Archivi del mese: febbraio 2012

Thinking

“La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l’equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive.”

Come mi piace il film V per Vendetta. Ogni volta che lo vedo, sorgono nuovi pensieri, nuove riflessioni, colgo il profondo valore di una replica, una nuova sfumatura di un riferimento, con le mille allusioni a Shakespeare, Il Conte di Montecristo di Dumas, Einstein, Orwell… Finirà che conoscerò tutti i dialoghi a memoria (David mi aiuta molto in questo progetto : tra Roma e Parigi, mi sfida a riconoscere e rispondere alle battute del film a suon di messaggini).

Ora è questa frase, in particolare, che vorrei stampare nella mente, fino a diventare un riflesso costitutivo del pensiero.

E ora mi torna in mente l’intenso Discorso all’Umanità di Charlie Chaplin, in uno dei suoi capolavori senza tempo, Il Dittatore.

Perché diventiamo i dittatori di noi stessi? Perché scegliamo di imprigionarci nella paura, nell’abitudine, nella pigra comodità fintamente spensierata?


Rising

Give me a voice,

a voice in the dark,

warm and sharp,

to bring me back

home.

Shall I crawl in  the clouds,

like a lark blinded by…

Your sky outshines 

the waving Moon-shell,

mother of pearls 

lost in the dark.

-Desire’s rising

the blackest voice

deep inside-

I long to be the night

that embraces

your limbs

and veils your soul.


Jazzy Wanderings – Body and Soul

Mi ha sempre affascinato l’atmosfera pazza e bohème che suscitava in me la storia di New Orleans. Lo spirito bizzarro e contraddittorio della Louisiana, del folle Alabama, mi intriga. Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistle Stop, di Fannie Flagg, mi ha colpito profondamente : una bella, complessa, cinica, crudele, storia di amicizia, intrighi al bar, amori proibiti, razzismo e Ku Klux Klan, serate scatenate nel cuore di Harlem nell’America della Grande Depressione… anche il film mi è piaciuto, nonostante la trama sia stata molto semplificata e la fine resa volutamente ambigua (l’arzilla vecchiettina è davvero Ninny, oppure potrebbe essere Idgie in incognito? Towanda!). Mi è piaciuto il libro di Frank Conroy, Body and soul, che narra la vita di un giovane pianista prodigio nella New York degli anni Venti, descrivendone l’evoluzione musicale e i radicali cambiamenti della città e degli animi all’avvicinarsi della guerra mondiale e fredda, segnata dal modernismo e da un’inquietante Inquisizione Politica Americana. Non so perché, mi rammenta Rhapsody in blue di Gershwin, con alcuni accenti cupi e selvaggi di Rachmaninov e le Gymnopédie di Satie. Come sarebbe la vita, se pensassi le persone come brani musicali? Quali note mi suggerirebbero? Danzerei, fuggirei via con le mani sulle orecchie? Potremmo trovare un’armonia comune (come quando l’orchestra si accorda prima di iniziare il brano, eseguendolo poi quasi perfettamente). 

Per tre anni, ho distribuito volantini per il ParisJazzClub in cambio di posti di concerto gratuiti nei diversi pianobar e jazz-club della città. È stato meraviglioso conoscere un altro volto di Parigi, più nascosto ma non meno vitale, sotterraneo e sensualmente blues.

Esiste una strada, vicino alle Halles e rue Sébastopol, popolata dai più conosciuti jazz-bar e gay-bar (i lunedì sera dedicati alle open-party bubble frenzy sono completamente deliranti) del centro città, la rue des Lombards.

Nell’elegante Club des Lombards, ci siamo sistemate lontano dagli altri clienti, nel piccolo balcone sopra il palco, sorseggiando un ottimo cocktail con un’amica di Taiwan in una gradevole penombra, cullate da uno struggente ed impertinente sassofono, basso, briosa batteria e chitarra jazz. Mai stata così felice di essere in piccionaia. Pochi passi più in là, si trova il colorato Baisé Salé, dalle atmosfere più antillesi e caraibiche, dov’è possibile cenare all’aperto, assaporando le specialità dei tropici e poi ballare, ballare al ritmo sfrenato dei giambè, chitarre jazz e straordinarie voci soul.

