Archivi del mese: dicembre 2011

Beyond Yearning

Mi piace osservare le statue dei grandi esploratori e conquistatori : il portamento fiero e guerriero, l’espressione tesa di chi è determinato ad affrontare tutte le tempeste e le battaglie, lo sguardo intenso rivolto all’orizzonte infinito… e l’immancabile gabbianella impertinente poggiata sull’onorevole testa di bronzo, osservatorio impareggiabile per avvistare prelibati bocconcini e spiccare il volo per volteggiare leggiadra sulle onde del mare.

Così è l’uomo? Un essere irrequieto che anela a scoprire il misterioso al-dilà, a superare i suoi limiti? Inesorabilmente teso verso l’ideale ed inevitabilmente sovrastato dal Destino, Fatalità, Caso, Natura o Morte che lo riportano alla meravigliosa ironia della vita.

Oggi parto. To Rome or to roam? ahr ahr!

“It’s a magical world, buddy… Let’s go exploring!”

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That’s not my name

In famiglia abbiamo tutti dei nomi un po’ esotici o comunque inconsueti, con la spiccata tendenza a cambiarli, se non corrispondono ai gusti o alla personalità del nominato. Per esempio, la mia bis-zia Gemma vuole essere chiamata Olga, mentre la cugina Durlindana preferisce Zelda. Poi c’è Mirta, Aydee…

A mia madre piacevano molto quei fiorellini gialli e cespugliosi che a primavera ricoprono le colline di Roma : pensava si trattassero di eriche. Mi diede quindi il bel nome di Erika Giulia. Più tardi, scoprì il malinteso : i gioiosi fiorellini primaverili erano in realtà ginestre, mentre le eriche erano quei ruvidi, aspri boccioli fucsia che attecchiscono nelle brughiere e sanno resistere alle ostili giornate di pioggia delle fantomatiche Highlands. Ho rischiato quindi di chiamarmi “Ginestra”. Forse sarei stata meno scorbutica?

Ogni tanto, mia sorella mi chiama Gin, per scherzare.

Mia madre provò a chiamarmi Giulietta, ma non ha funzionato. Semplicemente, non mi giravo, neanche se risuonavano mille “Giulietta” intorno a me. Chissà, forse presagivo la battuta che viene di solito propinata alle fanciulle nubili : “Ma come, non hai ancora trovato il tuo Romeo?” (bellissima storia, ma nella realtà le relazioni così tragiche non sono forse così poetiche).

Per non parlare dei soprannomi e diminutivi, che aborrisco : Erikuzz, Erikuccia, Ericotta (più spesso Ricotta), Erikina, Eri (imperfetto del verbo essere? perché interpellarmi al passato?)… NO. Il mio nome è già abbastanza corto per non essere storpiato, troncato, allungato, ridicolizzato.

E siccome in famiglia siamo tanti, spesso i miei confondono i nomi dei loro pargoli, per distrazione : Eva (le gemelle con le stesse iniziali…), Tharita, Raoul, Matisse (il nostro gatto), Olivia, Rita, Carmen, Aydee, ecc.

Poi, il mio nome viene frainteso volentieri oppure confuso con un altro : ho già avuto il piacere di essere chiamata Enrica, Elena (ok, fuochino, posso comprendere : cinque lettere, una “e” iniziale, una “a” finale), Milena (per quale strana assonanza?), Karine, Caterina (??? per via del suono “ca”?), Katia, Chiara, Martina (!!!), Reika, Reiki (uau, sono un’energia trascendentale e universale!), Chiranth (è una lunga storia).

Ci fu chi mi disse che le “Erika” con la K erano diaboliche e causavano immani catastrofi : la petroliera Erika che provocò un terribile disastro ambientale, i criminali Erika & Omar… Ci fu anche chi rimase affascinato dal mio nome nordico.

Esistono due grafie comuni per questo nome : Erika o Erica.

Capitò che mi scrivessero : Herika, Ericka, Heryka, Herycka…

A otto anni, esasperata da queste fluttuazioni ortografiche, intrapresi di segnare il mio nome su tutti i miei libri e quaderni scolastici di mia appartenenza (onde evitare, anche, sparizioni misteriose : mio, mio, mio!), nonché penne, pennette e pennarelli. Risparmiai solo la mia adorata penna stilografica dalla furia nominale.

