Archivi del mese: marzo 2012

Feeling Good – Nina Simone

 

Birds flyin’ high you know how I feel
Sun in the sky you know how I feel
Breeze driftin’ on by you know how I feel
Its a new dawn, its a new day, its a new life for me
yeah, its a new dawn

its a new day

its a new life for me ooooooooh

AND I’M FEELING GOOD

Fish in the sea, you know how I feel
River runnin’ free you know how I feel
Blossom on the tree you know how I feel
Its a new dawn, its a new day, its a new life for me
And I’m feelin good

Dragonfly out in the sun you know what i mean dont you know
Butterflies all havin’ fun you know what I mean
Sleepin’ peace when day is done that’s what I mean
And this old world is a new world and a bold world for me

Stars when you shine you know how I feel
Scent of the crime you know how I feel
Your freedom is mine, and I know how I feel
Its a new dawn, its a new day, its a new life for me
(Free styling)
OH I’M FEELING GOOOOOOOOOOOOOD

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She’s got her ticket – Tracy Chapman

È fatta. Abbiamo i nostri biglietti per il giro del mondo. È stato un vero salasso, non penso di avere abbastanza soldi per il ritorno, non so dove dormiremo, come vivremo. Ma vivremo come mai prima d’ora, ne sono certa.

Sono felice, credo. Anche se sento nel cuore quella strana agitazione, frammista a vaga paura dell’ignoto, confusa eccitazione e molteplici micro-attacchi di panico. L’importante è prendere quell’aereo e volare via, via… La telecamera ed il mio taccuino saranno i miei amici inseparabili, come in Cina.

Mi torna in mente Anatomia dell’Irrequietezza, di Bruce Chatwin. Anch’io andrò sulle traccie dello Yeti, anch’io girerò libera per la Patagonia. Ci saranno colli da varcare su ponti di corda traballanti in cima alla Cordigliera delle Ande, bus barcollanti dai colori sgargianti e dai visi stanchi attaccati ai vetri impolverati, da prendere al volo, lunghe passeggiate in bicicletta nel Darjeeling, pomeriggi in piroghe nel cuore dell’Indonesia, la giungla tropicale del Vietnam… forse ho visto troppi Indiana Jones (ergh, indimenticabile la scena del banchetto indiano, con la zuppa di occhi freschi).

Viaggiatori, preparatevi ad affrontare mille peripezie durante il periplo (pessimo gioco di parole, lo ammetto ; pure un po’ ridondante). Ma soprattutto, prima di partire, preparatevi a fronteggiare e blandire una madre furiosa, in preda alla più devastante angoscia : è più temibile di mille tigri.

Intanto sulla mia chitarra risuona la canzone di Tracy Chapman.

She’s got her ticket 
I think she’s gonna use it 
I think she’s going to fly away 
No one should try and stop her 
Persuade her with their power 
She says that her mind is made 
Up 

Why not leave why not 
Go away 
Too much hatred 
Corruption and greed 
Give your life 
And invariably they leave you with 
Nothing 

Young girl ain’t got no chances 
No roots to keep her strong 
She’s shed all pretenses 
That someday she’ll belong 
Some folks call her a runaway 
A failure in the race 
But she knows where her ticket takes her 
She will find her place in the sun 

Why not leave why not 
Go away 
Too much hatred 
Corruption and greed 
Give your life 
And invariably they leave you with 
Nothing 

She’s got her ticket 
I think she gonna use it 
I think she going to fly away 
No one should try and stop her 
Persuade her with their power 
She says that her mind is made 
Up 

And she’ll fly, fly, fly… 

Questo post è scritto indecentemente male, mi dispiace. È che non riesco a stare ferma e riflettere con calma, non ancora, no ; ora voglio solo saltare di gioia.

Ricordo che potrete seguirci sia qui (inglese) che qui (francese).


Talking about a revolution

È tempo di cambiamento, lo dicono tutti. La benzina aumenta, l’atmosfera soffoca, i pinguini si abbronzano sugli yatch. Tocca stringere i denti, ingoiare il rospo e tirare avanti. Tanto la sera ci aspetta un bel programma generosamente diffuso dalla televisione di stato o a pagamento (la differenza è millesimale, quasi astratta, a tratti inesistente), con omicidi e gossip sulla decadenza attuale, bocche volgari e gonfie di compromessi al silicone che si aprono per disquisire esalare nauseabondi cliché sull’aborto, la povertà, la precarità del lavoro, il mondo dello showbiz, le relazioni umane, il peccato di carne.

Places des Invalides. Sta scendendo la sera, i primi lampioni riversano una flebile luce sulle ultime scie del crepuscolo.

-Signore, ce l’ha una sigaretta per me?

Il passante non si gira nemmeno, finge di dover rispondere ad una chiamata urgentissima sul suo iphone e prosegue indifferente la sua strada.

