Ordinary Violence

Poteva accadere.
Doveva accadere.
E’ accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E’accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Wislawa Szymborska, Ogni caso.

Un mio caro amico è ancora convinto che io sappia suonare il pianoforte, solo perché secondo lui ho le mani da pianista, nonostante gli abbia ricordato più volte che questa caratteristica non costituisse certo un criterio sufficiente. Come spesso accade, vediamo solo quello che vogliamo vedere, anche se non corrisponde alla verità. È buffo.

Invece no, strimpello alla chitarra acustica (il gatto fugge via appena avvicino una mano alle corde : dovrei forse intuire qualcosa?) e mi diverto ad essere un venticello che spettina i boschetti di bambù grazie al suono rauco del flauto giapponese, lo shakuhachi. Mi piacerebbe imparare, però, perché la malinconia e la gioia del pianoforte mi affascinano. Oppure il clarinetto… Un giorno mi lancerò anche nel sassofono, il mio strumento preferito : esprime un sensualità irrequieta ed incredibile.

Per sovvenzionare il nostro viaggio, approfittando del bel sole che sorride a Parigi, ci incontreremo per suonare in qualche parco. È probabile che ci lanceranno molte scarpe. Poco male, potremo allestire un Museo della Ciabatta Francese (Museo della Moda Galliera, preparati! Ci sarà una rude concorrenza).
La mia nuova stanza è molto luminosa e i tiepidi raggi di sole si dividono in prismi dai mille colori sul soffitto, solleticando le stelline fosforescenti che ho attaccato au péril de ma vie, sospesa sul letto (il mio rimedio anti-insonnia : i Greci vedevano di tutto nelle costellazioni, per il loro il cielo era pieno di avventure e di amori divini). La mia finestra si affaccia su un bel giardino, con un giovane acero del Canada (i miei lo hanno scelto apposta per farmi tornare), la mattina sento agitarsi gli uccellini.
Quale cambiamento, rispetto alla prima casa : stupenda, in puro stile Haussmann, grande, vuota, fredda. Piena di fantasmi.
I ricordi sono traditori e ambigui : a volte si cullano e coltivano per lenire l’assenza. A volte si ripete una scena fino allo sfinimento, fino a quando tutto sembrerà estraneo, lontano, senza emozioni, come un film che non ci coinvolge, che possiamo interrompere con un semplice movimento del pollice sul pulsante off. Lo riavvolgiamo, lo osserviamo, fino a quando il nastro non si brucerà e tutto si sgretolerà, lasciandoci liberi di respirare.
All’ultimo anno di liceo, mia madre mi annunciò di avere un sviluppato un cancro al seno molto esteso. Ricordo le visite all’ospedale, l’odore dei medicinali nella stanza, il suo volto teso dal dolore. Pensavo di esserne in parte responsabile e quindi mi buttai a capofitto nello studio, volevo riuscire per lei. Mio padre andò in pensione, ci raggiunse in Francia e la curò con una dedizione totale, mentre i miei fratelli venivano a Parigi più spesso, appena era loro possibile. Andammo a scegliere una bella parrucca e lei rise perché sembrava una diva della disco, our dancing queen. Nonostante morissi dal desiderio di tornare in Italia, rimasi per lei e mi iscrissi alla facoltà di Biologia, sperando di acquisire più conoscenze sulle cellule impazzite. Il dolore mi dava una vera e propria rabbia di vivere. Ogni sera, volevo portarle un po’ di vita al suo capezzale, quella vita per la quale stava lottando strenuamente, e pregavo con tutta me stessa per la sua guarigione. Tutti noi ci sforzavamo di essere sorridenti, di vedere il lato divertente in ogni piccolo avvenimento del quotidiano per portarle sollievo. Mio padre era molto triste, però, lo sentivo.
Sono stata educata per dieci anni presso delle religiose. Quando uscii dal liceo, diploma di maturità in mano, ero risoluta a cambiare il mondo, a sconfiggere le cellule impazzite, a vivere con più giustizia. Non conoscevo nulla della vita. Non conoscevo nulla degli uomini.

Era un caldo pomeriggio di ottobre, un mercoledì 12 ottobre, nel lontano 2005. Ero uscita prima, perché non c’era corso di fisica meccanica. Non so perché, mi sentivo malinconica, assente a me stessa, molto lontana. Forse ero solo stanca. Mi mancavi. Avrei desiderato che qualcuno mi prendesse in braccio e mi dicesse “andrà tutto bene”. Andai al parco, sotto il mio cedro preferito e poi mi accinsi a ritornare a casa.

