“I have no gun, but I can spit”

Questa è la mia foto attuale sulla carta d'identità, quando non è la tigre giapponese dal santuario di Konpira-San

Ieri sono andata a fare un’ecografia del ginocchio in una clinica raccomandata da mia sorella, vicino a Radio France. Nonostante avessi precisato più volte che si trattasse della mia prima visita in quell’istituto, tutti continuavano a rivolgersi a me osservando : “I risultati sono molto cambiati rispetto all’altra volta.” Si è avverato quel che temevo : tutte le analisi di Eva, la mia gemella, erano passate sul mio dossier. La segretaria e i dottori erano sconvolti : come spiegare questo mistero? (I Francesi sono molto quadrati : appena si esce fuori dalla routine, è il panico). Alla fine, il problema tecnico fu risolto e i due dossier furono separati. Stavo per uscire dalla clinica quando la segretaria mi richiamò e mi chiese : “Ma per caso siete gemelle?”. Il “per caso” mi divertì molto. Annuii sorridendo e lei comunicò subito l’incredibile notizia al dottore : “Aaaah! Sono gemelle!”. Mi spiegò che qualcuno, vedendo lo stesso cognome, le stesse iniziali e la stessa data di nascita, aveva probabilmente pensato che si fosse trattato di un errore informatico e aveva “fusionato” le informazioni. Ho riso e ho chiamato subito la mia gemella, per raccontarle l’accaduto. Promemoria : non andare mai più nella stessa clinica di mia sorella ; in tal caso, specificare la nostra gemellarità, onde evitare di mandare geniali menti scientifiche in tilt.

Il ginocchio va bene, comunque. Posso girare il mondo, yuppi-duh!

A causa di problemi alla nascita, la mia gemella ed io siamo leggermente diverse. Tutto accadde a causa di una tripla miocentesi mal eseguita : per sapere se eravamo omozigote, i medici introdussero una sonda nel placenta, con l’intenzione di colorare in blu il liquido amniotico. Se tutto si colorava, allora eravamo in un’unica sacca (la famosa tecnica del “puffami tutta!” – somiglia tanto ad un titolo di Tinto Brass). Purtroppo la sonda lesionò i tessuti e mia madre andò in setticemia. Dovettero operarla d’urgenza al sesto mese di gravidanza. Grande puffo, aiutaci tu!

Al momento della cesareo, ero ancora nel mondo del Morfeo dei neonati (alias gene bradipo) : non ho respirato per un paio di minuti, un paio di neuroni andarono in fumo. La meningite che contrassi in incubatrice ne bruciò qualche altro e diventai allergica alla criptonite.

Siamo sopravvissute. Resteranno alcune sequele, ma niente di che. Sicuramente, una certa propensione per le battute idiote.

Le mie gambe furono colpite da una paralisi parziale, o meglio si adattarono ad un precario senso dell’equilibrio. La scherma (sì, ho anche partecipato alle regionali per l’Île-de-France) mi ha dato la possibilità di trovare un modo tutto mio di camminare : la gamba destra funge da motore, mentre la sinistra, più corta di 4 cm (una bazzecola), serve da perno di sostegno. Cammino come l’australopiteco Lucy, insomma. Eppure, la particolarità più intrigante è un’altra : le mie gambe sono sensitive. Esprimono tutto il caos interno che cerco di imbrigliare e nascondere a me stessa.

Il mio compagno di banco, al liceo, mi chiamava scherzosamente la “Ragazza Imbarazzata” e mi interpellava sempre con un sonoro “Eh, R.I, che dici di bello?” (ennesimo gioco di parole sul mio nome) : non mi piaceva rispondere alle domande, per cui mugugnavo due sillabe e poi mi arrangiavo per deviare il discorso su argomenti più interessanti. Più spesso, mi defilavo.

Semplicemente, non sopportavo gli sguardi troppo diretti, di chi, per esempio, ti pianta gli occhi nell’anima e sembra indagare nelle più remote ed intime profondità, mentre balbetti una storia qualunque. Quando mi ritrovo in queste situazioni che generano un disagio e un’ansia irragionevole in me, le mie gambe si irrigidiscono, tremano, non obbediscono più, sbandano. “Allarme, allarme, è stata varcata la soglia di sicurezza, allontanarsi al più presto“, sembrano volermi dire. Se avessi l’anello di Gige o la cappa di invisibilità di Harry Potter, quello sarebbe il momento adatto per scomparire. Puff! Il mago Zurlì ha colpito ancora! Ho stupidamente respinto gli altri, declinato uscite e passeggiate per evitare il sentimento di sconforto (riuscirò a mantenere il ritmo? rallenterò tutti con la mia camminata da pinguino), ossessionata dal mio irritante senso d’inadeguatezza… che ero la sola a notare.

