Tomb Raider Twins : Dragonful China

Mia sorella gemella è appassionata d’Oriente (tanto che somiglia ad una Cinese : probabilmente, in un’altra vita, ha vissuto alla Corte Mandciù) e sta per prendere la seconda laurea in lingua e letteratura cinese. Due anni fa, si è laureata in archeologia cinese : per poter completare la sua tesi sulla Shendao dei Ming (la Via dell’Anima nelle tombe degli imperatori Ming), data la penuria di documenti in Europa, si è dovuta recare in Cina. La accompagnai nel suo periplo, forte del mio anno e mezzo di cinese. Dovevamo atterrare a Beijing, dopo una settimana scendere in treno fino a Xingxian, piccola città provinciale di soli 13 milioni di abitanti, poi giù verso Wuhan e infine esplorare Guilin. Naturalmente, tutto ciò in pieno periodo di monsoni e senza contatti cinesi dati dal suo professore, se non nell’ultima tappa.

È stato uno dei viaggi più emozionanti, malgrado i piccoli inganni e le difficoltà linguistiche.

Il cielo è diverso in Oriente. Costellato di vaporose nuvolette di drago. E ricordate : la lingua e la gastronomia importate e imparate in terra straniera non hanno nulla a che fare con la realtà del paese interessato. Il cibo, in Cina, è esplosivamente speziato e piccante, ma delizioso e di una incredibile varietà regionale ed etnica. Non ho chiesto esattamente cosa ho mangiato, perché a volte una relativa ignoranza è la migliore amica della scoperta.

Esplorare a Beijing è stato piuttosto facile : grande metropoli, treni nuovi di zecca, la Città Proibita, enorme e sovraffollata con i Giardini del Nord che sovrastano le sue maestose pagode rosse e oro, tra i colori di un tramonto tropicale. I Cinesi che ballano la sera nei giardini, al lume offuscato delle lanterne rosse, che giocano al mahjong nelle strade e che guardano con curiosità e diffidenza questi goffi, stupidi Europei. Traffico caotico, profumi sconosciuti lungo le stradine, templi buddisti e incensati e eterei, severe ed ironiche statue di Confucio che spuntano tra i meandri delle tradizionali Hu Tong (antichi quartieri della capitale, con le case fatiscenti e affascinanti a cortili multipli). La strada dei Gourmets dove si vendono tutte le possibili delizie del palato : spiedini di scorpioni, latte di cocco, seppie abbrustolite, zampe di gallina, bulbi di loto caramellati e la delicatissima Anatra Laccata di Pechino.

Siamo anche riuscite ad andare alla Muraglia Cinese, dopo aver visitato la tomba per la quale eravamo venute. Eravamo sette stranieri in un car di sessanta Cinesi e l’animatrice cinguettava solo in cinese (abbaiando ogni tanto un “hello, hello!” per richiamare la nostra attenzione) : ad un certo punto, mentre stavamo arrivando al parcheggio della Muraglia, tutti i volti si sono girati verso di noi, sparuti Occidentali tutti seduti in fondo. L’animatrice aveva chiesto agli altri membri del gruppo di osservarci per bene e di non perderci d’occhio, nel caso ci allontanassimo troppo. Ci aveva anche sfidato a scalare tutti i gradini della parte restaurata, perché, pareva, gli Occidentali avevano le gambe più lunghe. La visita fu mozzafiato. Il panorama era splendido e i gradini sconquassati alti mezzo metro (la rampa di bronzo, esposta al sole impietoso del meriggio, era inutilizzabile). Ogni scalata richiese il consumo di un ghiacciolo per riprendere le forze : ghiacciolo al litchi, alla pesca, all’albicocca, all’ananas, al mango, all’uva, alla banana (tutti uno più buono dell’altro). Di ritorno in città, le enormi cicali intonavano incessantemente il canto dell’estate.

Anche il viaggio in treno per Xinxiang è stato gradevole. Ma uscendo dalla stazione, abbiamo avuto il primo shock : cielo plumbeo e soffocante del monsone, tanti viaggiatori dall’aria strapazzata che bivaccano davanti agli sportelli per i biglietti, dialetto cinese stretto, niente albergo e nessuna cartina della città. Eva è riuscita ad arraffare gli ultimi biglietti per recarsi a Wuhan : viaggio in ultima classe, dalle 6 alle 8 ore in piedi, assurdo valigione ingombrante, corridoi intasati di gente che si destreggia per liberare il passaggio ai nuovi arrivati o al carrettino delle vitto, gente che mangia, rutta (è buona educazione ruttare, significa che il pranzo è piaciuto), sputa o guarda un film sul minischermo ipertecnologico. In Cina il concetto di fila è superfluo : chi prima paga prima riceve. Vietato intralciare o rallentare la circolazione.

