò e si udì una voce provenire dall’esterno, chiedendo aiuto. Si avvicinarono tutte al bordo della finestra : un ragazzo era sospeso al cornicione e le sue gambe penzolavano nel vuoto a tre piani da terra. Afferrarono subito la sua mano e lo tirarono su. Una volta portato alla luce, scoprirono che non si trattava di un ragazzo, bensì di una ragazza dall’aria androgina, un vero garçon manqué.

A causa di tutta quell’agitazione, le due professoresse avevano ormai perso il sonno e decisero di delucidare il mistero della ragazza sospesa, intorno a delle tazze di tè fumante. Le due indagate si perdevano in spiegazioni del tutto campate in aria, erano confuse, sembravano nascondere qualcosa. Finalmente, un’intuizione fulminea balenò nella mente di Madame Jiao : forse avevano delle tendenze particolari? Touché. La ragazza aveva scavalcato il suo balcone per andare a trovare la sua amata nella notte. Perché non averlo detto subito? Perché mettersi in pericolo, invece di chiarire la situazione? Oh, Romeo, perché sei tu, Romeo? Alla fine, scoppiarono tutte a ridere.

Chissà, forse la reazione dell’amante colto in flagrante è atavica e spinge istintivamente a sospendersi tre piani sopra il cielo o nascondersi nell’armadio. What a coming out.


Waiting

Stepping into a dark room,
Fear began to sing
its old tune.
My hands were cold,
so afraid was I to touch life
and grow old.

Oh, could you see,
among the dead leaves?
Lost souls were soaring,
and I’m a body
that still lingers in a corner,
shivering on the wet grass.

The fir trees were unraveling
their tortuous roots
upon the evening,
while the sharp knife of longing
slowly slithered aloof,
lost among the howling roofs.

You say, 
lit me with passion,
burn me with love,
let no compassion,
no lies, nor false dawn
tear me apart from my own,
my own true love.

Behold, my heart, the sky is a Loner
– Just a glance through the glass,
a shimmering light
and nothing’s left, but night –

Entrando in una stanza buia,
La paura iniziò a cantare
la sua vecchia canzone.
Le mie mani erano fredde,
tanta era l’angoscia di toccare la vita
e di invecchiare.

Oh, riesci a scorgere,
tra le foglie morte?
Anime perse salivano vertiginosamente,
e io sono solo un corpo
che attende ancora in un angolo,
tremante sull’erba bagnata.

Gli abeti allungavano
le loro radici tortuose
sulla sera,
mentre la lama affilata del desiderio
scivolava lentamente in disparte,
alla deriva tra i tetti urlanti.

Tu dici,
illuminami con passione,
Bruciami con amore,
che nessuna compassione,
Nessuna menzogna, né falsa alba
mi strappi a me stessa,
all mio amore vero.

Ecco, cuore mio, il cielo è un solitario
-Basta uno sguardo attraverso il vetro,
una luce scintillante
e nulla è rimasto: solo la notte.


Not your song

My lover’s gone

with the swallows to the South

and left in my mouth

three words, the most worn

out since man was born.

 

I woke up in a strange place,

full of flattering words,

black butterflies with steel wings

crashing endlessly on the windows

and cutting your dull face

away.

 

Wandering in the crowds,

I ponder the meanings

pending like swords

on my hazy head,

wronged by rotten feelings.

 

I’m not dead, I just fled

in the clouds too,

through your cracked ceiling.

 

No, I won’t stay and pray,

to be healed one day,

to find where I belong :

this is not your song,

nor mine.

Il mio amore è andato

con le rondini a Sud,

lasciando nella mia bocca

tre parole, le più consumate

da quando è nato l’uomo.

Mi sono risvegliata in un posto strano,

pieno di parole lusinghiere,

farfalle nere dalle ali d’acciao

si schiantavano all’infinito sulle finestre

e tagliavano via il tuo viso opaco

di distanza.

Vagando tra la folla,

rifletto sui significati

sospesi  come spade

sulla mia testa confusa,

offesa da sentimenti marci.

Non sono morta, sono solo fuggita

tra le nuvole anch’io,

attraverso le crepe del tuo soffitto.

No, non voglio restare e pregare

di guarire un giorno,

di trovare il mio posto nel mondo :

non è questa la tua canzone,

né la mia.