Di fronte, si presenta il Sunside-Sunset : la prima sala è accogliente, con i suoi muri all’antica, in pietra cruda, ed il palco è circondato da poltrone e sofà rossi dove sprofondare ascoltando la musica : il pianoforte di Tigran Amasyan mi ha trasportato in altri mondi, così come l’esibizione del duo italiano Musica Nuda (Ferruccio Spinetti al contrabbasso e Petra Magoni, voce). Il Sunset non è altro che l’alcove sotterranea del Sunside, dove si esibì un bassista americano eccezionale. Unico inconveniente : le casse erano a tutto volume e l’acustica particolare del luogo riecheggiava ogni nota, che rimbombava poi con decupla potenza nei timpani e nel petto…

Nei viottoli turistici del Quartier Latin, all’ombra di una severa ed inquietante Notre-Dame, tra un ristorante greco e uno savoiardo o simil-giapponese, risplende l’insegna al neon rosa, molto kitsch, del Caveau de la Huchette. Si tratta di una vera istituzione del jazz a Parigi. La leggenda narra che fosse, all’origine, un sotterraneo dove usavano riunirsi segretamente Templari, Rosicruciati e Massoni per le loro losche cerimonie… finché, nel 1949, non venne allestito con un bar in mogano e la più grande pista da ballo dell’epoca : iniziarono le ribelli assemblee di jazzisti e si aprirono le danze. Grandi nomi del jazz hanno suonato al Caveau, tra cui lo scrittore-trombettista Boris Vian!

In una stradina di St-Germain, nella rue de Buci, a pochi passi dal Carrefour de l’Odéon, accanto alla galleria (molto molto pittoresca) del celebre Procope, c’è il Camaléon, un simpatico bar tutto in chiaro-scuro, mimetizzato tra un ristorante Tex-Mex (El Chuncho) e un negozietto di cappelli e scarpe artigianali.

Verso la rue Galande, leggermente nascosto, ho scoperto grazie ad un’amica russa il piccolo ed intimo Caveau des Oubliettes, al quale si recava ogni sera. Il barista è molto cordiale e ogni sera, alle 22, invita per una piacevole jam session diversi gruppi a suonare nella cave dalle pareti in pietra grezza, corrosa e ingiallita, dove  ci si può accomodare ai cinque tavolini dalle sedie sbilenche o sulle panche attaccate alle pareti, a pochi centimetri dai musicisti. L’entrata è libera, si deve solo prendere una bibita (i succhi di papaia e frutto della passione sono da evitare). Anche qui, la leggenda narra che fossero, anticamente, delle prigioni (da cui il nome del locale) : le pietre decrepite hanno conservato i graffiti dei condannati, giorni e giorni, nomi, disegni, aforismi di galera, conferendo a quella sala la sua atmosfera tanto particolare, leggermente soffocante e claustrofobica, carica di mistero, memoria e umidità. Molto meno romanticamente, tuttavia, si tratterebbe degli scherzi di qualche compagnia avvinazzata nelle vecchie caves à vin di un piano bar.

A Montparnasse, nel quartiere brettone, vive il Petit Journal Jazz : a prima vista, sembrerebbe una bettola senza arte né parte, ma basta non farsi spaventare dal rauco mugugno del vecchio barista con il cappello di feltro consunto e la sigaretta sempre accesa, con mucchietti di cenere sul mento mal rasato, e scendere gli stretti scalini… per entrare in un mondo parallelo, o meglio, per sperimentare un vero e proprio salto nel tempo : autentici jazzmen e bluesmen si incontrano per suonare fino all’alba brani senza tempo, dalla tormentosa e strana frenesia, la folie de la rue, come un pezzo indiavolato di Art Tatum.

