Archivi del mese: gennaio 2012

Astray

 

On desert shores you appear,

blurred and insincere,

suddenly outside the world,

wrecked tree forlorn,

abandoned by the storm.

The wind is blowing,

savagely sweeping away

long-lost songs of dispair

-It’s true, it’s true, you’re not there-

I’m outside the world,

Oh, I wish I could stay,

-suspended, untold-

torn and worn out,

twirled in the wings

of solitary seagulls.

The wind is blowing,

savagely sweeping away

my face, cold with dismay

-It’s true, it’s true, you’re not there-

I’m inside your world,

it’s true, you’re not there,

still playing with the wind,

throwing my words to you,

absent-mindedly pulling

my heartstrings,

to enchant you.

Sulle sponde del deserto appari,

offuscata, insincera :

sono fuori dal mondo,

relitto di un albero denudato,

abbandonato dalla tempesta.

Il vento soffia,

selvaggiamente spazzando via

canzoni di disperazione da tempo perdute

– È vero, è vero, non ci sei-

Sono fuori dal mondo,

Oh, vorrei poter restare

-sospesa, indicibile-

strappata e straziata,

avvolta nelle ali

di gabbiani solitari.

Il vento soffia,

selvaggiamente spazzando via

il mio volto, gelido di sgomento

– È vero, è vero, non ci sei-

Io sono dentro il tuo mondo,

è vero, non ci sei,

ancora giocando con il vento,

gettando le mie parole a te,

distrattamente tirando

le corde del cuore

per incantare te.

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Underground Poetry

Ogni tanto, tra le pubblicità della metro parigina (relative a deodoranti o prestiti bancari), emerge una piccola poesia, nascosta in fondo al vagone ciondolante. Oggi, nel mio compartimento ho trovato Aragon, poeta surrealista amico di André Breton e De Chirico. Bellissimo e divertente, mi ha illuminato la giornata.

à Giorgio de Chirico

 Sur l’amour on avait écrit
Sortie de secours interdite en cas d’incendie
Sur le ciel on avait écrit
Vous vous trompez ce n’est pas par ici
Et sur la nuit on avait écrit
On n’avait écrit rien du tout sur la nuit

Louis Aragon, Le phénix renaît de ses cendres

“Sull’amore avevano scritto

Uscita di emergenza proibita in caso d’incendio

Sul cielo avevano scritto

Vi sbagliate, non è qui

E sulla notte avevano scritto…

Non avevano scritto nulla sulla notte.”



Handmade

 

Ovunque sento dire : “Ci hanno rubato il futuro dalle mani”, oppure “Il tuo futuro è nelle tue mani” o ancora “Il tuo destino è scritto nelle tue mani”.

Ma chi è “ci”? È forse una metafora per illustrare il passaggio di una generazione all’altra, come per una corsa alla staffetta, supponendo che i nostri predecessori ci tramandino tutte le loro più grandi realizzazioni? Dovrebbero lasciarci solo ricchezza, solo bellezza, solo ingenti patrimoni?

E se invece, il loro dono più prezioso fosse un esempio di vita? Cosa si potrebbe ancora fare, cosa non andrebbe fatto, cosa si dovrebbe cambiare?

Come si può rubare qualcosa che non esiste ancora? Perché sentirci oppressi, impotenti di fronte ad un presente che attraversiamo come creature stordite, come sonnambuli? Siamo forse noi uccellini cha hanno paura di volare e restano nel nido, con la bocca spalancata, per ricevere nutrimento?

Sono stanca. Stanca di chi parla per frasi fatte, stanca di chi giustifica la propria ignavia o il proprio egoismo con espressioni vuote, astratte, vane, inutili.

Sono stanca di chi vuole imporre una visione striminzita della vita, fatalista o piena di clichés, dove l’importante è possedere e apparire. Avere le mani piene di roba e il cuore vuoto, malato. Che squallida realtà.

Prendi la mia mano e percorriamo insieme questo tratto di vita. Prendi la mia mano quando ti sentirai in difficoltà, sarò lì per rialzarti, per accoglierti, proteggerti ed amarti. Tendimi la mano quando sarai felice, o quando avrò bisogno di coraggio.

Tendi le mani verso gli altri, usale, ama, cura, crea, costruisci, dona, ricevi con gratitudine. Non aspettare che la felicità ti cada dal cielo e non temere di perdere i tuoi anelli d’argento. Troverai altre mani per cesellarne dei nuovi.

Take my hand, and we will change reality.” (The Cranberries)


Urbanities

Qualche anno fa, dovetti svolgere una piccola ricerca di etologia in città : dovevo studiare il comportamento di una certa specie urbana e osservarne i meccanismi adattativi.