Spesso mi siedo in un angolo tranquillo e mi diverto ad osservare la gente passare, notando la loro espressione indaffarata, pensierosa o gioiosa, il susseguirsi ritmico e particolare dei loro passi. Ognuno ha un’andatura unica : l’avanzare dinoccolato dell’adolescente con le gambe da cicogna, i passetti fragili e lenti di una vecchina, l’incedere felino di un’Etiope, la studentessa che corre leggera per raggiungere il bus, il giovane che cammina leggendo (io barcollo troppo, mi viene il mal di mare). Gambe come metronomi che scandiscono i chilometri, le aspirazioni, gli attimi da cogliere, gli incontri futuri.

Molti avanzano con aria distratta, pensierosa, stressata. Un bambino tira la mano del padre per ascoltare un violinista che suona per la strada : “Papa, laisse-moi écouter“. Chissà quali riflessioni balenano nelle loro menti, quali sono le loro vite, le loro piccole manie, le loro folli risate. Forse cerco una parvenza di fratellanza, un volto che mi ricordi te, una vaga traccia nel labirinto delle ore, dei giorni evanescenti ; anch’io appartengo al moto incessante delle anime erranti.

Misuro ogni Dolore che incontro 
Con acuti, Occhi, che indagano – 
Mi chiedo se pesa come il Mio – 
O ha una taglia più Leggera – 
Mi chiedo se l’abbiano portato a lungo – 
O sia appena iniziato – 
Non saprei dire la Data del Mio – 
Sembra così vecchia una pena – 

Mi chiedo se fa male al vivere – 
E se sono obbligati ad andare avanti – 
E se – potendo scegliere una via – 
Non preferirebbero – morire – 

Mi accorgo che Alcuni – a lungo pazienti – 
A un certo punto, ritrovano il sorriso – 
A somiglianza di un Lume 
Che abbia così poco Olio – 

Mi chiedo se quando si siano accumulati Anni – 
Qualche Migliaio – sul Male – 
Che li ferì Precocemente – un tale scorrere 
Potrebbe dar loro qualche Balsamo – 

Oppure continuerebbero dolenti ancora 
Attraverso Secoli di Resistenza – 
Addestrati a una più grande Pena – 
In Antitesi con l’Amore – 

Gli Afflitti – sono tanti – mi dicono – 
C’è una varietà di Cause – 
La morte – è solo una – e viene solo una volta – 
E si limita a inchiodare gli Occhi – 

C’è il Dolore della Mancanza – e il Dolore del Freddo – 
Una varietà chiamata “Disperazione” – 
C’è l’Esilio dagli Occhi natii – 
Pur all’interno dell’Aria Natia – 

E sebbene non possa indovinarne il genere – 
In modo corretto – tuttavia per me 
Un penetrante Conforto offre 
L’attraversamento del Calvario – 

Notare la foggia – delle Croci – 
E come sono di solito portate – 
Sempre affascinata dal presumere 
Che Qualcuna – sia come la Mia –

Emily Dickinson, 562 (trad. M. Bacigalupo)

Forse anche loro, ogni tanto, sentono il bisogno di staccare la spina della frenesia e di ritirarsi in un luogo calmo, dove assaporare un po’ di solitudine. O forse si sentono soli, in fondo. Una solitudine che non è quiete, ma affanno, incomprensione, paura di non sopportare la propria, pesante, inconfortevole presenza. Per questo tengono sempre l’Iphone o il Blackberry a portata di mano? Per questo corrono? Per stordirsi di novità? Per non sentire l’amarezza di una vita vissuta in attesa? Sono isole nell’oceano, spinte qua e là dal vento? Almeno, si potesse dialogare con il proprio palmizio!