Devil Inside

Una sera mi persi tra le colline dietro a casa : strano, pensavo di conoscerle bene, eppure i miei piedi mi avevano condotto da tutt’altra parte, senza che io me ne accorgessi. Avevo intravisto un’iridescenza particolare tra le frasche di un canneto e, spinto dalla curiosità, mi ero infilato in un sentiero stretto stretto che non avevo mai notato prima d’ora. Il sole stava ormai tramontando ed io non sapevo più dove mi trovavo. Pensai per un attimo di ritornare sui miei passi, ma dov’erano finiti? Immaginai i miei seduti sul divano scricchiolante, lo sguardo assente, mentre il televisore li ipnotizzava emettendo ininterrottamente da un canale all’altro notizie di guerre, catastrofi naturali all’altro capo del mondo, l’ennesimo scandalo politico, il debito pubblico, la contaminazione dei laghi e il solito, inutile servizio sulle feste natalizie : “E tu, cosa vorresti che ti portasse Babbo Natale?”. Scrollai le spalle e decisi di continuare a camminare ancora, in fondo non era così tardi. Sicuramente, sarei ritornato in tempo per la cena.

Le prime stelle spuntavano già tra le ultime scie del crepuscolo e il sottile ghiaccio della sera aveva ricoperto di cristallo la polvere della stradina. Il paesaggio circostante, illuminato dal chiarore della luna, aveva assunto tinte fantomatiche ed un silenzio irreale aveva gettato il suo manto su di me. Non sentivo freddo, nonostante qualcosa mi stesse pungendo il cuore. Pensai che forse era la paura, ma paura di cosa?

In lontananza vidi finalmente una luce, affrettai il passo. Era l’ingresso di un portone, sovrastat0 dalla scritta slavata : “Benvenuti all’agriturismo Il Pozzo – Nuova Gestione Ecologica”.

Non sapevo che avessero aperto un agriturismo qui. Certo, la zona è ricca di specchi lacustri, ma anche di paludi piene di zanzare che spaventano i turisti con il loro fastidioso ronzio notturno. Ci fu già un caso di uno straniero imprudente inghiottito dalle sabbie mobili e in giro si diceva che una creatura mostruosa camminava di sera tra i canneti e i giunchi, divertendosi a divorare gli ubriaconi festaioli che incontrava all’uscita della discoteca “Night’s Fever”, noto club che attirava tutta la gioventù del luogo annoiata dalla campagna oppure contaminata dalla frenesia cittadina. Chi udiva le note riprese da una canzone degli anni Settanta era certamente condannato a finire tra le fauci della Creatura delle Paludi : “Better to burn out than to fade away, hey hey my my“…

E cosa significa “Nuova Gestione Ecologica”? Un brivido violento mi scosse all’improvviso ed iniziai a starnutire a raffica. Un vento freddo si era insinuato tra i bottoni del mio cappotto e mi stava gelando fino all’osso. Suonai la campanella di bronzo, aspettai qualche minuto satellando sul posto per non morire assiderato, ma non venne nessuno. Stavo per  impugnare il batacchio quando il portone gemette e si aprì appena per lasciarmi passare.

Attraversai in fretta una chiazza nera che doveva essere il prato e mi diressi senza esitazione verso il casale che si stagliava tra l’oscurità con le sue finestre appannate e illuminate da un bagliore danzante. Un stormire di violini si elevava dall’edera infreddolita, aggrappata ai muri di pietra antica. Chissà se mi avrebbero accolto?

Bussai timidamente tre colpi sulla porta di legno massiccio. Dallo sportellino apparve un occhio, poi denti bianchi e la porta si spalancò su un volto rubicondo e gioviale. Non ebbi neanche il tempo di parlare che già l’omone mi aveva sistemato sulla poltrona più comoda accanto al camino rallegrato da un bel fuoco, mentre il mio cappotto e le mie scarpe stavano asciugandosi dalla brina in un angolo caldo.

“Le piace la zuppa di lenticchie?”

Annuì e l’istante dopo mi ritrovai di fronte ad un piatto di zuppa bollente, dal profumo invitante, accompagnato da pane casareccio, una saporita caciottina e un fiaschetto di vino rosso. Ero affamato e inghiottii tutto con una golosità quasi spudorata, sotto agli occhi scintillanti del mio generoso ospite. Strano, io che di solito sono così timido da non riuscire a mandare giù quasi niente in presenza di estranei… Il tepore della stanza, la bontà della cena o forse anche il vino corposo, mi sciolsero infine la lingua.

“Era tutto ottimo, grazie.”

“Ne sono felice. Vuole provare anche il dessert? è la specialità della casa : una deliziosa crema flambée.”

Non ebbi neanche il tempo di rispondere… va bene, l’avrete capito, il servizio era praticamente istantaneo, impeccabile, alla stregua dei ninja Orientali. Aveva detto la verità, non avevo mai assaggiato crema più buona. Eppure, ero turbato : mi era parso di vedere, tra i suoi riccioli fulvi, due bozzetti. Forse era stato solo il riverbero della fiammata improvvisa per il flambé.

