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Ero in secondo liceo scientifico. Mia sorella (al liceo classico – perché le gemelle devono differenziarsi e lei odiava di cuore la matematica) mi propose di partecipare insieme a lei ad un concorso di poesia. Spedii i miei scarabocchi l’ultimo giorno valido per la partecipazione (la fede del timbro postale), un po’ per celia, un po’ per non morir. Accadde alla fine di febbraio.

Un caldo giorno di aprile. La primavera stava schiudendo i suoi profumi e la voglia di guizzare fuori dalla rete scolastica e saltellare spensierati sui prati possedeva ogni creatura vivente. Invece no. Stavo morendo di noia in uno dei soliti soliloqui galanti del professore di Arte, che stava torturando  interrogando due altri studenti. Tutta l’ora sarebbe stata dedicata al recupero delle passate interrogazioni-ahimé insufficienti.

Nel frattempo, decisi che avrei tentato di riprodurre la bellezza adamantina ed ultraterrena dell’Ermete di Prassitele con la mie matite HB, 2B e 4B. Stavo cercando di dare al disegno un’ombreggiatura elegante (persino gli sgorbi più orrendi diventano più impressionanti se sfumati in un chiaroscuro teatrale), quando, ad un tratto, si sentì bussare alla porta e spuntò fuori la testa riccioluta e corvina della professoressa di italiano : “E., hai vinto! … mi scusi Professor Vernich, potrei parlare con E.?” (In realtà, ero tra le duecento classificate – la duecentesima, per l’esattezza).

Non capii. Qualcuno mi stava strappando dalla beata contemplazione della meravigliosa Diana Gabii, e mi chiamava oltre la porta rossa (scrostata e scassata da un involontario calcio). Mi alzai e camminai come in sogno.

Da quel momento in poi, la professoressa reclamò le mie poesucole ed io mi applicai diligentemente a sfuggirle. Dimenticai di infilarle nel mio quaderno, le dissi che non le trovavo più, che le aveva mangiate il gatto. Un giorno in cui l’italiano era in prima ora e le richieste della professoressa si erano fatte ancora più minacciose, mi arrangiai per entrare in seconda ora : ricordo ancora il mio andamento furtivo, le occhiate rapide nei corridoi… feci appena in tempo ad appiattirmi contro la parete e nascondermi in un angolo per lasciare passare la professoressa con il fumo al naso. Forse aveva sospettato qualcosa.

Finalmente mi incastrò (l’ora di italiano era proprio a metà giornata) e dovetti cedere, non senza giocare ancora un po’, facendole credere di aver ancora dimenticato i miei fogli (le sue narici si erano un dilatate, segnale che un urlo perentorio stava per essere emesso). Fece una fotocopia per tutta la classe (argh, argh!).

Sono molto fortunata. Incontro persone meravigliose e generose, che pensano di aver intravisto qualcosa di speciale in me. Invece è solo un miraggio, il più delle volte.

Mi piace scrivere, mi piace raccontare storie, mi piace far ridere. Scrivere mi rende felice. Tutto qui.

Ho studiato l’italiano per soli due anni, ma è la lingua del mio cuore. È una sfida mantenere una corretta sintassi, evitando gallicismi e anglicismi.

Le mie poesie non erano un granché. Troppo immature, troppo oscure, ermetiche, ingenue. Mancava loro un’anima. Forse non avevo vissuto abbastanza. Mi mancava l’amore e la passionalità.

Le mie poesie non sono un granché. Perché nascondono invece di suggerire e rivelare. Distanziano invece di avvicinare e coinvolgere. Sono anche troppo narcisistiche. Troppo teoriche, superbe, presuntuose. Dovranno rimanere nel cassetto ancora per molto, finché non avrò trovato la mia voce.

Una voce chiara e limpida, un eco intrigante nato dalle profondità insondabili dell’animo, che sappia suscitare emozioni e riflessioni nella semi-oscurità della coscienza. Una voce che sia mistero e compagnia, il cui scandire segni la nascita di un ricordo (indotto o vero) e faccia riconoscere : “Sì, io ricordo”. Una voce ossessiva e ossessionante, calma, lievemente metallica, oppure calda e suave. Come nel romanzo sperimentale di Beckett, Compagnie.