Poiché pranzavo tutti i giorni nel Jardin des Plantes ed ero regolarmente depredata dalla mia mezza baguette dai vari volatili che si aggiravano nel parco, mi ero già divertita a notare le piccole differenze di comportamento di ognuno.

I piccioni si avvicinavano come se niente fosse, in un primo momento, allungando ritmicamente il collo per avvistare qualche pepita di cibo (“uplà! Passavo di qui per caso, sai, proprio vicino vicino alla tua scarpa mentre stai divorando un panino buono buono”), precipitandosi poi senza alcuna briciola di dignità su sassetti (perché mangiano sassi?) e molliche insaporite di burro e prosciutto cotto di Bayonne. Le tortore hanno un comportamento simile, ma sono più goffe nell’atterraggio.

I passerotti erano più furbi : più piccoli e più agili, non esitavano ad arraffare una briciola da sotto il becco di un piccione tonto, volando abilmente a rasoterra (che tecnica!) e atterrando più in là, pigolando di gusto ; più carini e consci della loro apparente fragilità, non esitavano a riprodurre le mimiche dei pulcini (i pigolii acuti, arruffare le piume a palletta, battere lievemente le ali e coricarsi a terra) per suscitare un nutritivo istinto di protezione e benevolenza nell’umanoide seduto sulla panchina ; se quest’ultimo non accennava a condividere il suo pasto con questi esseri graziosi, non restava che partire all’attacco e sospendersi magistralmente in volo ad altezza del panino, come un colibrì che si appresti a suggere il delizioso nettare da un fiore.

Le papere arrivano ciondolando e reclamano il cibo spalancando il becco per il loro caratteristico verso (“qua, qua, lancia qua!“). Possono anche pizzicare (FA MALE).

I corvi e le cornacchie sono intelligentissimi e violenti (alcuni non esitano a rovesciare un rivale e combatterlo a colpi di ali, becco e zampate). Possono decidere di eseguire una strategia di gruppo per ottenere del cibo. Sanno aprire i cassonetti delle immondizie e sventrare i sacchetti in plastica che celano meraviglie gustative.

Scelsi quindi di osservare i piccioni e seguii per 6 mesi l’evoluzione di una colonia di colombi installata sulle travi della stazione metropolitana La Motte-Picquet Grenelle. Scoprii alcuni elementi sorprendenti. I colombi cittadini provengono dai colombi viaggiatori inselvatichiti, dopo l’abbandono degli antichi colombari o la loro distruzione sotto i bombardamenti delle due guerre mondiali. Esistono numerose varietà : i piccioni di scoglio, per esempio, sono dei piloti provetti, possiedono una vista acutissima e un’ottima rappresentazione spaziale. Non andrebbero mai a sbattere contro le vetrate dei grattacieli, né attraverserebbero con il rosso. Sono gli unici volatili che si abbeverano succhiando l’acqua con il becco (a mo’ di cannuccia) e non deglutendo a piccoli sorsi. Devono inoltre ingoiare alcune pietruzze, che permetteranno loro di stritolare il cibo, tramite una frizione con un osso molto resistente del petto.

Soprattutto, vivono in colonie, rette da una coppia dominante. La fase di corteggiamento è piuttosto lunga : il maschio deve mostrare le sue piume in un parata tubulante, offrire semi e altri doni alla corteggiata, deve nutrirla come un pulcino (becco a becco), volarle accanto in armonia ed infine, se la femmina è d’accordo, c’è l’accoppiamento. Ogni piccione sceglie un solo compagno per allevare la sua prole. Il maschio deve fornire il materiale di costruzione per il nido (piume, rametti, paglia, pezzi di carta). Il maschio e la femmina si alternano durante la cova delle uova ; il partner libero va in cerca di cibo per il compagno. La femmina, nei primi giorni dopo la schiusura delle uova (due, in genere), secreta un liquido particolare, dalla consistenza densa e biancastra : latte di piccione.

La coppia è a vita e la fedeltà è una prerogativa per l’allevamento della prole. In teoria. La realtà è molto Beautiful.

Ho osservato la prima coppia dominante : Isotta e Giampoldo erano molto uniti. Hanno iniziato a costruire il loro nido alla fine di gennaio. Rufus, un piccione marmorato di rosso, andava sempre a rubare un rametto da loro per edificare il proprio nido, invece che stancarsi a cercare materiali altrove. Furbetto. Isotta e Giampoldo hanno allevato sei piccoli (due non sono sopravvissuti alle gelate di marzo). Dopo due mesi, Isotta, che già soffriva di problemi respiratori, non si è più svegliata. Giampoldo ha continuato a starle accanto, giorno dopo giorno, fino a deperire.

