Love in the Time of Biogenetics

Primo anno di università in Biologia, persa tra cinquantamila studenti e i meandri di vasti, fatiscenti torrioni d’amianto. Dal prato al centro del campus emergevano delle strane statue filiformi, ritratto fedele di paramecie giganti, forme di vita aliene e piccole margherite geneticamente modificate. Nei bagni del seminterrato, vicino al laboratorio di biogenetica, si sussurrava che vivessero misteriosi organismi, pervenuti tramite un Cess-Gate dimenticato. Non mi sarei avventurata laggiù nemmeno con un lancia-fiamme.

In un padiglione d’inizio Novecento, situato appena al di fuori del campus un tempo moderno, Pierre e Marie Curie avevano condotto i loro primi, audaci esperimenti sulle radiazioni nucleari. Con un po’ di fortuna, era ancora possibile respirare alcuni dei loro atomi (se è vero che in natura nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, allora anche l’aria che inspiriamo è stata già respirata da qualcun altro?).

Mi piaceva girare tra i suoi laboratori di fisica con le grandi tavole di legno scuro, ricoperte di  curiosi strumenti e vetusti oscillografi ; mi piaceva attraversare furtivamente il cortiletto segreto e rifugiarmi nelle serre solitarie di palinologia e di botanica, dalle grandi vetrate invase di piante esotiche, nelle quali le matricole, di solito, non erano accettate.

Ero sempre di corsa nei corridoi, in ritardo per gli esperimenti di chimica e biologia. Infilavo  in fretta il mio camice bianco, legavo i miei lunghi capelli ribelli al pettine, ed entravo discretamente. Mi piaceva preparare le lamelle per l’osservazione al microscopio e scegliere le cellule più adatte per illustrare i diversi stadi della mitosi.

Non so come, ma tra un rapporto di laboratorio e l’altro, mi ritrovai a scrivere delle lettere d’amore per conto di un amico che desiderava sedurre una ragazza. Non ero mai stata in una relazione seria, così avevo declinato la sua proposta, in un primo momento : come posso scrivere sinceramente di qualcosa che non conosco? Perché offrirle delle lettere d’amore che non hai scritto tu? Il romanticismo più chevaleresque non si infrangerebbe di fronte a tale compromesso?

“Perché a volte l’amore va detto con delicatezza. E perché scrivi come un uomo.”

…”scrivi come un uomo”? Che significa? la scrittura è forse sessuata?

Risi e mi defilai ancora. Ci sono tanti modi per dichiarare il proprio amore, perché scegliere quello meno naturale per lui? Tuttavia, insisté tanto e tanto che, alla fine, cedetti. Mi raccontò di lei, mi descrisse la sua dea, il profondo ardore che provava per lei, la sua gioia nel rivederla, che dissolveva e placava dolcemente l’attesa febbricitante e il violento desiderio suscitato dalla sua mancanza. I suoi occhi si illuminavano, l’emozione rendeva la sua voce incerta. Ah, Giovane Poeta Romantico.

Provai una grande tenerezza per i due amanti.

Scrivere d’amore senza essere banali e stucchevoli è estenuante. Non sapevo come iniziare, cosa dire. Io che non ero stata capace di dirti che ti amavo, adesso dovrei farmi voce di un amore estraneo? E se avessi immaginato che questa lettera fosse in realtà destinata a te? Come raggiungerti, oltre l’occasione perduta? Forse, se fossi riuscita a scrivere una bella lettera e quindi aiutare il mio amico, il mio cuore mi avrebbe perdonato, l’amarezza avrebbe allentato la sua morsa e la tua mancanza sarebbe stata meno crudele. Così invocavo tutti i mie ricordi per suscitare la tua immagine sulla punta delle mie dita. Illusa. Ridicola. Scrivere per te, amarti attraverso la scrittura. Sezionare, scrutare le labirintiche asperità del mio cuore e perderti di nuovo, mentre l’inchiostro scorre e annega i miei pensieri. Soffocare in una finzione fin troppo intima, nella stretta rampicante dell’edera dei ricordi inventati.

Ero in ritardo per l’esame di biochimica. Accidenti, mi ero sdraiata sul prato all’ombra di un giovane platano e non ho visto il tempo passare. Mi stava raccontando tante storie. Non ho neanche finito di mangiare la mia mela. Corro, corro di nuovo mentre infilo il camice bianco. La lettera per te, per lui, è nel taschino laterale, insieme ai miei strumenti di laboratorio (tre bisturi, pinzette e forbici speciali, una scorta di lamette) e alla mia tessera studentesca. Sento le lamelle agitarsi ritmicamente e la carta fremere, premere con i suoi spigoli contro il mio fianco. Salgo in fretta le scale. Il respiro è affannato. Tento di abbottonarmi decentemente la blusa, la mela appena mordicchiata in bilico tra le labbra. Decido di prendere una scorciatoia e mi infilo in un corridoio laterale. Oh, la vecchia porta anti-incendio blu rischia di rallentarmi. Ho la mela in bocca, le mani intente ad imbavagliare un bottone ribelle. Non mi resta che spalancarla con un calcio deciso. Largo alla ritardataria con la mela!

Per poco la mia foga non travolge il mio amico. Stavo per sbattergli la porta in faccia. Tieni, caro, la tua lettera ed un ematoma in viso. Che begli occhi da panda. Molto seducenti. Per caso, ti va una mela già prelibata? è deliziosa e dolcemente malinconica.

Chissà dove sarai, con chi sarai, se sei felice. Spero di sì, mentre le mie parole per te saranno accolte da altre mani. Tutto si trasforma. Tutto finisce, tutto ricomincia in un ciclo infinito.

Pensai che la così detta “ode alla gelosia” di Saffo non esprimesse in realtà una gelosia sconvolgente, quanto l’intenso turbamento di un amore impossibile. Elegant and beautiful Lovesickness. Deformazione personale? Il fascino della poesia è forse questo : il suo messaggio si rinnova costantemente, si scoprono nuove voci, nuovi significati nel corso delle letture, delle esperienze, delle vite vissute.

A me pare uguale agli dèi 
chi a te vicino così dolce 
suono ascolta mentre tu parli 
e ridi amorosamente. Subito a me 
il cuore si agita nel petto 
solo che appena ti veda, e la voce 
si perde nella lingua inerte. 
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, 
e ho buio negli occhi e il rombo 
del sangue nelle orecchie. 
E tutta in sudore e tremante 
come erba patita scoloro: 
e morte non pare lontana 
a me rapita di mente. 
traduzione. di Salvatore Quasimodo, Lirici greci, in Poesie e discorsi sulla poesia, Mondadori, 1971.
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