Друзья пространства! (Play far, play love)

Stranamente, mi capita di avere di nuovo sogni ricorrenti, come quando ero piccola. La fanciulla che ero temeva di tornare -non so ancora dove- ma di tornare, in giorno, e di non riconoscere più niente, non ritrovare più i suoi cari, se non addirittura vederli svanire di fronte a sé e di ritrovarsi in un labirinto che si richiudeva su di lei, senza lasciarle via d’uscita (in terza persona fa tanto narcisista chic).

Ultimamente, invece, nei miei sogni devo intraprendere un grande viaggio di ritorno. Metto in ordine la mia stanza, mentre il sole scivola sulle pareti e gioca con le rondini… prendo la mia giacca, chiudo la porta a chiave e mi reco tranquillamente all’aeroporto. L’aereo è in orario, passo la dogana senza problemi, prendo posto vicino al finestrino, pronta a contemplare la terra che si allontana e diventa sempre più piccola, sempre più bella ed affascinante, sotto il suo velo di nubi rubiconde. Improvvisamente, realizzo di non aver alcuna valigia con me. Non ho neanche pensato a farla, a dir la verità. L’importante era prendere quell’aereo, l’importante era partire. Ero salpata verso l’incognito portando solo me stessa. Ed ero felice, mi sentivo così leggera. Non provavo più la solita angoscia che si annidava da sempre nelle mie viscere, né quell’insensata nostalgia ed estraneità al mondo. Era forse quella la libertà?

Ho finito di leggere Sputnik Sweetheart, di Haruki Murakami. L’ho percorso tutto di un fiato. Mi ha avvinta, affascinata, divertita, catturata, stimolata alla riflessione sulla scrittura e sulla vita (ahi ahi, croccolone in vista). Tutto inizia con un divertente qui-pro-quo tra “sputnik” e “beatnik”. Mi sono affezionata all’eccentrica, passionale e vivida Sumire, al discreto, solitario e ragionevole K., misteriosa voce narrante innamorata di Sumire, e alla segreta e bellissima Miu, che nasconde dietro un’eleganza marmorea un terribile trauma, la scissione del desiderio. Si può vivere senza desiderio? Si è ancora vivi, senza il brivido della sensualità, oppure si diventa solo una splendida conchiglia senz’anima? Sumire si trasforma per amore di Miu, si apre alla vita, ma Miu non riesce a superare il vuoto interiore, l’abisso di frigidità che la condanna per sempre al silenzio dei sensi (tranne il gusto).

“I have this strange feeling that I’m not myself anymore. It’s hard to put into words, but I guess it’s like I was fast asleep, and someone came, disassembled me, and hurriedly put me back together again. That sort of feeling.” 

K. non riesce ad amare altre donne al di là Sumire, l’unica capace di illuminare la sua solitudine… (mi ricorda un bel passaggio di Maupassant, Une Vie, in cui la protagonista si accorge che l’ideale giovanile dell’amore fusionale è solo una crudele illusione).

“And it came to me then. That we were wonderful traveling companions but in the end no more than lonely lumps of metal in their own separate orbits. From far off they look like beautiful shooting stars, but in reality they’re nothing more than prisons, where each of us is locked up alone, going nowhere. When the orbits of these two satellites of ours happened to cross paths, we could be together. Maybe even open our hearts to each other. But that was only for the briefest moment. In the next instant we’d be in absolute solitude. Until we burned up and became nothing.” 

…finché Sumire un giorno scompare su un’isoletta greca, senza lasciare traccia alcuna, se non qualche pagina scritta. Per lei, scrivere è riflettere.

Sumire è passata oltre lo specchio della realtà. Come Laika, la cagnolina dello Sputnik, si è lanciata nello spazio siderale dei sogni. Tornerà mai? Il finale rimane ambiguo (K. riceve davvero quella telefonata, oppure si tratta di un’allucinazione del desiderio, nel limbo del dormi-veglia?)

I tre personaggi sono come satelliti dalle orbite irregolari, persi nella nebulosa della modernità, o piuttosto delle velleità. Sumire, giovane scrittrice beatnik, che non accetta i compromessi e vive ai margini della società ; Miu, pianista interrotta e raffinata donna d’affari ; K., solitario e pudico amante di letteratura, professore alle elementari, amante occasionale di donne sposate, eterno amico innamorato di Sumire. L’amore come un tornado che si abbatte sulla vasta piana… sono tutti sputnik, compagni di viaggio scombussolati, alla scoperta dei propri buchi neri.