Dopo un intero pomeriggio di fatica, passato a calcare il mio nome in stile gotico e decorare le mie iniziali con edere e ghirigori d’inchiostro dorato o verde, mi accinsi a contemplare con soddisfazione il trionfo del mio nome. Orrore! Ovunque compariva “Erica”, e non Erika.

Risi della mia stessa stupidità, rimossi con cura tutte le prime pagine e ripresi tutto da capo.

Posso presentarmi con le persone : My name is Bond, James Bond “Salve, mi chiamo Erika, Erika con la kappa”?

È bello, no, Erika con la kappa, la “k” aggiunge quel tocco esotico… “Ah, e io che pensavo fosse un po’ da bimbominkia” (che dire? Questa osservazione mi ha fatto cadere istantaneamente le mascelle e le braccia, mi sono accasciata al suolo come una marionetta senza fili).

Oppure : “Come Erika Lust, la famosa attrice porno?”

Erika, Erika, Erika! È cosi difficile? Erika…

-Ehi, pupattola.

Che? mi è sembrato di sentire una voce? Sono troppo distratta… Mi guardo intorno. Nessuno, se non un tristo figuro con gli occhi languidi da triglia abbandonata per tre giorni di seguito sul bancone del pesce, al mercato.

-Ehi, pupattola, non sei niente male. Certo, con un po’ di tette in più… Come ti chiami?

(“Pupattola”, a me? a cicciobello, non ci siamo capiti…)

-Samantha. Ciao ciao. 


Transient Otherness

Ieri notte, un vento violento scuoteva via impietoso le anime addormentate dell’autunno e nell’oscurità le dita scheletriche degli alberi picchiettavano alla finestra, danzando nude al suono della tempesta di grandine. “Era una notte buia e tempestosa…”

Suggestivo incipit, prima di lanciare via la macchina da scrivere in un impeto di frustrazione, perché la trama si è ingarbugliata e le parole si susseguono senza senso alcuno. Cof, Cof.

Stamattina, la grandine continuava ad imbiancare il cielo, la terra era scomparsa dietro ad un velo di nebbia, il vento faceva tremare i vetri. Sentivo il rumore ghiacciato dei miei sogni che si infrangevano, da lontano, nel dolce tepore del dormi-veglia, quando la coscienza tarda ad emergere dalle sue spaventose profondità. Non avevo voglia di alzarmi.

Ieri notte ho pianto. Non so esattamente perché. Improvvisamente, un grido è salito dal fondo del cuore, improvvisamente, mi sono sentita miserabile (sindrome del lunedì? meteoropatia?).

Odio la parola “strana”. Anzi no, odio l’espressione “sei strana” (pronunciata con quell’arricciamento caratteristico del naso, segno involontario di profondo disgusto o di un’incomprensione che implica un rifiuto). Soprattutto se accompagnata di uno sguardo scrutatore, che mi denuda e mi scava nell’anima, mentre mi sento vulnerabile. Probabilmente,  mi turba perché irrita il mio fastidioso e persistente sentimento di inadeguatezza.

Alcune persone sono fiere della loro stranezza. Cosa si cela dietro questo termine vago e ambiguo? Come l’integerrimo Epitteto, anch’io voglio rigirare le maschere dei paroloni che mi impressionano, per non permettere più che mi colpiscano e mi feriscano.

Per “strano”, a volte si intende ciò che è originale, inusuale, inaudito, innovativo, curioso, particolare, unico, alternativo, bohème, affascinante, che suscita una certa meraviglia, una certa ammirazione.

A volte, la stranezza riveste una sfumatura più negativa : ciò che è estraneo, incomprensibile perché sconosciuto, marginale, fuori dal comune, anomalo, alieno, atipico, altro, diverso, verso il quale scatta una sorta di meccanismo implicito di repulsione e diffidenza, come di fronte ad una minaccia.

È insolito sentire un usignolo cantare solitario nel cuore della notte, eppure è misteriosamente bello, quasi poetico.

Se per “normalità” si intende ciò a cui siamo abituati, allora la stranezza è ciò che esula dall’abitudine, interrompe la routine, destabilizza, perturba, rimette in questione lo scibile acquisito, invita alla riflessione, suscita diffidenza.

La stranezza, quindi, diventa un fattore di distinzione o di esclusione.

