Jazzy Wanderings – Body and Soul

Mi ha sempre affascinato l’atmosfera pazza e bohème che suscitava in me la storia di New Orleans. Lo spirito bizzarro e contraddittorio della Louisiana, del folle Alabama, mi intriga. Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistle Stop, di Fannie Flagg, mi ha colpito profondamente : una bella, complessa, cinica, crudele, storia di amicizia, intrighi al bar, amori proibiti, razzismo e Ku Klux Klan, serate scatenate nel cuore di Harlem nell’America della Grande Depressione… anche il film mi è piaciuto, nonostante la trama sia stata molto semplificata e la fine resa volutamente ambigua (l’arzilla vecchiettina è davvero Ninny, oppure potrebbe essere Idgie in incognito? Towanda!). Mi è piaciuto il libro di Frank Conroy, Body and soul, che narra la vita di un giovane pianista prodigio nella New York degli anni Venti, descrivendone l’evoluzione musicale e i radicali cambiamenti della città e degli animi all’avvicinarsi della guerra mondiale e fredda, segnata dal modernismo e da un’inquietante Inquisizione Politica Americana. Non so perché, mi rammenta Rhapsody in blue di Gershwin, con alcuni accenti cupi e selvaggi di Rachmaninov e le Gymnopédie di Satie. Come sarebbe la vita, se pensassi le persone come brani musicali? Quali note mi suggerirebbero? Danzerei, fuggirei via con le mani sulle orecchie? Potremmo trovare un’armonia comune (come quando l’orchestra si accorda prima di iniziare il brano, eseguendolo poi quasi perfettamente). 

Per tre anni, ho distribuito volantini per il ParisJazzClub in cambio di posti di concerto gratuiti nei diversi pianobar e jazz-club della città. È stato meraviglioso conoscere un altro volto di Parigi, più nascosto ma non meno vitale, sotterraneo e sensualmente blues.

Esiste una strada, vicino alle Halles e rue Sébastopol, popolata dai più conosciuti jazz-bar e gay-bar (i lunedì sera dedicati alle open-party bubble frenzy sono completamente deliranti) del centro città, la rue des Lombards.

Nell’elegante Club des Lombards, ci siamo sistemate lontano dagli altri clienti, nel piccolo balcone sopra il palco, sorseggiando un ottimo cocktail con un’amica di Taiwan in una gradevole penombra, cullate da uno struggente ed impertinente sassofono, basso, briosa batteria e chitarra jazz. Mai stata così felice di essere in piccionaia. Pochi passi più in là, si trova il colorato Baisé Salé, dalle atmosfere più antillesi e caraibiche, dov’è possibile cenare all’aperto, assaporando le specialità dei tropici e poi ballare, ballare al ritmo sfrenato dei giambè, chitarre jazz e straordinarie voci soul.

Di fronte, si presenta il Sunside-Sunset : la prima sala è accogliente, con i suoi muri all’antica, in pietra cruda, ed il palco è circondato da poltrone e sofà rossi dove sprofondare ascoltando la musica : il pianoforte di Tigran Amasyan mi ha trasportato in altri mondi, così come l’esibizione del duo italiano Musica Nuda (Ferruccio Spinetti al contrabbasso e Petra Magoni, voce). Il Sunset non è altro che l’alcove sotterranea del Sunside, dove si esibì un bassista americano eccezionale. Unico inconveniente : le casse erano a tutto volume e l’acustica particolare del luogo riecheggiava ogni nota, che rimbombava poi con decupla potenza nei timpani e nel petto…

Nei viottoli turistici del Quartier Latin, all’ombra di una severa ed inquietante Notre-Dame, tra un ristorante greco e uno savoiardo o simil-giapponese, risplende l’insegna al neon rosa, molto kitsch, del Caveau de la Huchette. Si tratta di una vera istituzione del jazz a Parigi. La leggenda narra che fosse, all’origine, un sotterraneo dove usavano riunirsi segretamente Templari, Rosicruciati e Massoni per le loro losche cerimonie… finché, nel 1949, non venne allestito con un bar in mogano e la più grande pista da ballo dell’epoca : iniziarono le ribelli assemblee di jazzisti e si aprirono le danze. Grandi nomi del jazz hanno suonato al Caveau, tra cui lo scrittore-trombettista Boris Vian!

In una stradina di St-Germain, nella rue de Buci, a pochi passi dal Carrefour de l’Odéon, accanto alla galleria (molto molto pittoresca) del celebre Procope, c’è il Camaléon, un simpatico bar tutto in chiaro-scuro, mimetizzato tra un ristorante Tex-Mex (El Chuncho) e un negozietto di cappelli e scarpe artigianali.

Verso la rue Galande, leggermente nascosto, ho scoperto grazie ad un’amica russa il piccolo ed intimo Caveau des Oubliettes, al quale si recava ogni sera. Il barista è molto cordiale e ogni sera, alle 22, invita per una piacevole jam session diversi gruppi a suonare nella cave dalle pareti in pietra grezza, corrosa e ingiallita, dove  ci si può accomodare ai cinque tavolini dalle sedie sbilenche o sulle panche attaccate alle pareti, a pochi centimetri dai musicisti. L’entrata è libera, si deve solo prendere una bibita (i succhi di papaia e frutto della passione sono da evitare). Anche qui, la leggenda narra che fossero, anticamente, delle prigioni (da cui il nome del locale) : le pietre decrepite hanno conservato i graffiti dei condannati, giorni e giorni, nomi, disegni, aforismi di galera, conferendo a quella sala la sua atmosfera tanto particolare, leggermente soffocante e claustrofobica, carica di mistero, memoria e umidità. Molto meno romanticamente, tuttavia, si tratterebbe degli scherzi di qualche compagnia avvinazzata nelle vecchie caves à vin di un piano bar.

A Montparnasse, nel quartiere brettone, vive il Petit Journal Jazz : a prima vista, sembrerebbe una bettola senza arte né parte, ma basta non farsi spaventare dal rauco mugugno del vecchio barista con il cappello di feltro consunto e la sigaretta sempre accesa, con mucchietti di cenere sul mento mal rasato, e scendere gli stretti scalini… per entrare in un mondo parallelo, o meglio, per sperimentare un vero e proprio salto nel tempo : autentici jazzmen e bluesmen si incontrano per suonare fino all’alba brani senza tempo, dalla tormentosa e strana frenesia, la folie de la rue, come un pezzo indiavolato di Art Tatum.

In uno dei loro concerti, c’era un ragazzo esile e delicato che suonava il trombone con una passionalità febbrile… non so da dove tirasse fuori tanta potenza e grinta, eppure era travolgente. Immaginavo che da un momento all’altro il suo trombone lo avrebbe aspirato e inghiottito sotto ai nostri occhi rapiti.

Parlerò un’altra volta dei locali punk-rock del quartiere di Oberkampf e del Batofar, péniche dove si suona musica sperimentale e rock progressivo all’ondeggiar della Senna.

Vi lascio con un meraviglioso slow blues di Chet Baker (anche la versione di Elvis Costello è molto bella ; forse più intensa e meno dolcemente malinconica).

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