Sparecchiò in un baleno e tornò con due bicchierini di amaro. Lo ringraziai di cuore per la cena e lo interrogai sull’agriturismo ; nonostante mi girasse lievemente la testa e sentissi che si stava facendo veramente tardi, avevo voglia di scoprirne un po’ di più su di lui. Iniziai con una banalità, alle quali si sarebbero aggiunte della altre. Per vincere il mio naturale imbarazzo nella conversazione, ho imparato ad usare alcune domande di rito che lasciano parlare il mio interlocutore, senza però essere indiscrete o troppo fredde. Così, posso ascoltarlo e osservarlo con calma, abituarmi alla sua presenza e capire se esistono certe affinità a cui mi appiglierò per approfondirne la conoscenza. Ecco perché ho pochi amici : è un processo lungo e molti non sopportano i primi secondi della discussione, quando in genere rimango a bocca chiusa o mugugno formule magiche perché non so come iniziare o cosa rispondere.

-“Non conoscevo questo agriturismo. Ha iniziato la sua attività da poco?”

Domanda imbecille. Un lieve rossore mi scorre sotto le guance, vorrebbe infiammarmi tutto il volto, ma prendo la posa del pensatore di Rodin, in concentrato ascolto, per contrastarlo e nasconderlo.

Lui sorrise e rispose con voce calda :

-In effetti, sono arrivato solo qualche settimana fa. Ma devo dire che la regione mi piace e ci sono molte persone simpatiche.

Continua a sorridere, avvicinando la sua sedia alla mia.

-Gestisce tutto da solo? Non sapevo che ci fosse un pozzo nei dintorni, pensavo che avessero prosciugato tutto dopo il bonifico della palude centrale, all’inizio del secolo.

-Sì, sono solo, ma non per molto. Si avvicina il Natale e presto avrò degli aiutanti.  Oh, il pozzo… C’è sempre un pozzo da qualche parte. Anche nel cuore dell’uomo. Un poeta disse, mi sembra, che siamo due abissi : un pozzo che guarda il cielo. Non è d’accordo? Di solito, però, la gente immagina che si tratti del pozzo dei desideri e cerca con tutte le sue forze un buco nella terra, là dietro al cortile.

Diede un colpo di reni per avvicinare ancora la sua sedia alla mia (ma sono due corna quelle protuberanze sulla sua fronte?), prima di riprendere, con tono più disinvolto:

-Di solito chiedono di diventare millionari e famosi o nel peggiore dei casi di far morire il loro invidiato nemico. Poi vanno a dire che desiderano la pace nel mondo… Come quando vedono un arcobaleno e si spandono in esclamazioni e divagazioni poetiche : nel profondo del cuore non esiterebbero a tramortire il folletto con il pentolone pieno d’oro per impossessarsene e giocarselo in Borsa o al casinò. Altro che prismi di colori e peace and love. Io così non ho più niente da fare e sono troppo giovane per andare in pensione, allora ho deciso di aprire un agriturismo.”

Non ho capito bene. Forse sto impazzendo, ma mi sembra che le sue corna siano cresciute di un paio di centimetri. Ho bevuto troppo e sono già ubriaco?

-“All’inizio non è stato facile. Io vivo sotto la terra, non sopra. Un tempo mi insinuavo nell’animo delle giovani novizie e le gettavo in deliri d’amplessi e bestemmie, giocavo a dadi con San Pietro e scherzavo con Giuda, ché son tutti cari amici. Il ribelle a Dio e il deicida. Che ridere. Ne raccontavano delle belle, lassù. Adesso fate tutto da soli, non c’è gusto a proporvi nuovi vizi : droga, alcol, sesso sfrenato, assassinii, frodi varie. Siete degli esperti. L’inferno non è più sepolto nelle viscere della terra, ma si è trasferito in voi e io sono stato sfrattato. Ardete e vi consumate da soli. Per i primi tempi, mi accontentavo di vendere ai ragazzi che andavano alla discoteca delle pasticche, proponevo loro gustosi cocktail di droghe e alcol prima di mettersi alla guida e inghiottivano tutto, tutto nel loro ventre senza fondo, prima di mettersi al volante delle loro macchine truccate. Poi ho sentito parlare di questa nuova moda dell’ecologia e mi è venuta l’illuminazione. Anch’io mi sarei lanciato nel reciclaggio.”

Ho paura di sentire il seguito. Vorrei pagare ed andarmene.