Nelle società umane più antiche, il clan si designava generalmente con il nome di “Uomini”,  negando quindi a tutti gli altri, animali o gruppi umani diversi, lo status umano. C’erano le bestie e c’erano i Barbari, verso il quale si nutriva un sentimento contrastante : erano bruti violenti senza alcuna intelligenza, selvaggi virtuosi e coraggiosi in armonia con la Natura, detentori di una civiltà raffinata e più evoluta? Erano uomini anche loro? Quale atteggiamento aveva il clan nei loro confronti, quale identità?

Per paura dei Barbari, la severa Roma si lanciò alla conquista del mondo conosciuto, si lasciò affascinare dalla Grecia e dal suo spirito multiforme, artistico e lussurioso, ammirò l’antica e misteriosa civiltà egizia, lodò poi il grezzo valore guerriero dei temuti Germani, realizzando una grandiosa commistione culturale, comune e delimitata da una complessa legislazione.

Dove finisco io, dove inizi tu? Sei tanto diverso da me? In cosa consiste la tua diversità?

La religione (od il suo rifiuto) costituisce un’altra comunità umana più estesa, al-dilà del sentimento di nazione, e genera un sentimento di appartenenza e fratellanza. Fratellanza. Le diverse religioni preconizzano l’esistenza di un dio, o di molteplici dèi, e regolano il comportamento dell’uomo nei suoi confronti attraverso riti e credenze. Poiché l’uomo è una creatura di Dio, allora tutti gli uomini sono fratelli e possiedono in sé una scintilla divina. Dovrebbero amarsi e rispettarsi. Nonché rispettare le altre creature non umane.

Ci fu, certo, un tempo in cui gli dèi erano terribili, capricciosi e crudeli come le forze della natura, e si credeva che per acquietarli fossero necessari numerosi sacrifici ed offerte.

Poi venne la filosofia, si sviluppò la teologia e la razionalità si insorse contro le superstizioni più meschine. Il concetto di “dio” si tinse di intellettualismo : Il deismo di Voltaire, l’ateismo epicureo, lo scetticismo accademico.

Le vie del Signore sono imperscrutabili, infinite. Sotto diversi nomi, diversi riti, si cela un sentimento simile : la ricerca di un posto nel mondo, attraverso il rispetto.

Allora perché la religione diventa presto un pretesto di esclusione? Perché insistere sul concetto di verità rivelata e assoluta? Chi incita all’odio e alla violenza in nome della religione non ne ha capito il senso profondo, oppure non ci crede e manipola l’ingenuità di fanatici e credenti intransigenti per mascherare la sua sfrenata ambizione. Lo stesso vale per chi vuole imporre la laicità a tutti i costi, senza comprendere il bisogno di fede e serenità di altri esseri umani.

Alcuni anni fa, ho discusso con una testimone di Geova che si dedicava al proselitismo in Piazza del Popolo : mi propose di raggiungere i fedeli, che sarebbero stati gli unici a salvarsi nel Giorno del Giudizio, poiché è scritto nella Bibbia che solo i 144 ooo prescelti avrebbero condiviso il Regni di Dio. Chiesi se insegnavano ad essere giusti, e cosa significava per loro la giustizia. Mi rispose che i giusti erano i fedeli che avevano accolto la verità di Geova. Le mie sopracciglia si aggrottarono : quindi non dovevano esserci più di 144 000 testimoni di Geova nel mondo? E se ero la 144 001? Di fronte alle mie perplessità, si infiammò e mi votò alle fiamme dell’Inferno. Ok, forse ero stata irriverente. Per aver dubitato, meritavo i tormenti eterni di Belzebù? “The Devil is lame, and I am lame, so…”

Racconterò un altro giorno di quando andai a ficcanasare in una setta coreana.

Quando annunciai a mia madre che ero omosessuale, dopo anni di silenziosi tormenti interiori e menzogne spudorate, mi lanciò contro tutti i possibili anatemi papeschi. Sapevo che non avrebbe fatto salti di gioia, ma… non mi aspettavo una reazione così violenta. Capii che la diversità spaventava perché rappresentava un varco verso ciò che è sconosciuto ; compresi anche che mia madre non mi odiava, ma che temeva ch’io fossi infelice. Perché diversa. Diversa dalle sue aspettative, dalla normalità sociale (vale anche per la timidezza) e religiosa. Ero altro, io che fino ad ora ero stata un suo riflesso delle sue amorevoli cure e dei suoi sogni.