In uno dei loro concerti, c’era un ragazzo esile e delicato che suonava il trombone con una passionalità febbrile… non so da dove tirasse fuori tanta potenza e grinta, eppure era travolgente. Immaginavo che da un momento all’altro il suo trombone lo avrebbe aspirato e inghiottito sotto ai nostri occhi rapiti.

Parlerò un’altra volta dei locali punk-rock del quartiere di Oberkampf e del Batofar, péniche dove si suona musica sperimentale e rock progressivo all’ondeggiar della Senna.

Vi lascio con un meraviglioso slow blues di Chet Baker (anche la versione di Elvis Costello è molto bella ; forse più intensa e meno dolcemente malinconica).


La Semplicità – Alda Merini

 

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia,
in forza appunto.

Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.


“I have no gun, but I can spit”

Questa è la mia foto attuale sulla carta d'identità, quando non è la tigre giapponese dal santuario di Konpira-San

Ieri sono andata a fare un’ecografia del ginocchio in una clinica raccomandata da mia sorella, vicino a Radio France. Nonostante avessi precisato più volte che si trattasse della mia prima visita in quell’istituto, tutti continuavano a rivolgersi a me osservando : “I risultati sono molto cambiati rispetto all’altra volta.” Si è avverato quel che temevo : tutte le analisi di Eva, la mia gemella, erano passate sul mio dossier. La segretaria e i dottori erano sconvolti : come spiegare questo mistero? (I Francesi sono molto quadrati : appena si esce fuori dalla routine, è il panico). Alla fine, il problema tecnico fu risolto e i due dossier furono separati. Stavo per uscire dalla clinica quando la segretaria mi richiamò e mi chiese : “Ma per caso siete gemelle?”. Il “per caso” mi divertì molto. Annuii sorridendo e lei comunicò subito l’incredibile notizia al dottore : “Aaaah! Sono gemelle!”. Mi spiegò che qualcuno, vedendo lo stesso cognome, le stesse iniziali e la stessa data di nascita, aveva probabilmente pensato che si fosse trattato di un errore informatico e aveva “fusionato” le informazioni. Ho riso e ho chiamato subito la mia gemella, per raccontarle l’accaduto. Promemoria : non andare mai più nella stessa clinica di mia sorella ; in tal caso, specificare la nostra gemellarità, onde evitare di mandare geniali menti scientifiche in tilt.

Il ginocchio va bene, comunque. Posso girare il mondo, yuppi-duh!

A causa di problemi alla nascita, la mia gemella ed io siamo leggermente diverse. Tutto accadde a causa di una tripla miocentesi mal eseguita : per sapere se eravamo omozigote, i medici introdussero una sonda nel placenta, con l’intenzione di colorare in blu il liquido amniotico. Se tutto si colorava, allora eravamo in un’unica sacca (la famosa tecnica del “puffami tutta!” – somiglia tanto ad un titolo di Tinto Brass). Purtroppo la sonda lesionò i tessuti e mia madre andò in setticemia. Dovettero operarla d’urgenza al sesto mese di gravidanza. Grande puffo, aiutaci tu!

Al momento della cesareo, ero ancora nel mondo del Morfeo dei neonati (alias gene bradipo) : non ho respirato per un paio di minuti, un paio di neuroni andarono in fumo. La meningite che contrassi in incubatrice ne bruciò qualche altro e diventai allergica alla criptonite.

Siamo sopravvissute. Resteranno alcune sequele, ma niente di che. Sicuramente, una certa propensione per le battute idiote.

Le mie gambe furono colpite da una paralisi parziale, o meglio si adattarono ad un precario senso dell’equilibrio. La scherma (sì, ho anche partecipato alle regionali per l’Île-de-France) mi ha dato la possibilità di trovare un modo tutto mio di camminare : la gamba destra funge da motore, mentre la sinistra, più corta di 4 cm (una bazzecola), serve da perno di sostegno. Cammino come l’australopiteco Lucy, insomma. Eppure, la particolarità più intrigante è un’altra : le mie gambe sono sensitive. Esprimono tutto il caos interno che cerco di imbrigliare e nascondere a me stessa.