Presi la linea 10, poi cambiai per la 6. Alla fermata successiva, salì un uomo in camicia bianca a maniche corte. Era affabile, stava parlando con un altro uomo in cappotto che lo considerava con molta freddezza. Capii che era straniero, era appena arrivato a Parigi : tentava di essere gentile con tutti per sentirsi meno solo, ma i cittadini, per un inconscio meccanismo di auto-difesa, sono spietati e diffidenti. Si sedette vicino a me. Sorrisi, forse, e ritornai a guardare la Senna scintillante dal mio finestrino (il passaggio tra Passy e Bir-Hakeim è meraviglioso). Mi chiese l’ora com molto garbo. Uscendo alla mia stazione, pensai : “Vorrei essere gentile come lui”.

Quale non fu la mia sorpresa quando, pochi metri dopo, me lo ritrovai accanto. Mi chiese dove si trovasse l’Arco di Trionfo. Siccome era sulla mia strada, camminammo insieme per un po’ e lo ascoltai parlare (parlare non fa mai male). Forse desideravo implicitamente dimostrargli che non tutti i cittadini erano freddi e distanti. Aiutarlo era un po’ come aiutare me…

Parlavamo in inglese. Era appena arrivato in Francia dallo Sri-Lanka, non sapeva la lingua, cercava un professore. Forse avrei potuto dargli qualche lezione (volevo essere utile: guarda, mamma, ho un lavoro, tu pensa a guarire). Nonostante un vago senso di pericolo, poiché tendeva sempre ad avvicinarsi molto a me, mi dissi che forse era un’abitudine del suo paese ; se lo avessi incontrato in biblioteca, tra tanta gente, non ci sarebbero stati problemi. Mi chiese subito il numero di cellulare. Ero reticente, avrei preferito contattarlo io con più calma, ma finii con il darglielo. Continuava a parlarmi, volevo tornare a casa, si stava facendo tardi. Voleva riaccompagnarmi, eppure, istintivamente, non desideravo che lui sapesse dove abitavo. C’era qualcosa di pressante nei suoi modi, di disperato, di eccessivo. Passai davanti ad un piccolo parco a due passi dalla Torre Eiffel, come ero solita fare nelle mie passeggiate per il quartiere : una bella statua di Minerva in stile liberty, colta tra le morbide increspature del suo chitone nell’atto di scagliare la sua lancia, ne decorava la piazzetta centrale.

Mi spinse in un sottopassaggio poco frequentato. Sentivo il suo respiro affannato, la sue mani come braci scorrere sotto i miei vestiti, il suo forte profumo di incenso stordirmi, avvolgersi ai miei capelli, ai miei jeans. Tentavo di respingerlo, di gridare, ma le forze non bastavano, tutto il suo peso era su di me. Pregavo che si fermasse, non voglio, non voglio. Speravo che Minerva scagliasse il suo dardo. Provai il terrore disperato di Dafne mentre Apollo la stringeva già, dopo la folle corsa nei boschi. Purtroppo, non mi trasformai in un alloro.

Riuscii infine a divincolarmi, mi attaccai ad una panchina, esausta, umiliata, denudata. Non sentivo più niente, se non un profondo disgusto, una nausea costante. Mi parlò ancora, mi raccontò della sua solitudine, della sua famiglia laggiù, che voleva una sposa e dei bambini perché sua madre lo pressava e i suoi fratelli lo deridevano. Mi accarezzava le mani. “Illuminerò la tua vita con splendidi bambini”, “Farò di te la mia sposa”, “Non fa niente se sei zoppa, mi prenderò cura di te”. Si sentiva perso e solo. “Parigi non è come l’avevo immaginata”. Poi se ne andò, promettendomi di richiamare.

Tornai a casa, mi lavai disperatamente per togliere ogni traccia del suo profumo, del suo desiderio, chiusi gli occhi e mi addormentai per non pensare a cosa era accaduto. Al mio risveglio sorrisi, risi come non avevo mai fatto. “Com’è andata, oggi? Come sei allegra!”

Risi, risi ferocemente per nascondere il dolore, la nausea costante di me stessa.