Vi è una solitudine dello spazio,
una solitudine del mare,
una solitudine della morte, ma queste
saranno una folla
a confronto di quel luogo più profondo
quella polare segretezza,
un’anima ammessa alla propria presenza –
finita infinità
Emily Dickinson – trad. Massimo Bacigalupo
Anch’io tengo sempre vari libri e il mio Ipod nella tracolla, per ingannare l’attesa a passi di danza, o meglio, per stare in buona compagnia. Mi piace ridere, uscire con gli amici, eppure mi piace passeggiare da sola per Parigi. Andrò al mio ritmo, seguendo il Lungo-Senna, con un piacevole sottofondo musicale o di allegri passerotti. Spesso prendo anche il trenino per andare nei piccoli borghi dell’Île-de-France, una gita di un giorno, per vedere se il cielo è già diverso fuori dalla grande metropoli. Lo è perfino la gente. Come si dice, “Paris n’est pas la France”.
Molto spesso, generalmente quando mi è difficile camminare per via di alcune tensioni interne, imbarazzandomi ancora di più (ecco, se fossi la Zoppa di Notre-Dame, l’imbarazzo sarebbe impersonato dal torturato, ambiguo e diabolico Frollo – l’ho già detto che sono modesta e assolutamente immune alle manie di grandezza?) la gente non esita a venire verso di me e a chiedermi, con un gran sorriso :
-Ma tu zoppichi! Che ti è successo?? Ti hanno investito?
(Davvero? Che sorpresa, non mi sono accorta di nulla!)
-No. In realtà fino a pochi giorni fa ero una sirena che danzava tra le onde del mare, mi devo ancora abituare alle mie nuove gambe.
Sugli scalini della metro, un uomo mi ha abbracciato (ero distratta, non sono riuscita a scansarmi in tempo) e mi ha consigliato un ottimo chirurgo, aggiungendo : “È l’anca, vero? È un genio, tornerà a correre come un cerbiatto” (chissà perché, mi è venuta in mente Fiore, la puzzola ambigua in Bambi, nella scena in cui il suo muso spuntava fuori da un campo di fiori – in quel momento, avrei voluto essere spalmata al sole in un campo di margherite.)
A Montréal, mentre passeggiavo per la rue St-Catherine, un ragazzo mi chiese se era per la vita, indicando pudicamente i miei piedi : “Eh, sì, penso che ormai non potrò fare più nulla per il mio 41 di scarpe.” Rise timidamente, poi mi chiese ancora se si trattasse di sclerosi multipla. “No, bro’, don’t worry, it’s just a phase.” Ci salutammo pugno a pugno, come si faceva un tempo nel Bronx.
Ah, meravigliosa umanità. La mia andatura è vacillante, ma non sono diversa da tutti quelli che corrono verso una meta ancora da scoprire. Anche gli altri, così misteriosi, imperscrutabili, trascinano il loro peso, sono zoppi, persi in un mare di informazioni contrastanti, cercando una via di fuga, divisi tra l’acuta consapevolezza dal proprio essere effimero ed un recondito, prepotente anelito all’eternità. È tempo di rallentare e di stare un poco in silenzio, senza il brusio delle paranoie. Vado a salutare la belle dame de Paris, la Tour Eiffel. Bonne nuit, ma chère Paris aux lueurs diaphanes.

Il viaggio finisce qui:

nelle cure meschine che dividono

l’anima che non sa più dare un grido.

Ora i minuti sono uguali e fissi

Come i giri di ruota della pompa.

Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.

Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia

Che tentano gli assidui e lenti flussi.

Nulla disvela se non pigri fumi

La marina che tramano di conche

I soffi leni: ed è raro che appaia

Nella bonaccia muta

Tra l’isole dell’aria migrabonde

La Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto svanisce

In questa poca nebbia di memorie ;

se nell’ora che torpe o nel sospiro 

del frangente si compie ogni destino.

Vorrei dirti che no, che ti s’appressa

l’ora che passerai di là dal tempo;

forse solo chi vuole s’infinita,

e questo tu potrai, chissà, non io.

Penso che per i più non sia salvezza,

ma taluno sovverta ogni disegno,

passi il varco, qual volle si ritrovi.

Vorrei prima di cedere segnarti

codesta via di fuga

labile come nei sommossi campi

del mare spuma o ruga.

Ti dono anche l’avara mia speranza.

A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:

l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode

che rode la marea col moto alterno.