Il mio compagno di banco, al liceo, mi chiamava scherzosamente la “Ragazza Imbarazzata” e mi interpellava sempre con un sonoro “Eh, R.I, che dici di bello?” (ennesimo gioco di parole sul mio nome) : non mi piaceva rispondere alle domande, per cui mugugnavo due sillabe e poi mi arrangiavo per deviare il discorso su argomenti più interessanti. Più spesso, mi defilavo.

Semplicemente, non sopportavo gli sguardi troppo diretti, di chi, per esempio, ti pianta gli occhi nell’anima e sembra indagare nelle più remote ed intime profondità, mentre balbetti una storia qualunque. Quando mi ritrovo in queste situazioni che generano un disagio e un’ansia irragionevole in me, le mie gambe si irrigidiscono, tremano, non obbediscono più, sbandano. “Allarme, allarme, è stata varcata la soglia di sicurezza, allontanarsi al più presto“, sembrano volermi dire. Se avessi l’anello di Gige o la cappa di invisibilità di Harry Potter, quello sarebbe il momento adatto per scomparire. Puff! Il mago Zurlì ha colpito ancora! Ho stupidamente respinto gli altri, declinato uscite e passeggiate per evitare il sentimento di sconforto (riuscirò a mantenere il ritmo? rallenterò tutti con la mia camminata da pinguino), ossessionata dal mio irritante senso d’inadeguatezza… che ero la sola a notare.

Spesso mi siedo in un angolo tranquillo e mi diverto ad osservare la gente passare, notando la loro espressione indaffarata, pensierosa o gioiosa, il susseguirsi ritmico e particolare dei loro passi. Ognuno ha un’andatura unica : l’avanzare dinoccolato dell’adolescente con le gambe da cicogna, i passetti fragili e lenti di una vecchina, l’incedere felino di un’Etiope, la studentessa che corre leggera per raggiungere il bus, il giovane che cammina leggendo (io barcollo troppo, mi viene il mal di mare). Gambe come metronomi che scandiscono i chilometri, le aspirazioni, gli attimi da cogliere, gli incontri futuri.

Molti avanzano con aria distratta, pensierosa, stressata. Un bambino tira la mano del padre per ascoltare un violinista che suona per la strada : “Papa, laisse-moi écouter“. Chissà quali riflessioni balenano nelle loro menti, quali sono le loro vite, le loro piccole manie, le loro folli risate. Forse cerco una parvenza di fratellanza, un volto che mi ricordi te, una vaga traccia nel labirinto delle ore, dei giorni evanescenti ; anch’io appartengo al moto incessante delle anime erranti.

Misuro ogni Dolore che incontro 
Con acuti, Occhi, che indagano – 
Mi chiedo se pesa come il Mio – 
O ha una taglia più Leggera – 
Mi chiedo se l’abbiano portato a lungo – 
O sia appena iniziato – 
Non saprei dire la Data del Mio – 
Sembra così vecchia una pena – 

Mi chiedo se fa male al vivere – 
E se sono obbligati ad andare avanti – 
E se – potendo scegliere una via – 
Non preferirebbero – morire – 

Mi accorgo che Alcuni – a lungo pazienti – 
A un certo punto, ritrovano il sorriso – 
A somiglianza di un Lume 
Che abbia così poco Olio – 

Mi chiedo se quando si siano accumulati Anni – 
Qualche Migliaio – sul Male – 
Che li ferì Precocemente – un tale scorrere 
Potrebbe dar loro qualche Balsamo – 

Oppure continuerebbero dolenti ancora 
Attraverso Secoli di Resistenza – 
Addestrati a una più grande Pena – 
In Antitesi con l’Amore – 