Trascorsi così un anno, ricevendo ogni giorno i suoi mille messaggi disperati, le sue chiamate nel cuore della notte mentre era ubriaco fradicio e minacciava di suicidarsi. Gli dissi sempre molto chiaramente di non contattarmi, non avvicinarmi mai più, di farsi aiutare da qualcuno. Allora spariva per ritornare alla carica con più violenza. Mi aveva da tempo cambiato nome, ormai mi chiamava Chiranth. I suoi “ti amo” erano crudeli coltellate al cuore. Mi diceva che ero maligna, che mi piaceva farlo soffrire, rendermi indisponibile per attizzare il suo desiderio. Non credo in questi stupidi giochetti di seduzione a due soldi, che nella leggenda metropolitana praticherebbero le Parigine per rendersi irresistibili : quando dico no, è NO. Non è ‘forse’, non è ‘sì’, è NO.

Non osavo chiedere aiuto, temevo di essere giudicata, respinta. Non volevo dare pensiero ai miei. Avevano già tanto a cui pensare… Volevo essere forte, cavarmela da sola. E intanto avevo sempre più bisogno di qualcuno per prendermi in braccio e dirmi “andrà tutto bene”, “andrà tutto bene”. Eppure fuggivo, respingevo malamente chiunque mi mostrasse affetto, perché mi sentivo sporca, indegna. L’amore dovrebbe essere libero, pensavo, e se non posso dare amore, non posso riceverne. Il bisogno d’amore è una prigione che ci spinge a fare follie.

Mi minacciò più volte di morte. Tutti i giorni, avevo il terrore di ritrovarlo all’uscita della metro. Il mio cuore tremava, impazziva, finché non me ne importò più niente. Ero moralmente affranta. Non sentivo più nulla, se non dolore. Ero estranea al mio corpo, tutto mi era estraneo. Il rifiuto della realtà era tale che sprofondai piano piano nell’apatia totale, con infiniti momenti d’irrealtà e di assenza, logorante perdita d’identità. No, non ero io allo specchio… non sapevo più dov’ero, chi ero. Mi infastidiva il mio stesso respiro, la mia voce. Mi murai in un silenzio totale e non uscii di casa per vari giorni, poi settimane, in preda a sfinenti e frequenti attacchi di panico. Temevo che qualcuno mi facesse del male per strada e di non saper difendermi. Iniziai a piangere tutte le notti e poi durante il giorno, improvvisamente. Mi ubriacai spesso. Mi tagliai i polsi, solo per vedere se ero ancora viva, se il sangue scorreva ancora in me. Smisi di mangiare : ogni boccone era un pezzo di vita e la vita mi nauseava. Qualcuno aveva scagliato una pietra sulla mia idilliaca, piccola bolla di vetro e avevo il cuore a pezzi.

I miei scoprirono tutto e vennero subito in mio soccorso, ma non avevo più la forza per denunciare (più per qualche pensiero parassita del genere “in fondo gli hai dato tu il tuo numero…”). Volevo solo dimenticare. Cambiai numero di cellulare e la sua ombra opprimente  scomparve.

Non riuscivo a perdonarmi. Ero furiosa contro me stessa, per essere stata così idiota e vigliacca. Il disgusto persisteva. Cambiai università. Mi accorsi che, mangiando di meno, avevo risparmiato un bel po’ : feci domanda in uno scambio universitario per il posto più lontano nel quale potessi andare e che desideravo vedere sin da piccola. Cambiai continente e partii per il Canada.

Fu una vera e propria rinascita. Capii che esistevano persone buone, uomini e donne meravigliosi che mi ridiedero fiducia nella vita, e altre disperate. Capii che volevo vivere, non sopravvivere. E che nessuno ha il diritto di spogliarmi e toccarmi, se non voglio. Imparai a perdonare, perdonarmi ed essere più umile. Non è sempre possibile risolvere tutto da soli e non è reato chiedere aiuto.

Le convenzioni sociali hanno qualcosa di assurdo, quando troppo rigide. Esistono mille tipi di piccole e grandi violenze quotidiane, delle quali spesso non ci accorgiamo, quando per esempio imponiamo agli altri i nostri desideri, le nostre decisioni, i nostri impeti, le nostre opinioni. Quando scegliamo di soffocare la frustrazione o l’umiliazione nel silenzio, di ignorare un grido di aiuto per salvaguardare le apparenze, quando distruggiamo i nostri sogni per debolezza d’animo o per seguire un ideale che non ci appartiene… prima o poi il caos interno scoppia in un devastante Big-Bang. Allora è tempo di creare una nuova vita.

Annunci

4 responses to “Ordinary Violence

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: