Don’t say love in vain

“La luce è più veloce del suono. Per questo motivo, alcune persone sembrano brillanti finché non parlano” (Anonimo)

Spesso può capitare di impiegare espressioni di cui non si conosce bene il significato. Credo sia un riflesso involontario. Le sentiamo ovunque, tutti le usano, ne abusano e per osmosi sociale  finisco con l’abusarne anch’io.

State in guardia. Diffidate dalle parole comuni, spesso nascondono verità terribili. Le parole non sono innocenti. Non vanno lanciate in vano. Posso ferire nel più profondo dell’animo, lasciando cicatrici difficili da rimarginare. Perché le parole sono idee e le idee possono infiltrarsi in noi e plasmare la nostra visione del mondo. Possono svelarci e denudarci in un istante, in un flebile soffio. Sono vive, sono meravigliose. Vanno rispettate, ricreate, riappropriate e coscientemente offerte all’altro. La Dickinson illustrò questo principio vitale della parola in una breve ed intensa poesia.

Commento raramente. Non per pigrizia oppure per mancanza di interesse o di rispetto. Preferisco ponderare bene le mie parole. Sviluppare le mie idee e le mie impressioni sotto diversi punti di vista, eliminare il superfluo o le incongruenze di pensiero, stemperare gli accenti troppo estremi di un’espressione ed infine rispondere, se la mia risposta mi appare come utile alla comprensione, bella o pertinente. Nel frattempo, preferisco ascoltare, osservare in silenzio e rielaborare più tardi, magari in solitudine, l’insieme degli elementi raccolti. L’altro è un enigma, un puzzle da ricostruire con discrezione e dedizione. Vorrei comprenderlo, prima di irrompere con le mie parole nel suo spazio privato.

La spontaneità verbale non è quindi il mio forte. Preferisco praticare l’epoché, la sospensione temporanea del giudizio, per poter analizzare e comporre la mia reazione in maniera razionale. L’esprit d’escalier… o come ritardare l’attimo fatale in cui le mie parole riveleranno la mia profonda ottusità, o comunque viltà d’animo. Tanto qualche sciocchezza ci sfugge sempre, ed è bello poterci ridere su. Le parole ci rendono forti e vulnerabili al tempo stesso.

Tuttavia, questa epoché non si limita solo alla comunicazione con altrui, ma si estende anche all’incessante monologo interiore, ping-pong di riflessioni anodine che mi attraversano l’animo. Scegliere se seguire un’osservazione oppure no. Valutarne l’essenzialità, la verità. Sorprendersi. Pensarsi altro. Confrontarsi alle zone d’ombra e alle certezze vacillanti. Desiderare di trovare il bottone “off” anche solo per un attimo. Damn. To much mess inside.

So benissimo cosa devo o dovrei provare, ma non so esattamente cosa provo. Mi ritrovo quindi in un circolo vizioso, un paradosso di alterità : sorge un’emozione, la sospendo, la sottopongo al vaglio della ragione, mi chiedo perché mi sento così, se è un sentimento accettabile o meno, la approvo o la cestino e finisco con il sentirmi razionalmente falsa, ipocrita, emotivamente inetta ed estranea. La mia voce, all’esterno, risuona come radicalmente diversa da quella che si annida in gola. I sentimenti incompresi o rifiutati, relegati al limbo oscuro della dimenticanza, gemono in un angolo, aspettando il momento più opportuno per loro, meno opportuno per me, per balzare fuori in tutta la loro indignata e sbeffeggiata potenza. Perché stupidamente, inconsciamente credo che non dare nome ad un sentimento basti per ignorarlo e renderlo innocuo. Falsissimo.

Allora scrivo. Lascio pagina bianca alle molteplici vocine interiori ; la prima versione serve ad un uso esclusivamente personale : capire come diavolo mi sento. Le versioni successive affinano le parole, tentano di rendere coerente il caos iniziale, censurano, rimuovono, modificano, ricoprono, sdrammatizzano, inscenano, optano per un’elegante generalità, capace di riflettere, grazie alla sua ambiguità, gli intimi meandri dell’altro. In questo modo, riesco gradualmente a distaccarmi da ciò che mi impressiona in incognito, turbamento al quale ho impresso il veto, per esprimerlo come se non fosse più (del tutto) mio.

Tra le parole che mi spaventano di più, due piccole, devastanti sillabe : “ti amo”. Così vecchie ma sempre nuove, sempre così difficili da pronunciare dietro la loro apparente facilità. Ogni volta è come se imparassimo di nuovo a parlare.