-Chiedere le sigarette è un’arte. A volte non sanno riconoscere che sono un artista.

-Non fai prima a comprartene un pacchetto?

-Forse. Ma le sigarette degli altri hanno un altro sapore. Un leggero retrogusto di generosità e indipendenza. Ora però, sono tutti con le mani in tasca e la schiena curva. Mi sembrano macchine. Tic-tic, tic-tac, fanno quando si avvicinano. Non ho la monetina per farmi dire “Buongiorno”.

-La crisi, è la crisi. Astinenza e pazienza, amico. E un buon bicchiere di Bordeaux.

-Bah… l’astinenza imposta e i surrogati all’insoddisfazione, dopo un po’ mi stuccano. Come i paroloni della gente al calduccio nelle sue stanze piene di tappezzerie dorate. Ehi, ragazzo, che per caso hai una sigaretta per un vecchio come me?

-Vedrai, il Bordeaux fa miracoli… ogni tanto un buon Beaujolais nouveau, quando capita, ti apre le porte del paradiso. Vecchio cagnaccio, dovresti smetterla di fumare, ti fa pensare cose strane.

-Mai quanto quelle che ci mettono in testa. Le senti tutto il giorno, finché ti sembrano normali. Invece storpiano le parole… siamo zoppi o ciechi o sordi, un po’ tutti. Liberté, Égalité, Fraternité, pfui! Vive la révolution!  Monsieur, une sigarette, s’il vous plaît? Vous avez du feu, aussi, par hasard?

Qualcuno sta speculando sulla Grecia al grido de “Si salvino le banche, si salvi chi può!”, la Spagna ed il Portogallo fremono, l’Italia era celebre per il suo bilancio creativo già all’epoca di Tolstoj… siamo sotto un governo tecnico, con le stesse facce, più o meno, dei governi precedenti, mentre aleggiano fantasmi politici un po’ ovunque. Stanno cambiando la Costituzione (il solito problema del : Chi controlla il controllore?), le leggi del lavoro… e se cambiassero anche alcuni privilegi dei senatori e deputati? Se rendessero la carriera politica un volontariato, uno stage poco remunerato, a tempo determinato? Questo sì, che sarebbe interessante, più realista. Molti avvoltoi scomparirebbero. Intanto, corrono tutti ai ripari, temono di condividere la sorte dei Greci (meglio abbandonarli al loro destino e far finta che tutto vada ancora). Vorrei anche veder cambiare il giornalismo d’oggi, che non indaga più, ma si piega alle opinioni soggettive oppure dei più influenti (il trattamento delle opinioni è l’essenza del giornalismo, ma è venuta a mancare l’etica deontologica che imponeva di verificare la veridicità delle informazioni e di confrontarle, criticarle, esaminarle, prima di manipolarle).

Hanno chiuso Megaupload perché contravveniva alle leggi del copyright (altresì inteso come diritto inalienabile all’intrattenimento a pagamento). Beh, finché non censureranno Youporn, possiamo stare tranquilli.

 –Mademoiselle, auriez-vous une sigarette?

Désolée, je ne fume pas. Mais j’ai un briquet, si vous le souhaitez.

P.S.: Da quando mi sono tuffata nella letteratura russa, oltre ai soliti mail sul Viagra, ricevo pubblicità su libri originali del modernismo russo nei primi anni del Novecento. Compreso un trattato di Stalin. Apparently, I see red. Well, I’m more for the rainbow, if I can say it.


Audioslave – I am the Highway

 

Buona primavera!

 

Un piccolo haiku per celebrare questa giornata profumata…

Specchi di luce

sul fiume

Ombre di fiori

Janyce ed io abbiamo iniziato la lunga serie di vaccini e ci accingiamo a chiedere ai rispettivi consolati tutti i visti necessari. Mi sono iscritta su WOOOF e couchsurfing, interessanti siti per viaggiatori avventurieri, grazie ai quali ho già incontrato persone fantastiche, che mi hanno dato ottimi consigli per il giro del mondo. Partiremo a luglio, per un anno, sacco in spalla, pronte a raccontare i miti antichi e raccogliere leggende di altre culture. Potrete seguirci virtualmente qui, in inglese, oppure colì in francese. Il terzo cantastorie, purtroppo, si è dovuto desistere.

Se qualcuno desiderasse raggiungerci nel nostro periplo o condividere una parte del cammino, è il benvenuto! Percorreremo gli Stati Uniti, il Messico, il Perù, il Chile, la Bolivia, l’Argentina, la Nuova Zelanda, l’Australia, il Vietnam, la Cambogia, la China, l’India, il Mozambique, il Botswana, la Namibia ed infine l’Africa del Sud. Non vedo l’ora di partire!