-“Allora ho cambiato strategia. Al posto degli stupefacenti, mi divertivo a spacciare narcolettici e sonniferi, così quei pivelli sprofondavano nel sonno invece di sballare in mezzo alla pista di danza. Erano proprio degli angioletti, accasciati sui divanetti di pelle nera, con gli occhi chiusi dietro ai loro enormi occhiali da sole che li accomunavano alle mosche. Prendevo loro in prestito l’anima, la lavavo a secco e poi la trapiantavo nell’orto : alcune diventavano zucchine, fagioli, melanzane, carote, altre non davano frutto, alcune sbocciavano in asfodeli o in gramigne. Le anime sterili e nocive, le gettavo nel pozzo. C’è sempre un pozzo senza fondo in cui gettare gli orrori e le immondizie. Tanto i loro proprietari, che non l’avevano curata in tutti quegli anni, non ne avrebbero certo sentito la mancanza. E per gli altri, beh… si sentivano più leggeri, più liberi di colmare il vuoto con altri inganni e stravizi. Una sera, però, venivano a cenare da me : i proprietari, infatti, spinti dalla curiosità o dalla noia, venivano qui e io li nutrivo con i frutti delle loro anime. Il recicl0 delle anime mi ha permesso di risparmiare un bel po’ in cucina, nonostante i primi ortaggi fossero striminziti e sciapi, oppure con un retrogusto alcolico. Pagare per divorarsi un’anima quasi nuova da distruggere e avvilire. Geniale, no?”

Una nausea violenta mi invase. Santo cielo, cosa ho mangiato con tanto gusto? L’anima di Roberto, Claudio, Giovanna? La mia? Ho un’anima? O l’ho divorata?

La vista si annebbiò e non sentii più nulla. Quando riaprii gli occhi, una luce abbagliante mi avvolse interamente. Dov’ero, in Paradiso? ero sfuggito al Maligno reciclatore di anime?

Una voce familiare risuonò alla mie orecchie, mentre i contorni della realtà circostantesi delineavano a poco a poco.

“Mattia, scendi che il pranzo è pronto! La zuppa di lenticchie è già nel piatto!”

Mi ero assopito sul mio libro ed il sole che dardava i suoi raggi attraverso la finestra mi aveva scottato una guancia. Era solo un sogno? Ma proprio zuppa di lenticchie doveva preparare mia madre?

Mi precipitai giù per le scale. Mi sentivo molto più leggero, come se mi fosse scomparso un peso dal cuore. E per giunta ero affamato.

Si dice che il Diavolo è zoppo e io sono zoppo… oggi divento ricco di anime, Satana mi ha rivelato i segreti della coltura biologica.


Want to play? (You pay, baby)

No, nonostante il titolo prostituibile fraintendibile, questo post non tratterà di pornografia, bensì di pubblicità ingannatoria.

L’altro ieri sono uscita con un mio amico, vecchio  compagno di liceo ritrovato  dieci anni dopo grazie ad un noto social network, prima che io mi cancellassi definitivamente da quel luogo di perdizione (della discrezione, dell’indipendenza e, nei casi più gravi, dell’intelligenza) : è un ragazzo molto vivace e sagace, affettuoso, generoso e nobile, è molto simpatico, è galante, sensibile, giocherellone, gli piacciono i bambini, lavora, sta prendendo la patente, sa ascoltare… Ma, e c’è un ma : la conversazione finisce immancabilmente sul sesso, con battutine piccanti, apprezzamenti fisici sulle passanti (“pure pure me la farei”), proposte orgiastiche, accese discussioni sulle dimensioni, sulla perversità dei Giapponesi che hanno distributori automatici di mutandine di studentesse porche da sniffare in caso di astinenza acuta, su quanto è troia quella che gioca con i suoi amici… ecc. Trovo sorprendente discutere così apertamente di sesso con delle persone tutto sommato conosciute da poco, e soprattutto parlarne così assiduamente, così a lungo. Ci vuole meastria. Mi torna in mente un bel aforisma di un comico francese dall’humour cinico e mordente : “L’amour, il y a ceux qui en parlent et ceux qui le font. Sur ce, il me parait urgent de me taire“. Va bene, è importante parlare di sesso, essere informati, conoscere ed esplorare la propria sessualità.  La seduzione  e il sesso segnano l’origine del mondo, come lo sottolinea ironicamente un  discusso quadro di Cocteau e le teorie freudiane illustrate da un celeberrimo disegno satirico :

