American Beauty

Alla fine di agosto, presi l’aereo per Montréal. Passai quindi da un’estremità all’altra del mondo. Trascorsi il viaggio chiacchierando con una cantastorie molto simpatica, che mi raccontò della sua Montréal. Mi disse che avrei visto splendidi tramonti.

Mi avevano tanto avvertito contro il gelido e spietato inverno canadese, ma quando scesi c’era una splendida estate indiana di 35 gradi Celsius. Passata la dogana, i servizi dell’immigrazione, dopo aver ricevuto un pacco di nuovi documenti e preso infine possesso della mia cameretta al 16mo piano, con la finestra esposta a Nord-Ovest, uscii in avanscoperta. Mangiai subito un gelato, poi un altro e un altro ancora, per esorcizzare le prime avvisaglie di nostalgia.

A Parigi, sono molto orgogliosi del loro denso sorbetto Berthillon, e quel che chiamano “glace italienne” non è altro che quell’orrenda escrezione moscia della macchinetta automatica. A Montréal, ho potuto gustare degli ottimi sorbetti. I diversi parfums venivano appallottolati uno sull’altro in una specie di torre di Pisa gelatesca, come si vede ogni tanto nelle strisce di Paperino e Paperoga (che riferimento). Impossibile non uscirne con il naso ingelatato.

Ma quel che più mi sorprese fu la generosità dei piatti : una colazione abbondante con pancakes affogati nello sciroppo di acero, patate arrosto, uova, bacon canadese, pan tostato e marmellata o burro di arachidi (ehm, lo ammetto, la sua consistenza pastosa e oleosa non mi sconfiferava molto), frutta, fiocchi d’avena, bagel, caffè lungo a volontà. Ebbi un po’ di difficoltà ad abituarmi al caffè, da italiana espatriata che comunque rimane assuefatta all’espresso e cappuccino.

Molto diverso dalla macrobiotica ed epurata nouvelle cuisine, quindi.

Une delle specialità di Montréal, a parte il pâté chinois (simbolo del creativo meltingpot culturale nordamericano) e gli hamburger, era la famosa poutine : una insalatiera di patatine fritte bollenti, miste a del cheddar fresco e salsa barbecue. Le salse sono una componente essenziale della gastronomia québécoise. Comme la birra Boréale e Belle Gueule. 

Per non parlare delle bellissime, ricchissime fettone di torta di carote, mela e cannella, cioccolato e noci, i gustosi muffin e cupcakes che avrebbero allietato il nostro inverno. Praticamente, la Brûlerie St-Denis del quartiere di Côte-des-Neiges ci aveva adottato.

Feci amicizia con gli scoiattoli del parco di Mont-Royal, che non esitavano a salirmi sulla gamba per rubarmi una noce senza guscio. Fummo circondate, la sera, da occhi brillanti nell’oscurità, avidi di cibo : erano le ombre mascherate e furtive dei procioni che popolavano il campus (o forse qualche studente affamato).

Festeggiammo Halloween e andammo a cogliere le mele tra le dilaganti sfumature sanguigne della campagna dorata. Intanto l’estate indiana si stemperava nei meravigliosi colori dell’autunno.

Venne la neve ed il gelido vento matto s’intrufolava dovunque. Limpidi, lunghi giorni di ghiacciata serenità, che si alternarono a impietose bufere di neve. Spesso il gelo era così intenso che non riuscivo più a respirare, e sentivo l’aria nelle mie narici trasformarsi in gelide scaglie.

C’era tutta una città sotterranea, a Montréal (e anche una variegata cultura artistica underground), con cunicoli e centri commerciali illuminati e riscaldati a 25 gradi sopra lo zero, mentre fuori si raggiungevano i 27 sotto zero. la piantina di basilico che avevo adottato non resistette ad una lieve folata e dovette subire un taglio radicale, molto punk.

La neve scintillava, era soffice, accogliente. Il mio amico Chris aveva il dono di sapermi centrare inaspettatamente con svariate mitragliate di palle di neve, sempre tra la piccola faglia del mio imbaccucamento lanoso che lasciava scoperto un’infima parte di nuca.

Visitammo Québec, incantevole città, antica capoluogo del Québec.

Il francese del Québec è diverso dal francese di Parigi, e spesso non capivo le persone (in Francia, mettono i sottotitoli ai film belga e canadesi francofoni, colmo della pigrizia linguistica). Loro, d’altro canto, dicevano che avevo un fortissimo accento parigino.

Una delle differenze più notevoli era la nomenclatura dei diversi pasti della giornata ; in Québec, era rimasta l’espressione tradizionale, in uso già dal XVImo secolo : “déjeuner” per “colazione”, “dîner” per “pranzo” e “souper” per “cena.” In Francia, si era passati ai termini di “petit-déjeuner”, “déjeuner” e “dîner”. Tutta colpa dei dandy-bohème del Romanticismo, che tornavano all’alba dai balli frenetici, prendevano uno spuntino, andavano a dormire, si risvegliavano a mezzogiorno, prendevano una colazione abbondante ed infine cenavano prima di recarsi ad un’altra serata mondana. Hihihi.