Ritorno alla mia tesi sulla religione etrusca dedicata alla dea delle Selve e degli orsi, Artume.

Have a nice day!


Друзья пространства! (Play far, play love)

Stranamente, mi capita di avere di nuovo sogni ricorrenti, come quando ero piccola. La fanciulla che ero temeva di tornare -non so ancora dove- ma di tornare, in giorno, e di non riconoscere più niente, non ritrovare più i suoi cari, se non addirittura vederli svanire di fronte a sé e di ritrovarsi in un labirinto che si richiudeva su di lei, senza lasciarle via d’uscita (in terza persona fa tanto narcisista chic).

Ultimamente, invece, nei miei sogni devo intraprendere un grande viaggio di ritorno. Metto in ordine la mia stanza, mentre il sole scivola sulle pareti e gioca con le rondini… prendo la mia giacca, chiudo la porta a chiave e mi reco tranquillamente all’aeroporto. L’aereo è in orario, passo la dogana senza problemi, prendo posto vicino al finestrino, pronta a contemplare la terra che si allontana e diventa sempre più piccola, sempre più bella ed affascinante, sotto il suo velo di nubi rubiconde. Improvvisamente, realizzo di non aver alcuna valigia con me. Non ho neanche pensato a farla, a dir la verità. L’importante era prendere quell’aereo, l’importante era partire. Ero salpata verso l’incognito portando solo me stessa. Ed ero felice, mi sentivo così leggera. Non provavo più la solita angoscia che si annidava da sempre nelle mie viscere, né quell’insensata nostalgia ed estraneità al mondo. Era forse quella la libertà?

Ho finito di leggere Sputnik Sweetheart, di Haruki Murakami. L’ho percorso tutto di un fiato. Mi ha avvinta, affascinata, divertita, catturata, stimolata alla riflessione sulla scrittura e sulla vita (ahi ahi, croccolone in vista). Tutto inizia con un divertente qui-pro-quo tra “sputnik” e “beatnik”. Mi sono affezionata all’eccentrica, passionale e vivida Sumire, al discreto, solitario e ragionevole K., misteriosa voce narrante innamorata di Sumire, e alla segreta e bellissima Miu, che nasconde dietro un’eleganza marmorea un terribile trauma, la scissione del desiderio. Si può vivere senza desiderio? Si è ancora vivi, senza il brivido della sensualità, oppure si diventa solo una splendida conchiglia senz’anima? Sumire si trasforma per amore di Miu, si apre alla vita, ma Miu non riesce a superare il vuoto interiore, l’abisso di frigidità che la condanna per sempre al silenzio dei sensi (tranne il gusto).

“I have this strange feeling that I’m not myself anymore. It’s hard to put into words, but I guess it’s like I was fast asleep, and someone came, disassembled me, and hurriedly put me back together again. That sort of feeling.” 

K. non riesce ad amare altre donne al di là Sumire, l’unica capace di illuminare la sua solitudine… (mi ricorda un bel passaggio di Maupassant, Une Vie, in cui la protagonista si accorge che l’ideale giovanile dell’amore fusionale è solo una crudele illusione).

“And it came to me then. That we were wonderful traveling companions but in the end no more than lonely lumps of metal in their own separate orbits. From far off they look like beautiful shooting stars, but in reality they’re nothing more than prisons, where each of us is locked up alone, going nowhere. When the orbits of these two satellites of ours happened to cross paths, we could be together. Maybe even open our hearts to each other. But that was only for the briefest moment. In the next instant we’d be in absolute solitude. Until we burned up and became nothing.” 

…finché Sumire un giorno scompare su un’isoletta greca, senza lasciare traccia alcuna, se non qualche pagina scritta. Per lei, scrivere è riflettere.

Sumire è passata oltre lo specchio della realtà. Come Laika, la cagnolina dello Sputnik, si è lanciata nello spazio siderale dei sogni. Tornerà mai? Il finale rimane ambiguo (K. riceve davvero quella telefonata, oppure si tratta di un’allucinazione del desiderio, nel limbo del dormi-veglia?)

I tre personaggi sono come satelliti dalle orbite irregolari, persi nella nebulosa della modernità, o piuttosto delle velleità. Sumire, giovane scrittrice beatnik, che non accetta i compromessi e vive ai margini della società ; Miu, pianista interrotta e raffinata donna d’affari ; K., solitario e pudico amante di letteratura, professore alle elementari, amante occasionale di donne sposate, eterno amico innamorato di Sumire. L’amore come un tornado che si abbatte sulla vasta piana… sono tutti sputnik, compagni di viaggio scombussolati, alla scoperta dei propri buchi neri.