Questo non significa che io voglia lanciarmi in un’apologia della diversità, né sbandierare le mie opinioni ai quattro venti, spacciandole per verità incontestabili. Comprendere la diversità non significa che si debba accettare tutto e niente, ma è un invito a relativizzare la normalità, come viene intesa al livello individuale e sociale. Una situazione delicata.

Italiana all’estero, zoppa, lesbica. Molte, molte persone si sono mostrate comprensive, incuriosite, simpatiche, generose. A volte, però, mi è capitato di scontrarmi contro i pregiudizi. Come quando mi hanno lanciato una bottiglia da una macchina in corsa, gridandomi “lesbica schifosa”, o preso a schiaffi nei bagni del seminterrato alla mia prima università, oppure quando un uomo ubriaco ha iniziato ad insultarci e minacciarci al supermercato, una mia amica ed io, perché per lui due donne che facevano la spesa insieme erano di sicuro amanti. Strani casi della vita.

Altre volte mi hanno proposto di concretizzare strane fantasie erotiche, a carattere orgiastico : “Sei lesbica? uau, doppia fica! Facciamo una cosa a tre?” – posso intonare il Triangolo NO, di Renato Zero? Naturalmente, con i costumi di scena originali. Oppure : “Siete gemelle? Uau! Beato il vostro ragazzo… due piccioncine con una fava…” Ahahahahah. Doppio NOOooooooo (cantato in soprano). O ancora : “pare che le zoppe lo facciano meglio… mi lasci provare?” In questo caso, le zoppe hanno anche il dono dell’ubiquità, grazie alla magica formula potteriana “Dileguos serpentinus discretissimus”.

La paura può generare rifiuto e violenza. Alcune persone sono così insicure, insoddisfatte oppure sopraffatte da un sentimento di impotenza, che tendono a riversare il loro odio sulla persone diverse (straniere, strane, Rom, poveri, etc.). Spesso evitiamo di alzare gli occhi su un barbone, di riconoscere la sua solitudine, la sua sofferenza, il suo degrado, la sua libertà, perché la sua vulnerabile umanità ci infastidisce, ci fa sentire segretamente in colpa. Perché si lascia andare così? Perché non ci ringrazia per gli spiccioli che gettiamo en passant, senza uno sguardo, un sorriso, senza una parola, quasi ci vergognassimo di questo gesto?

Ieri mi hanno detto che ero una pervertita, perché ti tenevo la mano e ti ho offerto dei fiori. Mi piace regalare fiori alle persone che amo, rappresentano per me la fugace, splendida bellezza del mondo.

Ieri mi hanno mi hanno anche detto che ero paludosa, ma la cosa mi ha fatto sorridere  (paludosa??? ma che significa? morbosa, malsana, stagnante, falsamente quieta, torbida, ambigua? Sarei una zanzara, un mosquito dispettoso? Bzz, bzz. Niente male, niente male, davvero essere descritta con una parola così espressiva. Premio per l’originalità.)

La tempesta va diradandosi, il cielo plumbeo e greve si sta squarciando. Limpidi raggi di sole gettano una nuova luce negli occhi della gente, sui rami caduti, sugli ombrelli dilaniati e abbandonati.

Sono in ritardo, come al solito, mentre mi arrampico di corsa sui ripidi scalini della metro Abbesses. Un’ultima goccia riesce a centrarmi nell’occhio, dopo un sonoro “ploc!” sulla cranio e sul bordo degli occhiali. Ancora pochi minuti, e  scorgerò la tua silhouette slanciata che si staglia sul muro blu dei “ti amo”. Mi accoglierai con un sorriso ironico, mi prenderai in giro per la mia spiccata puntualità, il mio naturale senso dell’orientamento. Mi chiederai quale buffa nuvola mi ha distratto e mi ha fatto perdere il cammino.

Poi ci sarà il tuo abbraccio, il profumo dei tuoi capelli, le tue mani sottili. E non mi sentirò più straniera. Né ridicola a dirti piano “je t’aime“. Mi spiegherai di nuovo perché ti piace l’inverno, dove tutto finisce e tutto inizia, dove il placido sonno, simile alla morte, degli alberi è il preludio al dirompere primaverile della vita.