Per fortuna sono passati  i tempi in cui il sesso era tabù e baciarsi in pubblico era reato (per gli omosessuali è leggermente diverso).  Eppure mi sembra che, ultimamente, se ne sparli ben volentieri, fino alla volgarità, e che si sia caduti nell’eccesso opposto. Perché quest’ossessione per il sesso mi infastidisce? Provo la stessa sgradevole sensazione di quando, in un vagone sovraffollato della metro all’ora di punta, due innamoratini pomiciano senza ritegno, dimentichi di tutto il mondo intorno a loro, di solito a due millimetri dal mio naso, tanto che potrei disegnare una precisa mappa anatomica delle loro tonsille e analizzare la frequanza dei loro sospiri. Mi faccio piccola piccola, vorrei dileguarmi, ho l’impressione di essere un’intrusa, anzi, una novizia imburberita. E non sono solo i ragazzi a parlare sempre, sempre, sempre di sesso in termini piuttosto crudi. Anche tra ragazze non si scherza. Ma quanto c’è di vero nelle loro parole, nel vantarsi di quante persone hanno avuto a letto quella notte, di avere fatto spogliare qualcuno di fronte alla webcam? Quanto di gossip da stupido giornale spappolacervello, di esibizione pura, di strumentalizzazione della sessualità? Non siamo tutti Rocco Siffredi o Cicciolina (peccato, non potrò lanciarmi in politica). Non sempre si raggiunge l’orgasmo insieme, non sempre tutto funziona come si vorrebbe. Tutte queste persone con il sesso itifallico sulla punta delle labbra sembrano volere essere rassicurate sul loro valore, moderne dongiovanni virtuali o orali che innalzano la canzone Sexual Healing ad inno identitario. Probabilmente, tuttavia, la mia opinione sul soggetto è distorta dalla bigottagine insita in me : non per niente chi mi conosce bene mi soprannomina La Madre Badessa (la Monaca di Monza, debole e contradditoria, mi ha sempre fatto tanta tenerezza : un giorno scriverò un post sui Promessi Sposi – i cui personaggi possiedono tutti una complessa psicologia – che andrà a ruba tra i liceali sottomessi all’impegnativa lettura del mattone giansenista e in cerca di un rapido e facile sollievo nel web).

Ieri sono andata a visitare il piccolo museo di Lucus Feroniae, vicino a Capena, poiché accenno al culto della dea Feronia nella mia tesi. All’interno dell’edificio, qualche statua di nobile romano, qualche suppellettile villanoviana ritrovata nella necropoli antica, dei cippi e steli d’epoca imperiale che segnavano l’entrata di una villa, un piano dettagliato del sito archeologico. Naturalmente, la parte che più mi interessava, ossia il santuario della dea, non era accessibile al pubblico : gli scavi erano stati iniziati due anni fa e, per mancanza di fondi, era stato tutto ricoperto nell’attesa di tempi migliori. Damn.  Si poteva anche uscire fuori e passeggiare tra le rovine della piccola città ; spinto dalla curiosità, mio padre sbagliò uscita e fece risuonare l’allarme per tutto il museo.

Imboccata la giusta porta sotto l’occhio vigile della custode, ci siamo ritrovati in un campo di erbe alte da prateria, dalle quali spuntavano qua e là muretti in opus quadratum,vari pozzi, delle botteghe di vino con le anfore  ancora incastonate nel bancone in travertino, qualche mosaico in bianco e nero. L’odore della mentuccia romana spiccava tra il profumo della terra umida di pioggia, mentre i papaveri, le angeliche, malve, borraggini, lillà rampicanti, allori avevano colonizzato ogni piccolo anfratto. Una lucertola corse a rifugiarsi nella sua tana per guardarci di sbieco qualora le nostre ombre le nascondessero i passeggeri raggi di sole : il cielo era greve, le nuvole si addensavano minacciose all’orizzonte, attutendo momentaneamente il sibilare ossessivo dell’autostrada. Fummo guidati lungo il nostro percorso da una giovane cagna dal pelo dorato, vivace e diffidente al tempo stesso, come un Kodama. Fu molto piacevole e per un istante mi sentii profondamente felice, lì, ad annusare e fotografare i fiori, lontano dalla città frenetica.  Alle 17 in punto, ora di chiusura dei locali, la gentile cagna ci accompagnò diligentemente fino alla macchina. Non c’è che dire, ha adempito egregiamente al suo ruolo di funzionario pubblico irreprensibile e cortese. Era lei la custode dell’ala a cielo aperto del museo.