Appena si esce dalle città con i grattacieli, ci si ritrova in piena campagna, con l’argilla rossa, gli stagni coperti di fiori di loto, le case di mattone crudo, le biciclette, gli animali che passeggiano lungo le strade, mentre la gente mercanteggia a grandi gesti. Tecnologia e ruralità,  moltitudini, diversità : la grande Cina dei contrasti. Mentre vedevo sfilare i paesaggi, pensai al libro del Tao e al verso di Walt Whitman : “Do I contradict myself? / Very well then I contradict myself / (I am large, I contain multitudes)”. 

Arrivammo a Wuhan alle 3 del mattino, esauste, dopo aver quasi mancato la nostra fermata. Il giorno dopo, si scatenò il monsone. La tomba che dovevamo descrivere e fotografare si trovava a quaranta chilometri dalla città. Provammo ad andarci in autobus. La gentile timbratrice, che orchestrava la folla dei viaggiatori e verificava i biglietti, ci indicò quale altro autobus prendere, una volta giunte al capolinea. AL termine del viaggio, il piazzale degli autobus era completamente allagato : “Ecco, dovete scendere qui e aspettare la navetta 315 che porta al centro del villaggio”. Prego???? Ci guardammo. Aspettammo invano la navetta, poi, sconfitte e fradice di pioggia e sconforto, decidemmo di ritornare indietro : ritrovammo la stessa timbratrice, che ci accolse con una sonora risata e uno sguardo buono e divertito.

Non riuscivamo a decifrare le fermate degli autobus, perciò abbiamo deciso di esplorare la città a piedi (dai 12 ai 18 km al giorno) : abbiamo assaporato tutti i quartieri, i gelati, i piatti tipici, visto il tempio della Gru Selvatica (ribattezzato dell’Oca Bianca, non so perché) e il tempio delle Tartarughe (mi sentivo un’intrusa, ma una saggia vecchina mi mise in mano tre bastoncini di incenso e mi insegnò  a pregare Buddha), attraversato l’impressionante e infinito ponte sul Fiume Azzurro, sul quale sono stata investita perché non sono riuscita a spostarmi in tempo : la motoretta elettrica fu gravemente danneggiata. Sì, tutti i mezzi, o quasi, sono elettrici, persino le più malandate biciclette ed il klaxon funge da comunicatore stradale universale (una strombazzata per girare a destra, due per la sinistra, tre per “togliti di mezzo!”).

Intanto il tempo passava in fretta e mia sorella era disperata : come arrivare alla tomba del Lungo Drago? Le hostess dell’albergo ci avevano soprannominato le “signorine di LongSheng Shan” : ogni giorno chiedevamo come arrivare laggiù, finché una buon’anima decise di accompagnarci in macchina. Partimmo alle sei del mattino, arrivammo alle 7 e 30 in un posto sperduto in mezzo alla campagna : nessuno in giro, se non tre vecchiette (le tre Graie?) che risero di gusto per il nostro aspetto esotico, ed il sito archeologico per noi sole. Il portone di pietra grigia, elegantemente lavorata, dal tetto graziosamente incurvato, ci accolse in mezzo alla fitta nebbia tropicale. Silenzio, sciami di libellule, Chilin e mausolei maestosi. Mi era sembrato di penetrare in un universo parallelo, alle porte del Paradiso Celeste.

Erano passati quindici giorni dalla nostra partenza. Più di mille foto scattate, la cinepresa ormai incorporata alla mano (sono anche stata diffidata dai militari, perché per sbaglio ho puntato l’obbiettivo sulla sede Governativa di Wuhan), mentre Eva anneriva quaderni e quaderni di appunti e schizzi archeologici e si destreggiava come poteva con il suo cinese standard (intanto la mia lingua si era rattrappita : c’era la gemella che capiva il cinese e quella che non capiva un tubo, se non i numeri per mercanteggiare). 17 giorni senza vedere un viso occidentale.

Arrivammo a Guilin, piccolo gioiello del Sud, immerso nel morbido verde delle montagne a Pan di Zucchero, tra foreste di bambù, specchi d’acqua e case del tè. Aspettando che il responsabile archeologico contattasse Eva, ci concedemmo tre giorni di riposo : in un giorno, visitammo tutta la città, il giorno seguente andammo nella terra dei Miao dalle lunghe chiome. Abbiamo scalato le risaie terrazzate, percorso in bicicletta vari chilometri in campagna, assistito ad uno spettacolo tradizionale (che si concludeva con una pizzicata generale di sedere), sceso il fiume in una zattera fino a Guandao… mi sembrava di sognare. La gente era affabile e meno frenetica. Per un attimo ho sperato di poter parlare inglese, ma presto capii che era meglio riprendere il mio prudente silenzio : la più piccola sillaba anglosassone attirava frotte di guide improvvisate e insistenti che tentavano di spennare il turista. E mi sorpresi persino ad essere infastidita di ritrovare altri Occidentali.