Capitò, nel DownTown (centro città anglofono), che ci trattassero di “fucking separationists”, perché ci avevano sentito parlare francese. La questione del bilinguismo non è ancora del tutto risolta in provincia : alcuni voglio difendere la francofonia e preconizzano l’indipendenza del Québec (sopratutto al Nord), mentre altri sono favorevoli all’anglofonia.

A parte questo piccolo incidente, devo dire che i Canadesi che ho conosciuto erano tutti molto cordiali e aperti. Non esitavano a tendere la mano (per rialzarsi dopo una disastrosa e buffa caduta multipla sul ghiaccio, per aiutarti a portare la valigia nelle scale, per pagarti il resto del pranzo se mancavano alcuni spiccioli : a Parigi non sarebbe mai accaduto), a dare un’indicazione stradale, a raccontarti la sua vita in ascensore.

Dovetti ritornare più volte in Europa e in uno dei viaggi (notte in bianco per finire il saggio di filosofia, perché non sono abituata a pensare in maniera logica e profonda, 16 ore di viaggio con scalo a NewYork, dove il controllore dei passaporti ha elegantemente ironizzato sulla mia splendida foto d’identità, 24 ore per il matrimonio di mio fratello a Genova e ritorno con altre 20 ore di viaggio, per via di un ritardo di 6 ore all’aeroporto di Parigi ), capitai nella fila di mezzo, tra due immensi specimen di uomini. Vedendo che ero tramortita dalla stanchezza e che la mia testa ciondolava pericolosamente di qua e di là, il mio vicino, molto affabile, mi propose di appoggiare la testa sulla sua spalla. Fui commossa, ma declinai l’offerta : probabilmente mi sarei addormentata con la bocca aperta (sbavando? russando? mugugnando? triade molesta).

Chez Mado, noto locale di meravigliose e scoppiettanti Drag-Queen nel Village di Montréal, passai una delle serate più animate e scintillanti. Ognuna si esibiva in canzoni, con dei vestiti alla Gilda e dei tacchi vertiginosi (fate anche degli stage?). Una di loro, vestita da rockettara trash degli anni ’80, passava tre gli spettatori proponendo loro degli shot : a metà spettacolo, si era bevuta almeno venti bicchierini e barcollava leggermente sugli stivali di cuoio nero a spillo.

Incontrai Viviane (praticamente le caddi ai piedi, perché ruzzolai giù dalle scalette del guardaroba insieme a Chris ; la dinamica della caduta è avvolta di mistero etilico). La sua figura scivolava agilmente tra i tavolini del palco, il suo sorriso era dolce e ironico. Lei era il caldo abbraccio nelle lunghe sere d’inverno, mentre fuori imperversava la neve e il gelo.

Imparai ad andare in bici nella neve, nel cuore della notte, lungo i riflessi soffusi del fiume St-Laurent. Andai in giro per la città durante la notte bianca, a – 26 gradi, e vidi dei ragazzi mangiare un gelato mentre curiosavano intorno a strani luminari. Andai alle mostre alternative e ai concerti neo-grunge (popolazione molto interessante alle Foufounes Électriques). Visitai il museo storico della città, ma attraversai labirinti di porte e vidi solo immagini in bianco e nero (mi ero persa anche là?). Mi aggirai tra i capannoni industriali, vidi giochi circensi improvvisati da giovani acrobati, vidi gli ebrei danzare gioiosi al suono della musica yiddish, con il loro colbacco nero, nel Miles End. Ci fu una piccola sfilata per un matrimonio indiano tradizionale, sari coloratissimi e raffinati, grida di gioia illuminarono il quartiere. I grattacieli con i tetti a pagoda di China Town, i buffet a volontà, le scale in ferro della Petite Italie, i gnocchetti al sugo rosé alla vodka (è italiano?)

Veni, vidi, vixi. E tanti procioni. Tanti, tanti tramonti. Il Québec non è la Francia, né gli U.S.A., ma rappresenta un bell’esempio di città armoniosamente (almeno mi è sembrato) multiculturale. Splendida, bellissima esperienza.

Unico pollice verso : la pizza ai maccaroni sovrastati di cheddar fuso.

Agli inizi di dicembre, mi avventurai in pullman fino a New York, attraversando le praterie ingiallite e i doganieri inferociti (alle due del mattino).

P.S. : Spesso, nel linguaggio europeo, “America” è sinonimo di “Stati Uniti”. E il Canada, dov’è? in un mondo parallelo?

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