La semplicità è molto difficile da acquisire. Scrivere un haiku richiede un’esperienza di vita e di scrittura. Scrivere è un’esperienza. Rimbaud, nella sua poetica visionaria, preconizzava un lento e totale “dérèglement des sens”. Il poeta, per descrivere la Bellezza, deve allenare i suoi occhi e le sue sensazioni, deve mettere le mani nel fango della vita e tirarne fuori le preziose pepite. Deve poter accogliere ogni piccola vibrazione, lasciare che sfiori il suo cuore, senza le imponenti muraglie della ragione. Leggendo Kim Sakkat di Un Ko, si può seguire l’evoluzione di un giovane poeta coreano, fino alla sua liberazione dalla tirannia del linguaggio : il poeta supremo è colui che diventa poesia ; l’ispirazione non va più cercata in un paesaggio particolare, ma è lui stesso un paesaggio poetico vivente che si fonde in armonia con l’ambiente circostante. Interessante teoria.

È difficile, all’inizio, lasciarsi andare e gettare parole sulla carta. È come mettersi a nudo, sentirsi fragili e vulnerabili di fronte all’impietosa pagina bianca. Come iniziare? Quale termine usare? Come poter esprimere meglio questo concetto, come conservare, almeno in parte, un’emozione? Cosa si deve togliere o tacere, mostrare o raccontare?

Perché scrivere poesie? Da dove nasce questo bisogno? Come scrivere bene?

Si deve attendere l’ispirazione, per comporre?

Forse non sono un buon poeta (e quindi non sono un poeta), ma se non posso scrivere poeticamente, vorrei vivere poeticamente. Voglio poter scorgere la bellezza negli aspetti più piccoli del quotidiano e tentare di trascriverla.

“The beauty of the world, which is soon to perish, has two edges, one of laughter, one of anguish, cutting the heart asunder.”

(Virginia Woolf)

Scrivere è comunicare, trasmettere, ricordare, ma anche trasformare. È una soggettività (per quanto ammantata di oggettività, come nel racconto verista) che parla ad un’altra soggettività (il lettore). La scrittura nasce dal dialogo tra due fantasie personali.

La verità viene incessantemente reinterpretata, personalizzata, accettata o rifiutata. Petrarca amava davvero Laura, la sua Musa? Perché ha sposato un’altra? Ricordo ancora l’indignazione della classe quando la professoressa ci spiegò questo episodio della vita del poeta : la morte di Laura. La sua amata, per la quale ha tanto sospirato e tanto scritto, muore e lui sposa un’altra??

Ma Laura è davvero esistita? è reale?

E Dante e Beatrice? Anche in questo caso, la situazione risulta ambigua.

Mi vengono in mente alcuni autori greci, che hanno criticato il comportamento irragionevole del mitico Orfeo : perché scomodare i sovrani degli Inferi e poi lasciarsi sfuggire, per una sciocca impazienza, l’amata ombra di Euridice ad un passo dalla vita? Se l’avesse davvero amata, si sarebbe ucciso subito, senza tante storie e piagnistei.

Il poeta ama davvero la sua Musa? Pensa o sente davvero tutto quello che scrive? Ha davvero vissuto ogni singola parola? Cosa significa amare, sentire? Esiste un solo modo di amare? Amare è possedere? e se una fantasia fosse così potente da sembrare reale, tanto da cristallizzarsi in noi e diventare un prezioso ricordo?

Alcune persone credono che la poesia o la prosa siano uno specchio infallibile dell’animo dello scrittore. Tentano allora di ricostruire la vita psichica o il carattere dell’autore attraverso le sue parole. Come succede spesso per Saffo, ad esempio. Penso sia rischioso supporre una tale trasparenza della scrittura. Scrivere è, dopotutto, comporre.

Anche l’amore. Non è meno vero se è scritto o immaginato, purché l’emozione sia pura. Come disse Anna Kerenina : “se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d’amore quanti cuori”.

Quale paradosso : desiderare di essere infinita, senza limiti fisici, riflesso del mondo, e voler possedere una voce unica ed inconfondibile. Incoerenza suprema.

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