Lost in Translation

A Nord di Roma, la neve cade ancora, soffice e scintillante : mia sorella ha l’impressione di affacciarsi sulle candide lande dell’Alaska. L’altro giorno, sulla via di casa, lei e suo marito hanno preso un cartone e si sono lasciati scivolare a suon di risate lungo la collinetta del loro condominio, come in slittino. È così bella e insolita la neve a Roma, sui lecci, i cedri e i palmizi. È bello potersi tuffare tra i fiocchi morbidi, è impressionante vedere le spiagge di Maccarese ricoperte di un manto bianco, il mare grigio che mormora in lontananza. Nonostante i disagi che si devono affrontare (in fondo, perché non staccare un istante dalla frenesia del quotidiano e godersi quest’evento eccezionale?)

A proposito di scivoloni… la prima notte bianca a Parigi fu meravigliosa. Assistei ad un concerto gratuito di Jazz Fusion, passeggiai per i ponti illuminati, tutto il Lungo-Senna e arrivai al Centro Pompidou per vedere una mostra di arte moderna. Dovevamo scendere degli scalini bicolori per accedere ad un’altra sala : una parte era nera, l’altra era rossa. Avevo il piede sulla parte nera e mi sorpresi, quando vidi che una ragazza stava inciampando mentre saliva i gradini (come si può inciampare mentre si sale?). Scendendo, poggiai l’altro piede sulla parte rossa del gradino successivo. Sentii che era molle ; un istante dopo mi ritrovai giù, ai piedi della ragazza il cui movimento mi aveva incuriosito. Scoprii che si trattava di scalini musicali : la parte rossa,  sotto la pressione dei piedi, azionava dei campanellini dalle diverse tonalità. Chissà cosa avrà suonato mentre ruzzolavo giù : La Cavalcata delle Valchirie? Risalii subito e mi divertii a scampanellare insieme alla mia gemella.

Non sono solo i piedi a farci scivolare e cadere in ridicolo. Tra una lingua e l’altra, alcune parole hanno un’aria di familiarità che può facilmente indurre in errore… per questo, a volte, le traduzioni possono regalare delle vere pepite di comicità.

Per esempio, in una pubblicità statunitense che vantava i meriti di deliziosi bocconcini surgelati, serviti ad invitati dall’aria molto chic, compariva lo slogan : “Petite bites, Big compliments“. In italiano, una possibile traduzione sarebbe : “Delicati bocconcini, grandi complimenti”. La stessa espressione, vista da un francese, appare radicalmente diversa… infatti, suona molto simile a “piccoli cazzi, grandi complimenti”. Ironia della vita. Beh, in fondo entrambe difendono la stessa tesi : le dimensioni non contano (le associazioni di parole, sì!).

Fu rapidamente ritirato dal commercio in Francia un cellulare di nuova generazione della Motorola, sfortunatamente chiamato “Q” : lo slogan ripeteva fieramente “L’intelligence dans mon Q”, che in francese suona esattamente come “l’intelligenza nel mio culo”.

In Cina, Facebook ha optato per la trasposizione fonetica (fèi si bù ke) : molto presto, si accorse di non riscuotere il successo tanto sperato. Perché? Boicottaggio? Concorrenza con un altro social network cinese? Molto semplicemente, il suo nome, così come era stato trascritto in cinese, significava “non si può non morire” e all’uomo non piace che gli venga ricordato il suo essere effimero. Specialmente se superstizioso. Non accadde per Taiwan, che scelse di tradurre letteralmente in “libro delle facce”.

Qualche anno fa, girando per le Galeries Lafayette, mi capitò di leggere una traduzione più che sorprendente : il famosissimo ed internazionale termine di moda “prêt-à-porter” era stato riportato in diverse lingue (forse per assicurare un’accoglienza più cordiale?), su di un cartellone enorme, per festeggiare l’arrivo della nuova collezione autunno-inverno ; in italiano, compariva un assurdo “prestito a portare” ! Ehm… ripensandoci, con tutte le fluttuazioni economiche degli ultimi tempi, questo lapsus si è rivelato più lungimirante di tutti i traders.