La coppia seguente, Homer e Marge, era più turbolenta. Si beccavano spesso e ci furono delle infedeltà coniugali. Rufus fu rincorso a beccate per aver sedotto la compagna di Homer. Allevarono quattro piccoli.

Ci fu anche il caso di una coppia composta da due maschi (nessun uovo), così come due femmine (quattro uova).

Chissà perché, ma non li sentii più così distanti o ripugnanti (a Parigi li chiamano “Rats volants”). Ritrovavo molte similarità con un’altra, predominante specie urbana.

Forse anche noi abbiamo un cervello d’uccello, sotto la nostra complessa corteccia neo-cerbrale.

P.S.: E le processionarie? Seguono un condottiero, ma se finiscono in tondo, continuano a girare finché non si ammassano l’una sull’altra. Giro giro tondo, casca il mondo

P.S.bis: Tra i termini di ricerca per approdare a questo blog, compariva “Erika Lust e pizza”. Uau. Porno gastronomico.


Love in the Time of Biogenetics

Primo anno di università in Biologia, persa tra cinquantamila studenti e i meandri di vasti, fatiscenti torrioni d’amianto. Dal prato al centro del campus emergevano delle strane statue filiformi, ritratto fedele di paramecie giganti, forme di vita aliene e piccole margherite geneticamente modificate. Nei bagni del seminterrato, vicino al laboratorio di biogenetica, si sussurrava che vivessero misteriosi organismi, pervenuti tramite un Cess-Gate dimenticato. Non mi sarei avventurata laggiù nemmeno con un lancia-fiamme.

In un padiglione d’inizio Novecento, situato appena al di fuori del campus un tempo moderno, Pierre e Marie Curie avevano condotto i loro primi, audaci esperimenti sulle radiazioni nucleari. Con un po’ di fortuna, era ancora possibile respirare alcuni dei loro atomi (se è vero che in natura nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, allora anche l’aria che inspiriamo è stata già respirata da qualcun altro?).

Mi piaceva girare tra i suoi laboratori di fisica con le grandi tavole di legno scuro, ricoperte di  curiosi strumenti e vetusti oscillografi ; mi piaceva attraversare furtivamente il cortiletto segreto e rifugiarmi nelle serre solitarie di palinologia e di botanica, dalle grandi vetrate invase di piante esotiche, nelle quali le matricole, di solito, non erano accettate.

Ero sempre di corsa nei corridoi, in ritardo per gli esperimenti di chimica e biologia. Infilavo  in fretta il mio camice bianco, legavo i miei lunghi capelli ribelli al pettine, ed entravo discretamente. Mi piaceva preparare le lamelle per l’osservazione al microscopio e scegliere le cellule più adatte per illustrare i diversi stadi della mitosi.

Non so come, ma tra un rapporto di laboratorio e l’altro, mi ritrovai a scrivere delle lettere d’amore per conto di un amico che desiderava sedurre una ragazza. Non ero mai stata in una relazione seria, così avevo declinato la sua proposta, in un primo momento : come posso scrivere sinceramente di qualcosa che non conosco? Perché offrirle delle lettere d’amore che non hai scritto tu? Il romanticismo più chevaleresque non si infrangerebbe di fronte a tale compromesso?

“Perché a volte l’amore va detto con delicatezza. E perché scrivi come un uomo.”

…”scrivi come un uomo”? Che significa? la scrittura è forse sessuata?

Risi e mi defilai ancora. Ci sono tanti modi per dichiarare il proprio amore, perché scegliere quello meno naturale per lui? Tuttavia, insisté tanto e tanto che, alla fine, cedetti. Mi raccontò di lei, mi descrisse la sua dea, il profondo ardore che provava per lei, la sua gioia nel rivederla, che dissolveva e placava dolcemente l’attesa febbricitante e il violento desiderio suscitato dalla sua mancanza. I suoi occhi si illuminavano, l’emozione rendeva la sua voce incerta. Ah, Giovane Poeta Romantico.

Provai una grande tenerezza per i due amanti.

Scrivere d’amore senza essere banali e stucchevoli è estenuante. Non sapevo come iniziare, cosa dire. Io che non ero stata capace di dirti che ti amavo, adesso dovrei farmi voce di un amore estraneo? E se avessi immaginato che questa lettera fosse in realtà destinata a te? Come raggiungerti, oltre l’occasione perduta? Forse, se fossi riuscita a scrivere una bella lettera e quindi aiutare il mio amico, il mio cuore mi avrebbe perdonato, l’amarezza avrebbe allentato la sua morsa e la tua mancanza sarebbe stata meno crudele. Così invocavo tutti i mie ricordi per suscitare la tua immagine sulla punta delle mie dita. Illusa. Ridicola. Scrivere per te, amarti attraverso la scrittura. Sezionare, scrutare le labirintiche asperità del mio cuore e perderti di nuovo, mentre l’inchiostro scorre e annega i miei pensieri. Soffocare in una finzione fin troppo intima, nella stretta rampicante dell’edera dei ricordi inventati.