Il tuo cuore vicino che non m’ode

salpa già forse per l’eterno.

Casa sul Mare, Eugenio Montale

 
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14 responses to ““I have no gun, but I can spit”

  • cassettino

    ho letto e riso con piacere, mi sono stretto nelle spalle, mi sono fermato un po’, ho continuato.
    non so bene come proseguire; quando leggo certe cose (e scritte popò bene) l’unica cosa che riesco a pensare è “già”. poi continuo la giornata più contento.
    forse è un commento scemo, ma leggere questa cosa è stato bello come andare a cercare asparagi.

    • kodamae

      Cassettino delle belle favole, grazie! A tratti, l’espressione era un po’ spinosa (la tana perfetta per gli hulk-asparagi forastici e mordaci), ma sono felice che ti abbia fatto ridere : la gente sa essere molto buffa – spesso inconsapevolmente. Eh già, in certe situazioni, meglio scrollare le spalle e riderci su 🙂
      Tornerò a leggerti, i tuoi racconti mi hanno intrigato.

      • cassettino

        rischio di essere un po’ scemo, però ho trovato in questa cosa che hai scritto un sacco di aspetti che riguardano anche me. è ciò che fa parte del rapporto fra scrittore e lettore e che a volte fa dire quel già.
        per primi ho visto i Kodama (sono entrato), per secondo una canzone dei Mogwai – Take me somwhere nice – (ho pensato che bello), per terzo Montale (mi sono messo a leggere).

      • kodamae

        Le tue osservazioni non sono per nulla sceme, Cassettino (o allora vorrei essere io così elegantemente scema, ma sono solo scema e basta ^^). I Kodama (sei il benvenuto nella loro foresta) hanno invaso la mia casa e Montale è diventato il mio faro 🙂
        A volte ci colpiscono certe affinità elettive, mentre leggiamo, che ci spingono a continuare la lettura, a riflettere, a riconoscerci come specchi riflessi. Il tuo avatar mi ha incuriosito (curiosità di Pandora), la tua descrizione mi ha fatto sorridere (Ironia e Battisti, che bello!), l’atmosfera dei tuoi racconti, ben scritti, mi ha affascinato (i Kodama hanno scosso la testa per l’entusiasmo). Mi vengono in mente Buzzati e Pirandello.

      • cassettino

        mi sto immaginando elegante: forse non sarei male (rido).
        però non chiedermi mai cosa penso di Pirandello. (rirido).

        ti ringrazio; perché ho sentito il suonino delle teste.
        (il ben scritto dovrei dirlo io a te).

  • cassettino

    c’era una cosa che volevo dire e che mi sono dimenticato.
    leggendo ho pensato alcune volte a Shimamoto; è la ragazza che compare (e scompare, come una lanterna) in A sud del confine, a ovest del sole di Murakami.

    • kodamae

      Uau! Mi piace l’atmosfera fantastico-realista di Murakami. Shimamoto, la ragazza zoppa ed evanescente, come una musica che suscita ricordi lontani… e anche un po’ spaccona 🙂

  • cassettino

    ops. volevo mettere un link ma si vede solo la faccina. ok.
    scusa la confusione. lo metto come viene.

  • kodamae

    Che bel bouquet di asparagi selvatici. Merci 🙂 (le pile di libri e giornali costituiscono un interessante arrière-plan letterario ; poi ho pensato, non so perché, al frusciare dell’erba sotto agli ulivi e al vento che fa fremere le siepi e ho riso). Buona ricerca e buona degustazione 😀

    Passeggio lenta
    -teneri asparagi
    nelle tue mani-

    • cassettino

      Assuefazione
      totale agli haiku –
      Chiamo don Mazzi.

      • kodamae

        😀 Forse anche un esorcista. Non si sa mai : potrebbe spuntare un ironico diavoletto a molla dal cassettino.

      • cassettino

        è che poi in effetti continua:

        Don Mazzi dice
        Guarda bene dentro te –
        Colonscopia.

      • kodamae

        o_O Ahahaha! La chiusa scende in profondità ed esplora le viscere umane (lascio intatto il suo mistero).

        È viscerale
        risponde il drogato
        allucinato

        Alla deriva
        nel nirvana beato –
        Intermittente

        Mazzi, lo sai,
        in tivvù, zen è questo-
        Lobotomia.

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