Tre estati fa, lavorai per due mesi presso il campeggio del Bois de Boulogne, al banchetto delle informazioni. Non avevamo neanche Internet e dovevamo arrangiarci alla meglio. Vidi sfilare davanti ai miei occhi una fauna estremamente variegata di turisti e viaggiatori.

C’erano due giovani polacchi, simpaticissimi, che percorrevano l’Europa in tenda e non sapevano una parola né di francese, né d’inglese ; comunicavamo a gesti o con dei disegnini. C’era il Russo corpulento che beveva vodka già dalle prime luci dell’alba e voleva trincare con noi.

Arrivavano anche mandrie di italiani : chi viaggiava per la prima volta fuori dalla sua città (provavo tanta tenerezza per loro), chi cercava di ottenere uno sconto sperando di far leva su un certo senso del patriottismo (“Sei Italiana, ma va’! Anch’io! Possiamo arrangiarci per il prezzo della piazzola, vero?” con tanto di strizzatina di occhio – oppure “E se le dicessi che sono un carabiniere, me lo troverebbe un posto?”… e quindi mi arresterebbe se Le dicessi che è completo?), chi voleva passare in incognito (continuavano a parlarmi in francese con un forte accento italico, nonostante rispondessi in italiano, allora riprendevo a rivolgermi a loro in francese)…

Tra i casi più eclatanti, ci fu un turista venuto a reclamare all’informazione a proposito di un refuso sulle proposte d’animazione del campeggio : invece di “Scopri Disney”, compariva “Scopi Disney!”. Per quanto fosse stupido, non riuscii a smettere di ridere, neanche quando la contabile (la reincarnazione di Maga Magò) venne a controllare i conti.

Spesso ero di turno alle 8 del mattino. Significava che dovevo alzarmi alle 6 e prendere l’autobus delle 7. Dal finestrino vedevo le ultime femmes de la nuit lasciare i loro appostamenti e dileguarsi in fretta, prima dell’arrivo dei cittadini venuti a correre al parco. Tra di loro c’era anche Alexandra, una transessuale brasiliana che salutavo tutte le mattine mentre prendevo il piccolo sentiero tra le erbe alte, i salici e i noccioli per raggiungere la mia postazione. Mi raccontava le sue storie, la sua vita complicata, i suoi sogni parigini ; voleva insegnarmi a camminare sui tacchi. Quando ero molto in anticipo, ci divertivamo ad avvistare gli aironi nascosti vicino al laghetto. Uno di loro spiccò il volo proprio davanti a noi.

Arrivai al mio banchetto delle informazioni, sistemai i volantini, nascosi le penne, mi misi a contare i biglietti. Rialzai gli occhi : una cliente si era avvicinata, aveva un enorme sorriso in volto, era raggiante di gioia. La accolsi con un sorriso e lei mi disse subito in bel francese, con una certa inflessione germanica : “Mi scusi, saprebbe dirmi dove sono le puttane”? …Come? (ossia un sorpreso “….Pardon” ?). Forse intendeva qualcos’altro? Cercai di chiarire la situazione.

Riprese imperterrita, sempre con un sorriso da Stregatto : “Sì, sì, le puttane. Vorrei andare a passeggiare in bicicletta nel bosco insieme a mia figlia e desidererei evitare di incontrarle.” Ricordai che proprio l’altra sera un turista mi aveva chiesto l’itinerario più vantaggioso per una serata tra le lucciole di Parigi : pensava che il Puttan-Tour fosse compreso nell’animazione.

Sorrisi di nuovo. Presi una mappa dei dintorni, segnai alcune crocette : “Se procede lungo questi viali durante il giorno, dovrebbe andare bene. Vanno via verso le otto del mattino e tornano verso le dieci di sera, quando tramonta il sole. Come i vampiri.”

Alexandra avrebbe riso tanto da scompigliarsi il foulard che indossava con gli occhiali da sole, in stile Thelma & Louise.

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