Il sentimento di pace che avevo assaporato durò il tempo di perderci nelle vie di Morlupo e Capena : le periferie di case-alveari in stile moderno, di un arancione chiassoso e volgare, erano orrende e deturpavano il bel panorama di declivi e gole boscose caratteristiche del Lazio interno. Nonostante tutto, ci addentrammo nei vicoletti del centro città e rimanemmo incantati : casette  ricoperte di edera, belvedere affacciato sulle alture increspate di verde tenero, una veranda di glicine, gatti gongolanti sulle panchine, rondini nel cielo e  colombi inselvatichiti che avevano colonizzato le crepe del vecchio campanile, bambini che giocavano a pallone nella piazzetta centrale, scalini ripidi che si perdevano tra vicoletti nascosti…  Tuttavia, questa sorpresa  non bastò a dissipare l’inquietudine che aveva ripreso a divorarmi,  mi sentivo più straniera e sola che mai ; è davvero straziante passare dalla più fervida esaltazione all’esasperazione più profonda. Dovrei saperlo che più m’innalzo, più mi perdo nelle mie fantasie e più il ritorno alla realtà sarà brutale : mi sono schiantata al suolo in un boato di parolone altisonanti,  mentre le rondini ridevano della mia stupidità. Non mi sopporto. Il prezzo è troppo alto.

Oggi, per pigrizia, sono salita sull’autobus senza un titolo di trasporto valido, pensando : “Tanto non passano mai” (gli innominati). Dopo neanche cinque minuti che mi ero seduta su uno di quei scomodi e sporchi sedili di plastica rosso-grigiastra, sento un perentorio “biglietti, prego”. Non ho neanche provato a mentire – non mi piacciono questi sotterfugi meschini- dicendo per esempio che ero una sperduta Francese finita chissà come su un autobus di periferia, lontano dai soliti sentieri turistici e per lo più senza documenti ; del resto i controllori sono stati molto cortesi e professionali. Avevo torto io, ho pagato. Mi sta bene.

Voglio essere coerente nella mia lotta personale contro la spudorata cultura del più furbo che vige in Italia : ho sbagliato, ho voluto usufruire di un servizio pubblico senza pagare e sono stata multata. Giustissimo. Molti evasori delle tasse si scusano con il dire che, se avessero dichiarato proprio tutto e fossero stati onesti, al Governo avrebbero semplicemente rubato di più, senza per questo migliorare i servizi ai cittadini. Triste argomentazione del hic et nunc  follemente edonista che va molto di moda adesso, altresì detto “magna magna finché se pò, che son fessi tutti e so’ più furbbo io”. In questo modo, si crea un circolo vizioso di corruzione e coda di paglia, venato dalla tacita consapevolezza che tanto “così fan tutti”, salvo poi gridare allo scandalo e lagnarsi senza far molto altro quando chi ha rubato di più è stato scoperto. Non era poi così furbo.

Questo pensiero va eradicato, va sanato e trasformato in incoscienza civica : io compio il mio dovere nei confronti dello Stato e tu, Stato, mi offri dei servizi efficaci.  Se mi inganni e dirotti i fondi pubblici per nutrire i  vergognosi privilegi di quattro senili approfittanti o avidi demagoghi rampanti, io, cittadino onesto, sono libero di venire in Parlamento ed esigere giustizia. Evadi le tasse? Sarai condannato ai lavori di pubblica utilità, come raccogliere le immondizie o badare al manto asfaltato della Salerno-Reggio Calabria in agosto. Che tu sia un cittadino o un senatore (cittadino al servizio dei cittadini, in teoria). Non si diceva in tempo : “La legge è uguale per tutti”?. Invece ha vinto lo scaltro Menenio Agrippa con la sua favola dello stomaco e delle membra. Si potrebbe quindi emendare in “La legge è uguale per tutti, tranne per me”. Machiavelli aveva scoperto una grande verità, enunciando “il potere logora chi non ce l’ha” – rode il fegato sentire ogni giorno del Ruba-party dei partiti. Quando non sono gli exploit di Berlusconi. C’è un prezzo da pagare, baby, se vuoi giocare.

Concludo con la canzone dei Kaiser Chief, traviata poi da Elio e Le Storie Tese :

Let it never be said that romance is dead
cos’ there’s so little else occupying my head
There is nothing I need, cept the function to breathe
But I’m not really fussed doesn’t matter to me

Ruby Ruby Ruby Ruby
Do ya do ya do ya do ya
Know what your doing, doing to me
Ruby Ruby Ruby Ruby

Due to lack of interest
tomorrow is cancelled
let the clocks be reset and the pendulums held
cos’ theres nothing at all cept’ the space in between
Finding out what you’re called and repeating your name

Ruby Ruby Ruby Ruby
Do ya do ya do ya do ya
Know what your doing, doing to me
Ruby Ruby Ruby Ruby

Could it be could it be that you’re joking with me
And you don’t really see you with me
Could it be could it be that you’re joking with me
And you don’t really see you with me

Ruby Ruby Ruby Ruby
Do ya do ya do ya do ya
Know what your doing, doing to me
Ruby Ruby Ruby Ruby
Do ya do ya do ya do ya
what your doing, doing to me