Ogni giardino aveva il suo picco verde da scalare, con un piccolo santuario in cima. Mi accinsi a raggiungere la vetta di uno dei più alti monti della città : a mano a mano che si saliva, le scale si facevano più strette, i sentieri più tortuosi. Ad un certo punto, Eva, sopraffatta dal caldo, rinunciò  a proseguire, preferendo aspettarmi all’ombra. Mentre riprendevo a salire, incontrai un giovane uomo, con l’ombrellino, che scendeva : mi fece cenno di ridiscendere con lui : “too hot, too hot“, mi disse, vedendo che non capivo. Lo ringraziai del saggio consiglio, ma volevo assolutamente raggiungere la cima, nonostante mi girasse la testa dal caldo. Ad un certo punto, la rampa di legno scomparve, e mi ritrovai ad avanzare sulla cresta del monte, mettendo un passo dietro l’altro sugli ormai angusti e quasi filiformi gradini. Alla mia sinistra, alla mia destra, il vuoto e la città piccola piccola, immersa in un velo di nebbiosa e vegetale serenità. E io appesa. Mi chiesi se sarei stata in grado di ridiscendere. Cercai di non pensarci. Tremando arrivai alla vetta. L’orizzonte era mio! Mio! Toccavo il cielo ed il panorama era magnifico. Una leggera brezza soffiava e leniva le mie voglie di immensità. La discesa fu una vera sofferenza, perché soffro di vertigini e da zoppa che sono, il mio equilibrio è più che precario.

Quando ritrovai Eva, stava prendendo il tè con il giovane uomo con l’ombrellino : si erano chiesti se ero ancora viva. Lui studiava medicina cinese tradizionale. Era molto garbato. Ci chiese dell’Europa, della nostra vita laggiù, perché gli occidentali avevano boicottato la Cina ai Giochi Olimpici, se eravamo per l’indipendenza del Tibet. Eva seppe dimostrarsi molto diplomatica su questi argomenti molto, ma molto delicati (il tour delle prigioni non era contemplato nell’itinerario prestabilito).

Finalmente il direttore del sito archeologico di Guilin ci contattò. Furono molto cordiali e generosi. Il signor Zhong ci spiegò la storia del sito, la signora Zhang ci diede molti, preziosi documenti ed il signor Zheng ci accompagnò alle diverse tombe più o meno praticabili ma comunque chiuse al pubblico, sparse nella campagna. Eravamo in tre su una moto rossa, fedele destriero, senza casco, tra i terrapieni argillosi di un rosso intenso. Ero in fondo, perché ero la più robusta (54kg per 1m67) e dovevo equilibrare il carico. Non mi sono mai sentita più felice, con la brezza tra i capelli e le montagne velate di nebbia tutto intorno.

Ci inoltrammo nei campi di riso, ripresi tombe che emergevano dalle acque, mia sorella che penetrava nelle volte funerarie, scavalcando blocchi crollati (i miei non vedranno mai tali immagini), attraversammo passerelle di bambù barcollanti sui crepacci (altre immagini che i miei non vedranno mai), costeggiammo alture scoscese e scendemmo in un pozzo mortuario.

Ad un certo punto, il signor Zheng ci lasciò presso una Shendao, dicendo che sarebbe andato a prendere suo nipote, perché ci fungesse da interprete. Iniziai a prendere delle foto dettagliate di ogni singolo Chilin (statua di animale fantastico che costituisce la Shendao), mentre Eva disegnava la mappa del sito. La sentii bisbigliare qualcosa, accennai con la testa, credendo mi avesse detto “torno ad aspettare il Signor Zheng sulla stradina”, finii di scattare le ultime foto e mi accinsi a raggiungerla. Arrivai sulla strada, ma niente Eva. Feci il giro del sito, nessuna traccia di mia sorella. La chiamai. Nessuna risposta. Ritornai lungo la stradina, andai avanti per un tratto, fino alla fattoria più vicina, per chiedere (a gesti) se per caso avessero visto  una faccia un po’ come la mia. Niet. Torno indietro, altro giro del sito. Di Eva non c’era traccia. Non potevo neanche chiamarla sul cellulare, poiché Eva aveva preso la mia borsa con sé. Gridai il suo nome. Il panico mi stringe il cuore : sola in campagna, sgemellata, senza telefono, con una conoscenza più che rudimentale della lingua locale. Alla fine del boschetto circostante di bambù, sentii un “ciàk, ciàk”: era un contadino con il machete. Ebbi un attimo di terrore : Oddio, mi sta affettando Eva! Mi avvicinai. Stava solo tagliando un po’ di legna. Devo smetterla di guardare tutti questi stupidi film in tivvù. Intanto l’angoscia saliva, saliva. E io che dovevo vegliare su di lei!

