Family Portrait

Al primo anno di università in Biologia, era obbligatorio frequentare un corso di metodologia per imparare a studiare in maniera autonoma e prendere appunti in maniera efficace per sopravvivere alla giungla universitaria con le sue liane d’amianto. Il tempio della conoscenza si apriva a coloro che osavano varcare la soglia del vasto portone dantesco : “Perdete ogni speranza, ô voi ch’entrate.” Ci assegnarono una presentazione di gruppo su un tema a scelta ; mi ritrovai a dover discutere dei veleni in natura insieme a tra altre studentesse, cercando di rispondere al quesito : I veleni, una necessità mortale?

Prima di lanciarsi nell’avventura, tuttavia, i responsabili del corso vollero rompere il ghiaccio con i membri del gruppo. Organizzarono quindi una tavola rotonda, appuntarono i nostri nomi sulle rispettive bluse bianche, e ci proposero di inventare una favola. Ognuno doveva chiamare per nome la persona che doveva proseguire il racconto.

Non so come, ma il nostro banalissimo “C’era una volta une bellissima principessa che fu rapita da un orco cattivo”… evolse ben presto in un assurdo e divertentissimo delirio. Alla fine, si scoprì che l’Orco era un eccentrico ballerino, che la principessa era un’esperta creatrice di cocktail d’ogni genere e che il principe desiderava da sempre essere una drag-queen danzante in vestiti strassati e paillette. L’orco ed il principe convolarono a nozze e tutti e tre aprirono un piano-bar alternativo, diventando il cuore pulsante dell’effervescente vita notturna di tutto il reame. Eravamo fieri di noi. Che risate.

Anni dopo, mi ritrovai a leggere per la prima volta Jeanette Winterson, Oranges are not the only fruit, romanzo semi-autobiografico intervallato da scene fiabesche ed oniriche, in cui si narra la vita di sette principesse e la scoperta della loro sessualità. Mi tornò in mente la favola ideata in una stanzetta di laboratorio. Per curiosità, lessi tutti le altre opere dell’autrice che potevo procurarmi : Sexing the Cherry, Art and Lies, Written on the Body, Lighthousekeeping… La sua scrittura è magnifica, un florilegio di parole, una scultura magistrale, ma la trama spesso è complessa, a volte difficile da seguire, con tutti i salti temporali, di punti di vista o le digressioni fantastiche. Jeanette Winterson gioca con le parole, le ama, modella la sua storia, la distrugge, la ricompone, scivola di arte in arte, di persona a persona, di sesso in sesso. La sessualità è sempre presente nella sua prosa poetica, raccontata nei suoi aspetti più spirituali come in quelli più crudi – un po’ come Irving in The World according to Garp (le gioie della sodomia, della fellatio e dell’omoerotismo, la denuncia della pedofilia, della manipolazione mentale, l’ipocrisia delle convenzioni perbeniste che ignorano la verità per conservare le apparenze). Il libro che più mi piacque, forse, fu Written on the Body : una scrittura finemente cesellata per esporre le diverse sfumature dell’amore, le piccole viltà dell’animo, si contrappone ad una trama semplice, quasi scontata (e leggermente snervante)… la voce narrante, notevolmente, non ha un sesso ben definito (l’autrice è riuscita ad adottare tutti aggettivi e possessivi neutri) : gli unici elementi che vengono rivelati sul protagonista è che traduce narrativa dal russo all’inglese, che è reso debole e vacillante dalla sua distorta coscienza di sé e che ama passionalmente Louise, volitiva donna dai capelli di fuoco (la seconda parte del libro si apre su una morbosa e minuziosa descrizione di tutte le parti del suo corpo). Forse è una donna, forse è un uomo. Forse è tutti noi, in qualche momento della nostra esistenza.

In ogni caso, quel che mi affascina di più in Jeanette Winterson, è il linguaggio. Nei confronti dei suoi libri, sarei tentata di agire come il pittore esteta alla ricerca dell’impassibilità, protagonista del romanzo-haiku tutto in tinte impressioniste di Soseki, Kasamakura (letteralmente, “cuscino di erbe”, espressione giapponese per alludere al viaggio) : aprire una pagina a caso, senza badare alla trama, e dilettarsi nel linguaggio, come un vero Parnassien. Si trova sempre qualche spunto interessante quando si è aperti alle possibilità.

Il diritto di famiglia è stato riconosciuto in Italia anche per le coppie omosessuali. E devo sentire Ferrara pontificare con voce sarcastica sulle conseguenze dell’amore, citando il titolo di un film di Sorrentino, in Radio Londra, il programma che ti libera la mente (dai neuroni funzionanti).

Ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, in tutta libertà e rispetto. Eppure, eppure, c’è sempre chi tenta di spacciarle per verità assolute, invocando il concetto di “tradizione” e “normalità”.

Generalizzare sistematicamente è molto pericoloso. L’incipit di Anna Karenina non è sempre vero, secondo me (ironia della sorte : la felicità beata ed effimera ci renderebbe tutti uguali, è la disgrazia che ci differenzia)…

Ferrara ha dimenticato che il film parlava di una rivoluzione dell’amore : l’amore è pericoloso, sì, perché fa uscire di sé, dona forza e coraggio per affrontare nuove sfide, per conoscere lati di sé che erano rimasti inesplorati.

La realtà è molto, molto più ricca e variegata delle nostre convenzioni sociali. Lasciate che le coppie siano uguali nella loro ricerca di felicità.

Vorrei che da Radio Londra si levasse la voce di Orson Wells, raccontando con tanta verosimiglianza l’invasione della terra da parte degli alieni, per incuriosire sulla Guerra dei due Mondi. Ma non sanno far altro che stordirmi di battute stupide, volgari, voci ridenti a gola spiegata, rumori spacciati per musica e scherzare sulla profezia dei Maya. Apocalypse me now.

P.S.: Sorprendente. Da quando ho confessato le mie fanciullesche fantasie transgender in un precedente post, vengo assiduamente mitragliata di strane mail che mi propongono incredibili sconti su quantità all’ingrosso di Viagra, nonché un mirabolante allungamento del pene a prezzi modici. Fra poco riceverò suadenti inviti da avvenenti ragazze asiatiche per incontri virtuali molto hot. Per ora ho solo ricevuto una valanga di aggettivi ed espressioni variopinte, condite con foto spudoratamente fotoshoppate. Preferisco l’iperrealismo, grazie. Ceci n’est pas une mandarine.

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