Nothing Less, Nothing Left

Non sapevo più dov’ero. Davanti a me si diramavano infiniti corridoi di cui non riuscivo a distinguere la fine. Non un raggio dui luce, né il più leggero spiffero di vento che potesse guidarmi verso l’uscita. Quale scegliere? E se mi sbagliassi, mi perdessi nel labirinto e non riuscissi mai a tornare? I battiti  in fondo al petto diventavano assordanti e il mio stesso respiro mi infastidiva, perché mi sembrava estraneo, irreale. Era lì a ricordarmi senza sosta che ero ancora viva, nonostante tutto, nonostante il silenzio dei sensi.

Mossi un primo passo indeciso, mi addentrai in un tunnel. Mi scontrai contro un muro ruvido e gelido che mi ferì le mani e sbucciò le ginocchia : impossibile proseguire oltre. Vacillante nell’oscurità soffocante, tentai di ritornare al punto d’inizio, ma il corridoio si deformava, si contorceva e sembrava perdersi nel ventre della terra. Trovai un cunicolo secondario che mi aspirò nella sua morsa misteriosa : era stretto e umido,  le pareti si dilatavano e restringevano come le fauci di un mostro assopito, ma pronto a scattare per divorare la sua preda. Dovetti stringere le spalle, chinarmi e strisciare per continuare, continuare dove? Provavo l’angoscia della volpe braccata dal cacciatore che ha deciso di affumicare il suo rifugio per stanarla. Più volte fui sul punto di soccombere, di fermarmi e lasciarmi morire nel buio, ma i miei muscoli si stiravano, si contraevano infaticabili, indifferenti al dolore, determinati a trascinarmi fino alla fine.

Nella mia testa risuonava una melodia ossessiva e lontana, come la voce degli alberi in una notte di tempesta e nubi lacerate dal vento violento.

It hurts to feel
It hurts to hear
It hurts to face it
It hurts to hide
It hurts to touch
It hurts to wake up
It hurts to remember
It hurts to hold on

Turn my head

The hurt’s relentless
The hurt of emptiness
The hurt of wanting
The hurt of going on
The hurt of missing
The hurt is killing me

Turn my head
Off
Forever
Turn it off
Forever
Off forever
Turn it off forever

Ever blind

Non riuscivo a dissiparla dalla mia mente annebbiata. Ero cieca e sorda,  una solitudine infinita stringeva le sue dita scheletriche attorno alla mia gola, eppure continuavo ad allungare tutte le membra martoriate verso quel flebile bagliore che intravedevo laggiù. Ingoierò il sole, ingoierò il sole e tu svanirai.

Sprofondai nella terra e caddi, caddi fino a toccare il cuore dell’oceano. Persi conoscenza ed il mio corpo inerte si lasciò portare dalla corrente come le fantomatiche meduse informi in perpetua deriva. Nel silenzio delle profondità insondabili dell’animo, la voce delle onde, attutita dal grembo materno del mare, mi cullava dolcemente e mi incitava a riprendere gli spiriti : Vivi, vivi. Risvegliati. Aprii gli occhi e fui risucchiata in una voragine. Era l’inferno? In quale girone mi trovavo?

 Mi aggrappai ad un filo spinato ed urtai una parete metallica : un altro tunnel  freddo e deserto, in apparenza. Scoprii che la mia ombra claudicante mi aveva abbandonato, era annegata vicino ad uno scoglio. Il disagio, al contrario, aveva resistito ; come una pianta rampicante si era inerpicato sulle mura impervie della mia ostinazione e della mia paura di vivere, aveva sviluppato robuste radici e si era incastonato in un anfratto inespugnabile. Tutto intorno a me, risuonavano parole taglienti come lame, erano pugnali dritti al cuore che non mi lasciavano tregua. Il mio volto si sgretolò, lasciando posto ad effimere maschere dai sorrisi grotteschi e dai colori sgargianti. Sotto ai miei piedi, scricchiolavano e gemevano i sogni infranti, mentre le mie impronte venivano confuse e cancellate da una mano impietosa. I visi delle persone amate si scagliavano contro di me per azzannarmi, deridermi, umiliarmi e poi svanivano nel nulla.