Alcuni minuti dopo, tornò il signor Zheng, tutto contento, con il nipote : dov’è Iwa (pronuncia cinese di “Eva”)? Risposi che non lo sapevo esattamente. Provò a telefonarle, ma non rispondeva. Forse era andata su quell’altra tomba, che si intravede laggiù? Ci incamminammo. Per raggiungerla, dovevamo attraversare un campo di erbe alte : affondiamo nel fango fino alle ginocchia, sterpi e rovi ci strappano i vestiti, dobbiamo saltare un fossato, scalare la collina franata per metà. Finalmente, arriviamo in cima alla tomba della Principessa. Niente Iwa. Ci disperdiamo, ispezioniamo ogni angolo, ogni apertura del mausoleo. Niente Iwa. Angosciatissimi, gridiamo il suo nome. Tutta la campagna risuonava dei nostri “Iwa? Iwa?? Iwaaaaa!!”, vociferati in vano al vento. Dopo un quarto d’ora, vediamo sbucare dal sentiero ad ovest, tra i densi ciuffi di bambù, la testolina di Eva, che sta ritornando tutta soddisfatta alla tomba iniziale. Iwaaaaaaaaaaaaaaa!! Finalmente si gira e, sorpresa, ci intravede. Ritorna indietro, pensando di raggiungerci tramite un bivio del sentiero, e scompare di nuovo. Il signor Zheng corse a intercettarla. Scoprimmo così che Iwa aveva trovato un cammino più a sud per raggiungere la tomba di un generale, aveva tranquillamente preso tutte le misure, registrato tutti i dettagli, disegnato tutti i particolari. Si era rammaricata perché non aveva potuto prendere delle foto (per forza, ero io la responsabile della cinepresa) e si era chiesta perché ci mettevo tanto tempo per raggiungerla. Eppure mi aveva detto che andava oltre quel buchetto nascosto dietro la vegetazione, no???

La Cina, tutta da scoprire nella sua meravigliosa, spaventosa diversità. Lontano dai sentieri turistici (ma con prudenza), nelle grandi città, nelle campagne più povere o semplici e colorate, attraverso un avventuroso Tomb-Tour con delle gemelle senza nessun senso dell’orientamento (in famiglia, si era dato il via alle più svariate scommesse : sarebbero riuscite a trovare le tombe? sarebbero riuscite ad arrivare alla tappa seguente? l’elicottero dei soccorsi le avrebbe ritrovate in mezzo alla giungla?).

Il nipote del Signor Zheng non desiderava viaggiare. Era perfettamente sereno nella sua amata Guilin, lontano dalla confusione dei grandi centri. Non sentiva affatto il bisogno di affrontare folle di visitatori venuti a stupirsi alla fiera mondiale di Shanghai, né di sopportare i disagi e le incertezze del viaggio. Mi piacerebbe essere così serena nell’animo, così in armonia con il mondo. Ma c’è qualcosa che mi spinge oltre, sempre più lontano, un’irrequieta curiosità che preme, scalpita, per mettere alla prova i miei limiti, le mie paure, i miei pregiudizi, le mie ristrettezze mentali. Ho l’impressione che viaggiando, divento una persona migliore.

Una settimana dopo il nostro ritorno a Parigi, partivo per l’America del Nord.

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4 responses to “Tomb Raider Twins : Dragonful China

  • bassamarea

    Attendo impaziente il secondo capitolo.
    Perchè c’è un secondo capitolo, nevvero?

  • kodamae

    A tra poco per altre rocambolesche avventure Made in Taiwan!
    Come va con la macchina da scrivere sessantottina? Mio padre ne possiede una simile, ma non funziona più, purtroppo (niente scena dello scrittore geniale con i capelli impazziti alla Beethoven che si scatena sui tasti in una sinfonia folle di tic-tic-toc-ting! capoverso)…

    • bassamarea

      Toccherà farmi un giretto fra i negozi più impensabili munita della mia vocetta: “Mi scusi per caso ha nastri per macchine da scrivere?”. Mi pare assurdo che nel ventunesimo secolo scarseggi l’inchiostro, per quanto inusuale possa risultare l’utilizzo di una macchina da scrivere.

      • kodamae

        Uau! Alla ricerca del nastro perduto 🙂 In bocca al lupo! A Parigi c’è una bottega dove un appassionato di macchine da scrivere ripara vecchi macchinari e li espone 🙂

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