Transient Otherness

Ieri notte, un vento violento scuoteva via impietoso le anime addormentate dell’autunno e nell’oscurità le dita scheletriche degli alberi picchiettavano alla finestra, danzando nude al suono della tempesta di grandine. “Era una notte buia e tempestosa…”

Suggestivo incipit, prima di lanciare via la macchina da scrivere in un impeto di frustrazione, perché la trama si è ingarbugliata e le parole si susseguono senza senso alcuno. Cof, Cof.

Stamattina, la grandine continuava ad imbiancare il cielo, la terra era scomparsa dietro ad un velo di nebbia, il vento faceva tremare i vetri. Sentivo il rumore ghiacciato dei miei sogni che si infrangevano, da lontano, nel dolce tepore del dormi-veglia, quando la coscienza tarda ad emergere dalle sue spaventose profondità. Non avevo voglia di alzarmi.

Ieri notte ho pianto. Non so esattamente perché. Improvvisamente, un grido è salito dal fondo del cuore, improvvisamente, mi sono sentita miserabile (sindrome del lunedì? meteoropatia?).

Odio la parola “strana”. Anzi no, odio l’espressione “sei strana” (pronunciata con quell’arricciamento caratteristico del naso, segno involontario di profondo disgusto o di un’incomprensione che implica un rifiuto). Soprattutto se accompagnata di uno sguardo scrutatore, che mi denuda e mi scava nell’anima, mentre mi sento vulnerabile. Probabilmente,  mi turba perché irrita il mio fastidioso e persistente sentimento di inadeguatezza.

Alcune persone sono fiere della loro stranezza. Cosa si cela dietro questo termine vago e ambiguo? Come l’integerrimo Epitteto, anch’io voglio rigirare le maschere dei paroloni che mi impressionano, per non permettere più che mi colpiscano e mi feriscano.

Per “strano”, a volte si intende ciò che è originale, inusuale, inaudito, innovativo, curioso, particolare, unico, alternativo, bohème, affascinante, che suscita una certa meraviglia, una certa ammirazione.

A volte, la stranezza riveste una sfumatura più negativa : ciò che è estraneo, incomprensibile perché sconosciuto, marginale, fuori dal comune, anomalo, alieno, atipico, altro, diverso, verso il quale scatta una sorta di meccanismo implicito di repulsione e diffidenza, come di fronte ad una minaccia.

È insolito sentire un usignolo cantare solitario nel cuore della notte, eppure è misteriosamente bello, quasi poetico.

Se per “normalità” si intende ciò a cui siamo abituati, allora la stranezza è ciò che esula dall’abitudine, interrompe la routine, destabilizza, perturba, rimette in questione lo scibile acquisito, invita alla riflessione, suscita diffidenza.

La stranezza, quindi, diventa un fattore di distinzione o di esclusione.

Nelle società umane più antiche, il clan si designava generalmente con il nome di “Uomini”,  negando quindi a tutti gli altri, animali o gruppi umani diversi, lo status umano. C’erano le bestie e c’erano i Barbari, verso il quale si nutriva un sentimento contrastante : erano bruti violenti senza alcuna intelligenza, selvaggi virtuosi e coraggiosi in armonia con la Natura, detentori di una civiltà raffinata e più evoluta? Erano uomini anche loro? Quale atteggiamento aveva il clan nei loro confronti, quale identità?

Per paura dei Barbari, la severa Roma si lanciò alla conquista del mondo conosciuto, si lasciò affascinare dalla Grecia e dal suo spirito multiforme, artistico e lussurioso, ammirò l’antica e misteriosa civiltà egizia, lodò poi il grezzo valore guerriero dei temuti Germani, realizzando una grandiosa commistione culturale, comune e delimitata da una complessa legislazione.

Dove finisco io, dove inizi tu? Sei tanto diverso da me? In cosa consiste la tua diversità?