Nel 1997, mia zia e sua figlia adolescente vennero a trovarci a Parigi. Ero emozionata, non le conoscevo bene, le avrei amate. E loro, mi avrebbero amate? Mia zia era divertente, affascinante, irriverente. Mi piaceva ascoltarla. Diceva che ero una bambina molto matura per la mia età. Mia cugina era un po’ particolare, amava spaventarci con le storie di fantasmi e di efferati omicidi. A casa dicevano che era pazza, per scherzare. Non sapevo che frequentasse uno psicologo. Era prepotente verso mia sorella. Io, ruffianamente, facevo di tutto per farmi amare. Un giorno, mi chiamò nella sua stanza, mi fece sedere di fronte a lei sul balcone ed iniziò a dire delle cose che non mi piacquero sulla mia famiglia e sull’altra zia. Ero a disagio, non sapevo come dileguarmi. Innervosita, mi lasciai sfuggire le chiacchiere che si dicevano in cucina su dei lei. Mi lasciò andare senza dire una parola.

Nel pomeriggio si scatenò un putiferio. Mia zia gridò allo scandalo, disse che non era mai stata trattata così in tutta la sua vita, che era una vergogna. Era un vociferare in crescendo. Mia madre si scusava, era mortificata. Mia zia, più tardi, con voce calma e suadente, mentre fumava una sigaretta, posò lo sguardo su di me e disse a mia madre che non ero così innocente come sembravo ; probabilmente ero una manipolatrice, mentivo per ricevere delle attenzioni. “Non fidarti delle sue moine, è falsa”. Mia zia e sua figlia andarono in albergo. Mia madre pagò il loro soggiorno e il biglietto di ritorno. Non sapevo più dove mettermi. Avrei voluto che la terra si aprisse sotto ai miei piedi, che una voragine mi inghiottisse. Divenire trasparente, non sentire più l’immenso disagio, la vergogna, l’imbarazzo. Da allora, mia madre non mi credette più.

Come può una persona decretare che i sentimenti altrui siano falsi? Che si possa fingere ed ingannare a tal punto?

Imparai a diffidare da tutti e seppellire i miei stati d’animo in un luogo profondo del cuore, che non avrei potuto ritrovare nemmeno io. Imparai che ogni parola comporta una conseguenza e quindi, imparai a valutare la reazione del mio interlocutore prima di pronunciare la più piccola sillaba. Capii che non è sempre bene confidarsi e che è pericoloso parlare a vanvera. Il disgusto delle maldicenze si impose a me con tutta la sua veemenza. Imparai a mentire, a dire quello che si voleva sentire, per non espormi. Mi imbavagliai. Persi la spontaneità. Arrivai al punto di poter dire la verità, la mia verità, senza essere creduta. Vi è un sottile piacere in questo paradosso. Ridendo castigare mores vel mentendo?  Come quando si parla a voce bassa… è divertente vedere come il messaggio primario venga distorto dai pensieri altrui. Fino ad un certo punto, che segna il sottile confine tra l’inganno e l’incomprensione involontaria.

Qualche giorno fa, mentre tornavo da una gradevole serata in crêperie, nel quartiere brettone di Parigi (verso la rue Montparnasse), mi sentii pervasa da un improvviso senso di distacco totale, un misto di nostalgia e di irreprimibile desiderio di libertà.

C’era una breccia nel cielo, ho preso la mia giacca e sono passata attraverso. “To infinity and beyond!“, come disse il pupazzetto cosmonauta.

È vero, scrivo per te, sputnik sweetheart. E non aspetto più le tue telefonate esistenziali nel cuore della notte. Perché anche tu ruoti lassù, in qualche galassia alfanumerica, e giochi ai dadi con il Signore.

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6 responses to “Друзья пространства! (Play far, play love)

  • Laura Mercorillo

    Я не вижу здесь Бога в Уран, но многие магазины мороженое по крайней мере

  • cassettino

    non so perché ma è il libro di Murakami che mi ricordo di meno. ho presente il momento in cui lo iniziai, alcune scene, il momento in cui lo terminai, col luogo e ciò che accadeva intorno a me. poi devo aver letto uno o due racconti che hanno dato origine a parti del romanzo – tipo la scena della scomparsa sull’isola e non ricordo altro. quelli mi hanno impressionato davvero. ed è strano, perché di solito accade il contrario. ma, certo, dipenderà da tante cose.

    • kodamae

      È successo anche a me, qualche anno fa, con gli ultimi tomi di Harry Potter, Mrs Dalloway (che dovrei rileggere) o alcuni libri di Banana Yoshimoto (vorrei invece cancellare ogni ricordo di Moccia, ma almeno so che non aprirò mai più un suo scritto), : rivedo l’angolo della stanza in cui li ho letti, mi pare di sentire ancora il rumore delle pagine che giravano e qualche passaggio. Mi rimane solo la vaga coscienza di averli finiti. Il lettore è una strana creatura.
      Questo libro di Murakami mi ha colpito perché, in un certo modo, ha risposto ad alcune mie domande. Forse è solo capitato al momento giusto.

      • cassettino

        mh, i libri che non capitano al momento giusto scivolano via.
        sto rileggendo Lo straniero di Camus; era come se non l’avessi mai letto.

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