Gli Afflitti – sono tanti – mi dicono – 
C’è una varietà di Cause – 
La morte – è solo una – e viene solo una volta – 
E si limita a inchiodare gli Occhi – 

C’è il Dolore della Mancanza – e il Dolore del Freddo – 
Una varietà chiamata “Disperazione” – 
C’è l’Esilio dagli Occhi natii – 
Pur all’interno dell’Aria Natia – 

E sebbene non possa indovinarne il genere – 
In modo corretto – tuttavia per me 
Un penetrante Conforto offre 
L’attraversamento del Calvario – 

Notare la foggia – delle Croci – 
E come sono di solito portate – 
Sempre affascinata dal presumere 
Che Qualcuna – sia come la Mia –

Emily Dickinson, 562 (trad. M. Bacigalupo)

Forse anche loro, ogni tanto, sentono il bisogno di staccare la spina della frenesia e di ritirarsi in un luogo calmo, dove assaporare un po’ di solitudine. O forse si sentono soli, in fondo. Una solitudine che non è quiete, ma affanno, incomprensione, paura di non sopportare la propria, pesante, inconfortevole presenza. Per questo tengono sempre l’Iphone o il Blackberry a portata di mano? Per questo corrono? Per stordirsi di novità? Per non sentire l’amarezza di una vita vissuta in attesa? Sono isole nell’oceano, spinte qua e là dal vento? Almeno, si potesse dialogare con il proprio palmizio!

Vi è una solitudine dello spazio,
una solitudine del mare,
una solitudine della morte, ma queste
saranno una folla
a confronto di quel luogo più profondo
quella polare segretezza,
un’anima ammessa alla propria presenza –
finita infinità
Emily Dickinson – trad. Massimo Bacigalupo
Anch’io tengo sempre vari libri e il mio Ipod nella tracolla, per ingannare l’attesa a passi di danza, o meglio, per stare in buona compagnia. Mi piace ridere, uscire con gli amici, eppure mi piace passeggiare da sola per Parigi. Andrò al mio ritmo, seguendo il Lungo-Senna, con un piacevole sottofondo musicale o di allegri passerotti. Spesso prendo anche il trenino per andare nei piccoli borghi dell’Île-de-France, una gita di un giorno, per vedere se il cielo è già diverso fuori dalla grande metropoli. Lo è perfino la gente. Come si dice, “Paris n’est pas la France”.
Molto spesso, generalmente quando mi è difficile camminare per via di alcune tensioni interne, imbarazzandomi ancora di più (ecco, se fossi la Zoppa di Notre-Dame, l’imbarazzo sarebbe impersonato dal torturato, ambiguo e diabolico Frollo – l’ho già detto che sono modesta e assolutamente immune alle manie di grandezza?) la gente non esita a venire verso di me e a chiedermi, con un gran sorriso :
-Ma tu zoppichi! Che ti è successo?? Ti hanno investito?
(Davvero? Che sorpresa, non mi sono accorta di nulla!)
-No. In realtà fino a pochi giorni fa ero una sirena che danzava tra le onde del mare, mi devo ancora abituare alle mie nuove gambe.
Sugli scalini della metro, un uomo mi ha abbracciato (ero distratta, non sono riuscita a scansarmi in tempo) e mi ha consigliato un ottimo chirurgo, aggiungendo : “È l’anca, vero? È un genio, tornerà a correre come un cerbiatto” (chissà perché, mi è venuta in mente Fiore, la puzzola ambigua in Bambi, nella scena in cui il suo muso spuntava fuori da un campo di fiori – in quel momento, avrei voluto essere spalmata al sole in un campo di margherite.)
A Montréal, mentre passeggiavo per la rue St-Catherine, un ragazzo mi chiese se era per la vita, indicando pudicamente i miei piedi : “Eh, sì, penso che ormai non potrò fare più nulla per il mio 41 di scarpe.” Rise timidamente, poi mi chiese ancora se si trattasse di sclerosi multipla. “No, bro’, don’t worry, it’s just a phase.” Ci salutammo pugno a pugno, come si faceva un tempo nel Bronx.
Ah, meravigliosa umanità. La mia andatura è vacillante, ma non sono diversa da tutti quelli che corrono verso una meta ancora da scoprire. Anche gli altri, così misteriosi, imperscrutabili, trascinano il loro peso, sono zoppi, persi in un mare di informazioni contrastanti, cercando una via di fuga, divisi tra l’acuta consapevolezza dal proprio essere effimero ed un recondito, prepotente anelito all’eternità. È tempo di rallentare e di stare un poco in silenzio, senza il brusio delle paranoie. Vado a salutare la belle dame de Paris, la Tour Eiffel. Bonne nuit, ma chère Paris aux lueurs diaphanes.