La religione (od il suo rifiuto) costituisce un’altra comunità umana più estesa, al-dilà del sentimento di nazione, e genera un sentimento di appartenenza e fratellanza. Fratellanza. Le diverse religioni preconizzano l’esistenza di un dio, o di molteplici dèi, e regolano il comportamento dell’uomo nei suoi confronti attraverso riti e credenze. Poiché l’uomo è una creatura di Dio, allora tutti gli uomini sono fratelli e possiedono in sé una scintilla divina. Dovrebbero amarsi e rispettarsi. Nonché rispettare le altre creature non umane.

Ci fu, certo, un tempo in cui gli dèi erano terribili, capricciosi e crudeli come le forze della natura, e si credeva che per acquietarli fossero necessari numerosi sacrifici ed offerte.

Poi venne la filosofia, si sviluppò la teologia e la razionalità si insorse contro le superstizioni più meschine. Il concetto di “dio” si tinse di intellettualismo : Il deismo di Voltaire, l’ateismo epicureo, lo scetticismo accademico.

Le vie del Signore sono imperscrutabili, infinite. Sotto diversi nomi, diversi riti, si cela un sentimento simile : la ricerca di un posto nel mondo, attraverso il rispetto.

Allora perché la religione diventa presto un pretesto di esclusione? Perché insistere sul concetto di verità rivelata e assoluta? Chi incita all’odio e alla violenza in nome della religione non ne ha capito il senso profondo, oppure non ci crede e manipola l’ingenuità di fanatici e credenti intransigenti per mascherare la sua sfrenata ambizione. Lo stesso vale per chi vuole imporre la laicità a tutti i costi, senza comprendere il bisogno di fede e serenità di altri esseri umani.

Alcuni anni fa, ho discusso con una testimone di Geova che si dedicava al proselitismo in Piazza del Popolo : mi propose di raggiungere i fedeli, che sarebbero stati gli unici a salvarsi nel Giorno del Giudizio, poiché è scritto nella Bibbia che solo i 144 ooo prescelti avrebbero condiviso il Regni di Dio. Chiesi se insegnavano ad essere giusti, e cosa significava per loro la giustizia. Mi rispose che i giusti erano i fedeli che avevano accolto la verità di Geova. Le mie sopracciglia si aggrottarono : quindi non dovevano esserci più di 144 000 testimoni di Geova nel mondo? E se ero la 144 001? Di fronte alle mie perplessità, si infiammò e mi votò alle fiamme dell’Inferno. Ok, forse ero stata irriverente. Per aver dubitato, meritavo i tormenti eterni di Belzebù? “The Devil is lame, and I am lame, so…”

Racconterò un altro giorno di quando andai a ficcanasare in una setta coreana.

Quando annunciai a mia madre che ero omosessuale, dopo anni di silenziosi tormenti interiori e menzogne spudorate, mi lanciò contro tutti i possibili anatemi papeschi. Sapevo che non avrebbe fatto salti di gioia, ma… non mi aspettavo una reazione così violenta. Capii che la diversità spaventava perché rappresentava un varco verso ciò che è sconosciuto ; compresi anche che mia madre non mi odiava, ma che temeva ch’io fossi infelice. Perché diversa. Diversa dalle sue aspettative, dalla normalità sociale (vale anche per la timidezza) e religiosa. Ero altro, io che fino ad ora ero stata un suo riflesso delle sue amorevoli cure e dei suoi sogni.

Questo non significa che io voglia lanciarmi in un’apologia della diversità, né sbandierare le mie opinioni ai quattro venti, spacciandole per verità incontestabili. Comprendere la diversità non significa che si debba accettare tutto e niente, ma è un invito a relativizzare la normalità, come viene intesa al livello individuale e sociale. Una situazione delicata.