“Ama gli altri come ami te stesso” : saggia, generosa ed utopica massima. Totalmente opposta al bieco individualismo del post-modernismo.

Ma se non amo me stesso, posso amare gli altri? Posso amarli veramente? Posso anche illudermi di sì. Alt! Sincerità. Probabilmente cederei alla vanità dell’abnegazione sentimentale e opererei un’implicita tirannia della dolcezza intrisa di vittimismo, nutrito da una silenziosa accusa di ingratitudine : Amo te più di me, quindi il mio amore è più forte e più puro, il tuo non vale niente perché è terreno, riconosci e abdica ai miei sacrifici che tu non hai richiesto. Non ti amo, perché desidero troppo essere amata. Ti divorerei. Ti userei per provare che esisto.

“Sono come tu mi vuoi” nasconde un terrificante vincolo, un’impossibilità armonica e una futura rivendicazione. “Ti amo per sempre” è una suggestione poetica ed ottimista.

Ami me, oppure il tuo ideale che proietti su di me? Mi ricopri di seta e oro, ma se tu vedessi il vuoto che ho dentro, mi ameresti lo stesso? Perché mi ami? E mille altre paranoie.

Platone aveva capito la natura spaventosa e poliedrica dell’amore. Nasce e muore ogni istante, è mancanza, è desiderio, brutale e fecondo sconvolgimento che dovunque si apre un cammino. È slancio irreprimibile verso la bellezza. Il veto della ragione finisce con il capitolare di fronte a tanta veemenza. L’amore è un mistero che rifugge le cervellotiche elucubrazioni. Come Atè, la dea dello smarrimento, cammina sulla testa e sul cuore dei viventi, confonde le acque, riflette splendide speranze. O si accetta di correre il rischio, sfiorando ad occhi chiusi le labbra dell’abisso, o si fugge e ed il cuore si impietrisce. Come Sartre (ma lui amava passionalmente le parole), troppo intellettuale per lasciarsi di nuovo trasportare dalla corrente sentimentale.

Ammiro le persone che sanno esprimere i loro sentimenti in maniera naturale, con cordialità. Ammiro chi dice “tesoro”, “gioia mia”, “amore mio” anche ad uno sconosciuto (e quindi come chiama le persone che ama?). Ma chi scrive d’amore imprime un desiderio, un eccesso, un ricordo.

Le coeur a ses raisons que la raison ne peut pas comprendre”, sancì Pascal. Stendhal descrisse i diversi tipi e stadi dell’amore in un bel trattato, “de l’Amour” (vero o immaginario? e che differenza ci sarebbe? L’ideale e l’amore, l’assoluto e l’arte del compromesso?). Illustrò così un importante principio : Non dire “ti amo” non permette all’amore maturo di cristallizzarsi, di abbagliare e di realizzarsi.

Eppure, lascialo maturare in segreto : non dirmi “ti amo” troppo presto. Sarebbe per me come un abbraccio mentre fuori imperversa il vento e la neve. La mia freddezza si scioglierebbe sotto i primi raggi illusori e mi spezzerei alle gelate improvvise di primavera.

P.S.: Ma chi ha detto che l’amore platonico è puramente intellettuale? Forse dei seguaci un po’ bigotti. Lo percepisco come l’espressione di una raffinata, spirituale e profonda sensualità.

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2 responses to “Don’t say love in vain

  • rebusrebus

    Mi ritrovo in quell’idea del potere delle parole, potere devastante ma anche il suo contrario, amorevoli, accoglienti, possono forse tutto le parole? E’ che è difficile averne cognizione, cioè, sai cosa possono, anche come ma poi lasci che la tua voce o le tue mani le rendano sostanza e ti abbandoni al pericolo, ma sì, perchè no.
    Idem i commenti, sono molto restio anch’io per una sorta di pudore, spesso mi sento intruso, senza motivo, in imbarazzo anche, vorrei sempre non essere banale ma questo è impossibile.
    Mi piace tutto quello che hai scritto.

    • kodamae

      Grazie per il tuo bel commento, rebusrebus : in poche, precise parole, sei riuscito elegantemente ad esprimere quel che ho provato scrivendo un lunghissimo post 🙂
      Non so se le parole possono davvero tutto, ma spesso sono a doppio taglio… fonte di gioia o di malintesi, come i silenzi o i gesti. Anche il pudore, altrettanto spesso, viene frainteso, ma per me è segno di delicatezza e sensibilità. You’re always welcome.
      Buona giornata!

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