Il viaggio finisce qui:

nelle cure meschine che dividono

l’anima che non sa più dare un grido.

Ora i minuti sono uguali e fissi

Come i giri di ruota della pompa.

Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.

Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia

Che tentano gli assidui e lenti flussi.

Nulla disvela se non pigri fumi

La marina che tramano di conche

I soffi leni: ed è raro che appaia

Nella bonaccia muta

Tra l’isole dell’aria migrabonde

La Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto svanisce

In questa poca nebbia di memorie ;

se nell’ora che torpe o nel sospiro 

del frangente si compie ogni destino.

Vorrei dirti che no, che ti s’appressa

l’ora che passerai di là dal tempo;

forse solo chi vuole s’infinita,

e questo tu potrai, chissà, non io.

Penso che per i più non sia salvezza,

ma taluno sovverta ogni disegno,

passi il varco, qual volle si ritrovi.

Vorrei prima di cedere segnarti

codesta via di fuga

labile come nei sommossi campi

del mare spuma o ruga.

Ti dono anche l’avara mia speranza.

A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:

l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode

che rode la marea col moto alterno.

Il tuo cuore vicino che non m’ode

salpa già forse per l’eterno.

Casa sul Mare, Eugenio Montale

 

Undisclosed

Mia madre ha la mania di conservare tutto. C’era una borsa che le piaceva particolarmente e che teneva chiusa nell’armadio, per paura di rovinarla. L’estate scorsa, un guasto al termostato di casa fece salire la temperatura a più di 40°C per qualche giorno. Quando tornammo a Roma, aprendo la porta, fummo assaliti da un calore infernale. Mia madre scoprì con dispiacere che la sua amata borsa si era sciolta nella sua custodia. Senza mai avere potuto passeggiare alla luce del sole.

Non ho usato la mia amatissima penna stilografica per non consumarla e ci sono voluti giorni e giorni prima che potesse riprendere a scrivere, perché la punta si era seccata nel tappo. Se non uso il cuore per paura di romperlo, poi si prosciugherà? È la paura che lo usa e lo avvilisce?

Come Bata l’Egizio, lo nasconderò in un albero di limoni. Sperando che a qualcuno non venga l’idea di farsi una spremuta di agrumi per placare la sete o un fastidioso mal di gola. Oppure sì! Voglio usarlo e usarlo ancora per trovare ovunque la bellezza, il coraggio e l’affetto. Naftalina, vade retro!

Yesterday you told me about the blue, blue sky, but all that I can see, is just another lemon tree… Reinvent me.


In Blackwater Woods – Mary Oliver

Look, the trees
are turning
their own bodies
into pillars

of light,
are giving off the rich
fragrance of cinnamon
and fulfillment,

the long tapers
of cattails
are bursting and floating away over
the blue shoulders

of the ponds,
and every pond,
no matter what its
name is, is

nameless now.
Every year
everything
I have ever learned

in my lifetime
leads back to this: the fires
and the black river of loss
whose other side

is salvation,
whose meaning
none of us will ever know.
To live in this world

you must be able
to do three things:
to love what is mortal;
to hold it

against your bones knowing
your own life depends on it;
and, when the time comes to let it go,
to let it go.