Italiana all’estero, zoppa, lesbica. Molte, molte persone si sono mostrate comprensive, incuriosite, simpatiche, generose. A volte, però, mi è capitato di scontrarmi contro i pregiudizi. Come quando mi hanno lanciato una bottiglia da una macchina in corsa, gridandomi “lesbica schifosa”, o preso a schiaffi nei bagni del seminterrato alla mia prima università, oppure quando un uomo ubriaco ha iniziato ad insultarci e minacciarci al supermercato, una mia amica ed io, perché per lui due donne che facevano la spesa insieme erano di sicuro amanti. Strani casi della vita.

Altre volte mi hanno proposto di concretizzare strane fantasie erotiche, a carattere orgiastico : “Sei lesbica? uau, doppia fica! Facciamo una cosa a tre?” – posso intonare il Triangolo NO, di Renato Zero? Naturalmente, con i costumi di scena originali. Oppure : “Siete gemelle? Uau! Beato il vostro ragazzo… due piccioncine con una fava…” Ahahahahah. Doppio NOOooooooo (cantato in soprano). O ancora : “pare che le zoppe lo facciano meglio… mi lasci provare?” In questo caso, le zoppe hanno anche il dono dell’ubiquità, grazie alla magica formula potteriana “Dileguos serpentinus discretissimus”.

La paura può generare rifiuto e violenza. Alcune persone sono così insicure, insoddisfatte oppure sopraffatte da un sentimento di impotenza, che tendono a riversare il loro odio sulla persone diverse (straniere, strane, Rom, poveri, etc.). Spesso evitiamo di alzare gli occhi su un barbone, di riconoscere la sua solitudine, la sua sofferenza, il suo degrado, la sua libertà, perché la sua vulnerabile umanità ci infastidisce, ci fa sentire segretamente in colpa. Perché si lascia andare così? Perché non ci ringrazia per gli spiccioli che gettiamo en passant, senza uno sguardo, un sorriso, senza una parola, quasi ci vergognassimo di questo gesto?

Ieri mi hanno detto che ero una pervertita, perché ti tenevo la mano e ti ho offerto dei fiori. Mi piace regalare fiori alle persone che amo, rappresentano per me la fugace, splendida bellezza del mondo.

Ieri mi hanno mi hanno anche detto che ero paludosa, ma la cosa mi ha fatto sorridere  (paludosa??? ma che significa? morbosa, malsana, stagnante, falsamente quieta, torbida, ambigua? Sarei una zanzara, un mosquito dispettoso? Bzz, bzz. Niente male, niente male, davvero essere descritta con una parola così espressiva. Premio per l’originalità.)

La tempesta va diradandosi, il cielo plumbeo e greve si sta squarciando. Limpidi raggi di sole gettano una nuova luce negli occhi della gente, sui rami caduti, sugli ombrelli dilaniati e abbandonati.

Sono in ritardo, come al solito, mentre mi arrampico di corsa sui ripidi scalini della metro Abbesses. Un’ultima goccia riesce a centrarmi nell’occhio, dopo un sonoro “ploc!” sulla cranio e sul bordo degli occhiali. Ancora pochi minuti, e  scorgerò la tua silhouette slanciata che si staglia sul muro blu dei “ti amo”. Mi accoglierai con un sorriso ironico, mi prenderai in giro per la mia spiccata puntualità, il mio naturale senso dell’orientamento. Mi chiederai quale buffa nuvola mi ha distratto e mi ha fatto perdere il cammino.

Poi ci sarà il tuo abbraccio, il profumo dei tuoi capelli, le tue mani sottili. E non mi sentirò più straniera. Né ridicola a dirti piano “je t’aime“. Mi spiegherai di nuovo perché ti piace l’inverno, dove tutto finisce e tutto inizia, dove il placido sonno, simile alla morte, degli alberi è il preludio al dirompere primaverile della vita.

Tra pochi giorni, tornerò a Roma, poi andrò a Londra. Al mio ritorno non ci sarai più, sarai ritornata anche tu nella tua terra.

Domani penserò alle nuvole, mi chiederò dove corrono, dove si trovino le cuciture del cielo, oppure se sia un unico, grande telo nelle cui immensità riecheggia il canto della vita.