Ero in ritardo per l’esame di biochimica. Accidenti, mi ero sdraiata sul prato all’ombra di un giovane platano e non ho visto il tempo passare. Mi stava raccontando tante storie. Non ho neanche finito di mangiare la mia mela. Corro, corro di nuovo mentre infilo il camice bianco. La lettera per te, per lui, è nel taschino laterale, insieme ai miei strumenti di laboratorio (tre bisturi, pinzette e forbici speciali, una scorta di lamette) e alla mia tessera studentesca. Sento le lamelle agitarsi ritmicamente e la carta fremere, premere con i suoi spigoli contro il mio fianco. Salgo in fretta le scale. Il respiro è affannato. Tento di abbottonarmi decentemente la blusa, la mela appena mordicchiata in bilico tra le labbra. Decido di prendere una scorciatoia e mi infilo in un corridoio laterale. Oh, la vecchia porta anti-incendio blu rischia di rallentarmi. Ho la mela in bocca, le mani intente ad imbavagliare un bottone ribelle. Non mi resta che spalancarla con un calcio deciso. Largo alla ritardataria con la mela!

Per poco la mia foga non travolge il mio amico. Stavo per sbattergli la porta in faccia. Tieni, caro, la tua lettera ed un ematoma in viso. Che begli occhi da panda. Molto seducenti. Per caso, ti va una mela già prelibata? è deliziosa e dolcemente malinconica.

Chissà dove sarai, con chi sarai, se sei felice. Spero di sì, mentre le mie parole per te saranno accolte da altre mani. Tutto si trasforma. Tutto finisce, tutto ricomincia in un ciclo infinito.

Pensai che la così detta “ode alla gelosia” di Saffo non esprimesse in realtà una gelosia sconvolgente, quanto l’intenso turbamento di un amore impossibile. Elegant and beautiful Lovesickness. Deformazione personale? Il fascino della poesia è forse questo : il suo messaggio si rinnova costantemente, si scoprono nuove voci, nuovi significati nel corso delle letture, delle esperienze, delle vite vissute.

A me pare uguale agli dèi 
chi a te vicino così dolce 
suono ascolta mentre tu parli 
e ridi amorosamente. Subito a me 
il cuore si agita nel petto 
solo che appena ti veda, e la voce 
si perde nella lingua inerte. 
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, 
e ho buio negli occhi e il rombo 
del sangue nelle orecchie. 
E tutta in sudore e tremante 
come erba patita scoloro: 
e morte non pare lontana 
a me rapita di mente. 
traduzione. di Salvatore Quasimodo, Lirici greci, in Poesie e discorsi sulla poesia, Mondadori, 1971.

The Waves

 

The waves, do you hear?

they part, come near,

the waves,

they break, they shake,

they dance and laugh,

they won’t get caught.

The waves,

sparkling, whispering,

tearing us apart.

My thoughts, your understanding,

-painful mirage, overwhelming-

through the distance.

Sing to me again,

love beyond love,

this song you can’t refrain…

The waves,

dashing on the brink,

broken and incomplete,

our souls soaring,

whirling, falling,

can I reach you,

can I reach you,

my forbidden land?

The waves, do you hear?

they part, come near,

sparkling, whispering,

tearing us apart.

Le onde, senti?
si separano, si ritrovano,
le onde,
si infrangono e fremono,
ballano e ridono,
impossibili da ghermire.

Le onde
scintillanti, sussurranti,
ci dividono ancora.

I miei pensieri, la tua empatia,
-doloroso miraggio, travolgente-
attraverso la distanza.

Canta di nuovo per me,
amore oltre l'amore,
questa canzone che non si può arginare...

Le onde
precipitano sull'orlo,
spezzate, incomplete,
le nostre anime alle stelle
cadono vorticosamente,
posso arrivare a te,
posso arrivare a te,
terra proibita?

Le onde, senti?
si separano, si ritrovano,
scintillanti, sussurranti,
e ci dividono ancora.

Ein Traum – J. G. Herder

Ein Traum, ein Traum ist unser Leben


Auf Erden hier;


Wie Schatten auf den Wogen schweben


Und schwinden wir


Und messen unsere trägen Schritte


Nach Raum und Zeit


Und sind, wir wissen´s nicht, in Mitte


Der Ewigkeit.

Johann Gottfried Herder

Translation by Bertram Kottmann :

Our life is but a dream, and dreaming

we live down here.

Like shadows on the swell we’re streaming

and disappear.

And measure our laboured striding

by time and space,

not knowing that we’re e’er abiding

in time’s embrace.