Ricordai i miei ricorrenti incubi d’infanzia : per quanto tentassi di cambiare la storia, di piegare il subcosciente al giogo della razionalità in un dormi-veglia agitato, finivano sempre con il prendere il sopravvento, imponendomi di scegliere. Le ombre mi perseguitavano, mi tormentavano, mi spintonavano finché non cadevo a terra e mi risvegliavo di soprassalto, in preda al terrore nero. Tornavano senza sosta all’attacco, ogni notte, fino a che, sfinita e pervasa da una disperata serenità, decidevo di smettere di fuggire e di affrontare i mostri : cosa volete dirmi? cosa state cercando di dirmi? E le ombre inferocite dalla vile indifferenza si ammansivano, mi prendevano le mani per riscaldarle e dar loro vita prima di dissiparsi in un sorriso, felici di non essere più imbavagliate dal dovere.

Volti che ho imprigionato nella paura dela morte, andate liberi. Volti che ho respinto e ferito, andate in pace. Che le vostre bocche mi coprano di baci e mi rivelino il cammino verso la verità. Perché sono ancora cieca, ho la mente confusa da troppi desideri che non mi appartengono ed ansimo e scivolo sulle ripidi falesie dell’esistenza, sulle quali si abbatte il mare ruggente, mentre i gabbiani planano imperturbabili ed egoisti tra i riflessi cristallini del cielo.

Ombre, io non accetto compromessi e mezze verità. Voglio stringere l’essenza del tutto, divorare le nuvole ed inebriarmi di vento. Denudatemi, spogliatemi di ciò che non sono io. Aiutatemi ad essere vera, a fiorire, a morire. Non voglio essere solo l’eco di un estraneo, voglio gridare, scoprire la mia voce.

Progressivamente, il cunicolo si fece più ampio e potei riprendere a camminare. All’ improvviso, una brezza leggera mi colpì il viso. Quanto tempo era trascorso? Attimi sgretolati, giorni dopo giorni, mille vite? Ero ancora viva? Ero io?

Teneri fili d’erba fresca mi stuzzicarono i piedi. La notte mi strinse in un  abbraccio di profumi, rischiarato qua e là da qualche lucciola dispersa tra le stelle. Percorsi un piccolo sentiero immerso nella vegetazione. Foglie di verbena, ortiche, borraggine, dente di leone, fragoline di bosco e canne secche fremevano al vento, tra i rovi di more. Avevo lasciato la palude alle mie spalle. Un torrente sotterraneo mormorava canti ancestrali, mentre l’impallidire dell’oscurità annunciava le prime fredde scie dell’alba. Un galletto intonò un timido chicchirichì, interrompendo l’usignolo solitario che si divertiva a svegliare le civette. La sabbia e le roccie lasciarono il posto all’argilla inumidita di pioggia, poi all’asfalto divelto dalle radici delle graminacee e dei pini grigi. Papaveri rosso fuoco maculavano le erbe alte ai bordi della strada. Risalivo il pendio che mi avrebbe portata di fronte al cancello di casa.

La mia casa era l’ultima della strada ad avere la luce : il resto si perdeva nell’oscurità, a causa di lampioni abbandonati a loro stessi. Dicevano che là in fondo si nascondesse l’uomo nero che rapiva i bambini cattivi. Io li vedevo spesso gli uomini neri, agili e silenziosi come pantere, scendere e sparire dietro all’angolo, con i loro enormi sacchi in plastica blu e neri, i loro occhi spalancati e le loro larghe bocche che si aprivano su denti bianchissimi. Non erano bambini, quelli che portavano nei loro pesanti ballotti caricati sulle spalle, ma pregiudizi. Mi ci volle tanto per capirlo.

Un uomo in caftano, dall’andatura dignitosa nonostante il pesante bagaglio e la candida barba,  stava scendendo la strada mentre io arrancavo lentamente in salita ;  incrociò il mio sguardò e mi lanciò un sonoro “Buongiorno!” , ma dopo avermi scrutato l’anima,  aggiunse con uno splendido sorriso “Hay, hay! Engiei, engiei! Ti ricordi di me? Tu eri piccola così, un tempo. Engiei, engiei, non dimenticare.”

Improvvisamente, mi sentii a casa. Qualcuno mi aveva riconosciuto, mi aveva dato un nome. Ero felice. Ero viva.

Giunsi infine al cancello bianco che segnava il limite della proprietà.

Probabilmente mi aveva scambiata per qualcun altro.

There’s no savin’ anything
I was swallowing the shine of the sun
There’s no savin’ anything
How we swallowed the sun

But I won’t be no runaway
‘Cause I won’t run
No, I won’t be no runaway
What makes you think I’m enjoyin’ being led to the flood?
We got another thing comin’ undone
And it’s takin’ us over

We don’t bleed when we don’t fight
Go ahead, go ahead throw your arms in the air tonight
We don’t bleed when we don’t fight
Go ahead, go ahead lose your shirts in the fire tonight

What makes you think I’m enjoyin’ being led to the flood?
We got another thing comin’ undone