Nel 1997, mia zia e sua figlia adolescente vennero a trovarci a Parigi. Ero emozionata, non le conoscevo bene, le avrei amate. E loro, mi avrebbero amate? Mia zia era divertente, affascinante, irriverente. Mi piaceva ascoltarla. Diceva che ero una bambina molto matura per la mia età. Mia cugina era un po’ particolare, amava spaventarci con le storie di fantasmi e di efferati omicidi. A casa dicevano che era pazza, per scherzare. Non sapevo che frequentasse uno psicologo. Era prepotente verso mia sorella. Io, ruffianamente, facevo di tutto per farmi amare. Un giorno, mi chiamò nella sua stanza, mi fece sedere di fronte a lei sul balcone ed iniziò a dire delle cose che non mi piacquero sulla mia famiglia e sull’altra zia. Ero a disagio, non sapevo come dileguarmi. Innervosita, mi lasciai sfuggire le chiacchiere che si dicevano in cucina su dei lei. Mi lasciò andare senza dire una parola.

Nel pomeriggio si scatenò un putiferio. Mia zia gridò allo scandalo, disse che non era mai stata trattata così in tutta la sua vita, che era una vergogna. Era un vociferare in crescendo. Mia madre si scusava, era mortificata. Mia zia, più tardi, con voce calma e suadente, mentre fumava una sigaretta, posò lo sguardo su di me e disse a mia madre che non ero così innocente come sembravo ; probabilmente ero una manipolatrice, mentivo per ricevere delle attenzioni. “Non fidarti delle sue moine, è falsa”. Mia zia e sua figlia andarono in albergo. Mia madre pagò il loro soggiorno e il biglietto di ritorno. Non sapevo più dove mettermi. Avrei voluto che la terra si aprisse sotto ai miei piedi, che una voragine mi inghiottisse. Divenire trasparente, non sentire più l’immenso disagio, la vergogna, l’imbarazzo. Da allora, mia madre non mi credette più.

Come può una persona decretare che i sentimenti altrui siano falsi? Che si possa fingere ed ingannare a tal punto?

Imparai a diffidare da tutti e seppellire i miei stati d’animo in un luogo profondo del cuore, che non avrei potuto ritrovare nemmeno io. Imparai che ogni parola comporta una conseguenza e quindi, imparai a valutare la reazione del mio interlocutore prima di pronunciare la più piccola sillaba. Capii che non è sempre bene confidarsi e che è pericoloso parlare a vanvera. Il disgusto delle maldicenze si impose a me con tutta la sua veemenza. Imparai a mentire, a dire quello che si voleva sentire, per non espormi. Mi imbavagliai. Persi la spontaneità. Arrivai al punto di poter dire la verità, la mia verità, senza essere creduta. Vi è un sottile piacere in questo paradosso. Ridendo castigare mores vel mentendo?  Come quando si parla a voce bassa… è divertente vedere come il messaggio primario venga distorto dai pensieri altrui. Fino ad un certo punto, che segna il sottile confine tra l’inganno e l’incomprensione involontaria.

Qualche giorno fa, mentre tornavo da una gradevole serata in crêperie, nel quartiere brettone di Parigi (verso la rue Montparnasse), mi sentii pervasa da un improvviso senso di distacco totale, un misto di nostalgia e di irreprimibile desiderio di libertà.

C’era una breccia nel cielo, ho preso la mia giacca e sono passata attraverso. “To infinity and beyond!“, come disse il pupazzetto cosmonauta.

È vero, scrivo per te, sputnik sweetheart. E non aspetto più le tue telefonate esistenziali nel cuore della notte. Perché anche tu ruoti lassù, in qualche galassia alfanumerica, e giochi ai dadi con il Signore.


Finch’è ancora tempo – Nazim Hikmet (1958)

Finch ‘è ancora tempo, mio amore,
e prima che bruci Parigi
finch’è ancora tempo, mio amore,
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
questa notte di maggio
sul lungoSenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi verso Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia, paura e stupore
piangere silenziosamente
e le stelle piangerebbro
mescolate alla pioggia fine. 

Finch’è ancora tempo, mio amore, 
e prima che bruci Parigi
finch’è ancora tempo, mio amore,
finchè il mio cuore è sul suo ramo
questa notte di maggio lungo la Senna
sotto i salici con te, mia rosa,
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più dette a Parigi 
le più dette le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini. 
In alto le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiaro di luna
le loro finestre dritte che dormono in piedi

e sulla riva di faccia il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finch’è ancora tempo, mio amore,
e prima che bruci Parigi
finch’è ancora tempo, mio amore,
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, nei depositi del lungoSenna
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
verso il Belgio o verso l’Olanda? 
davanti alla cabina una donna
con un grembiale bianco
sorride dolcemente.

Finch ‘è ancora tempo, mio amore,
e prima che bruci Parigi
finch’è ancora tempo, mio amore.

(Traduzione di Joyce Lussu e Velso Mucci)


Keith Jarret – Köln Concert (part 3)