Fine dei lunghissimi post pontificali.

Buone feste piene di gioiosi pasti luculliani con i cari, di amore e di serenità!

P.S. : In francese (come l’inglese “I love you”, o il russo) “je t’aime” significa sia “ti voglio bene” che “ti amo”. Eventualmente si può dire “je t’aime bien” per dire “mi stai simpatico” oppure “mi piaci molto ma sono troppo timido per dirtelo”. Interessante polivalenza.

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6 responses to “Transient Otherness

  • FS

    Wow… a dark and stormy night, indeed with many winding roads across different countries even: Vagabond religion (Do tell about sneaking into the Korean sect…! I am sorry to hear about the surprising bad reaction.

    Amazing what men will see with two women together who exude an air of closeness that they can’t quite figure out: Sisters? no, closer than that. Twins? No, closer than that. 😉 Do people use their eyes to see?

    Did you take Canadian bacon with you?

  • kodamae

    Buongiorno, cara FS!

    Sorry for this long, boring and tentacular rant. I was probably too swampy and stormy in my head, yesterday 😉
    I would have loved to bring some canadian bacon and cinnamon apples with me, but the custom services wouldn’t let me (I already had a Kendo bamboo sword strangely packed with me… like Wilde, I could have said : I have nothing to declare, except my Jedi)!
    My mother is a dreamy, lovely lady (with fits of passionate latin temper) and I surely could have been more delicate and gentle in telling her 🙂

    We can easily use our mouth and eyes, yet, sometimes, misuse and misinterpret the information collected by those senses…

    Imagine that in the most dramatical scene of film about two star-crossed lovers : “Darling, I want to prove our love to the world : come with me, we’ll go buying some vegetables at the supermarket” (*eyes sparkling and beaming with love*). Hihihi.

    Your last writing “Love, Impossible” was brilliant : elegant, imaginative expressions that portray the flaming acme and decay of a fervent and deep love. Bravissima!

    • FS

      It was hardly boring: it was fascinating, provocative, interesting, colourful, edgy, great.

      We collect all sorts of information through the senses, tis true, and yet our organ of interpretation is so mired in…so many things that it is sometimes a wonder there is actual, meaningful, clear communication between people. Sometimes, however, how a message is delivered does have an impact.

      Jedi warrior, huh. Cool. There is a Force across all universes.

      Ohhh star-crossed lovers????? Vegetables? Supermarket? The makings of a story, for sure.

      and thank you.

  • kodamae

    Oh, I’m all blushing. It is true that “Beauty is in the eyes of the beholder”. Grazie mille.

    I read once that they were six degree of separation between people : maybe it’s the same about communication or about our willingness to truly listen to what is said? (The real words, the words we think to have understood, those we wish to hear, those we want or don’t want to hear… etc.).

    Buona giornata!

  • FS

    Today, with Facebook, that degree of separation is apparently something like 4.74 people. I want to know what .74 of a person is: aren’t data sets fascinating?

    You’re SO right. Listening is a skill, an art. To stop, to see to listen, and not filter through that which we want to hear.

    have a wonderful day too.

    Frances (aka Francesca to my Italian friends)

  • kodamae

    Ahahahah!! I was wondering about that too! Oh my, statistics and their cryptic power… faithful instruments to justify managerial politics, as if they could exactly reflect the state of mind of a population. After all, it’s a question of maths and numbers. Demonstrable and (apparently) irrefutable formulas that enthrall us. Aren’t statistics a funny way to filter reality?

    Benvenuti in FB, undicesima dimensione dove tutti conoscono tutti, ma nessuno è esattamente come dice di essere 🙂
    It would be interesting to analyze its degree of misunderstandings (few years ago, Messenger broke millions of hearts with qui-pro-quos and paranoias : why is she not answering? what does she mean? why did she send me that smiley? etc.)

    Francesca, che bel nome 🙂
    È un piacere leggerti.

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