Tra pochi giorni, tornerò a Roma, poi andrò a Londra. Al mio ritorno non ci sarai più, sarai ritornata anche tu nella tua terra.

Domani penserò alle nuvole, mi chiederò dove corrono, dove si trovino le cuciture del cielo, oppure se sia un unico, grande telo nelle cui immensità riecheggia il canto della vita.

Fine dei lunghissimi post pontificali.

Buone feste piene di gioiosi pasti luculliani con i cari, di amore e di serenità!

P.S. : In francese (come l’inglese “I love you”, o il russo) “je t’aime” significa sia “ti voglio bene” che “ti amo”. Eventualmente si può dire “je t’aime bien” per dire “mi stai simpatico” oppure “mi piaci molto ma sono troppo timido per dirtelo”. Interessante polivalenza.


American Beauty

Alla fine di agosto, presi l’aereo per Montréal. Passai quindi da un’estremità all’altra del mondo. Trascorsi il viaggio chiacchierando con una cantastorie molto simpatica, che mi raccontò della sua Montréal. Mi disse che avrei visto splendidi tramonti.

Mi avevano tanto avvertito contro il gelido e spietato inverno canadese, ma quando scesi c’era una splendida estate indiana di 35 gradi Celsius. Passata la dogana, i servizi dell’immigrazione, dopo aver ricevuto un pacco di nuovi documenti e preso infine possesso della mia cameretta al 16mo piano, con la finestra esposta a Nord-Ovest, uscii in avanscoperta. Mangiai subito un gelato, poi un altro e un altro ancora, per esorcizzare le prime avvisaglie di nostalgia.

A Parigi, sono molto orgogliosi del loro denso sorbetto Berthillon, e quel che chiamano “glace italienne” non è altro che quell’orrenda escrezione moscia della macchinetta automatica. A Montréal, ho potuto gustare degli ottimi sorbetti. I diversi parfums venivano appallottolati uno sull’altro in una specie di torre di Pisa gelatesca, come si vede ogni tanto nelle strisce di Paperino e Paperoga (che riferimento). Impossibile non uscirne con il naso ingelatato.

Ma quel che più mi sorprese fu la generosità dei piatti : una colazione abbondante con pancakes affogati nello sciroppo di acero, patate arrosto, uova, bacon canadese, pan tostato e marmellata o burro di arachidi (ehm, lo ammetto, la sua consistenza pastosa e oleosa non mi sconfiferava molto), frutta, fiocchi d’avena, bagel, caffè lungo a volontà. Ebbi un po’ di difficoltà ad abituarmi al caffè, da italiana espatriata che comunque rimane assuefatta all’espresso e cappuccino.

Molto diverso dalla macrobiotica ed epurata nouvelle cuisine, quindi.

Une delle specialità di Montréal, a parte il pâté chinois (simbolo del creativo meltingpot culturale nordamericano) e gli hamburger, era la famosa poutine : una insalatiera di patatine fritte bollenti, miste a del cheddar fresco e salsa barbecue. Le salse sono una componente essenziale della gastronomia québécoise. Comme la birra Boréale e Belle Gueule. 

Per non parlare delle bellissime, ricchissime fettone di torta di carote, mela e cannella, cioccolato e noci, i gustosi muffin e cupcakes che avrebbero allietato il nostro inverno. Praticamente, la Brûlerie St-Denis del quartiere di Côte-des-Neiges ci aveva adottato.

Feci amicizia con gli scoiattoli del parco di Mont-Royal, che non esitavano a salirmi sulla gamba per rubarmi una noce senza guscio. Fummo circondate, la sera, da occhi brillanti nell’oscurità, avidi di cibo : erano le ombre mascherate e furtive dei procioni che popolavano il campus (o forse qualche studente affamato).

Festeggiammo Halloween e andammo a cogliere le mele tra le dilaganti sfumature sanguigne della campagna dorata. Intanto l’estate indiana si stemperava nei meravigliosi colori dell’autunno.

Venne la neve ed il gelido vento matto s’intrufolava dovunque. Limpidi, lunghi giorni di ghiacciata serenità, che si alternarono a impietose bufere di neve. Spesso il gelo era così intenso che non riuscivo più a respirare, e sentivo l’aria nelle mie narici trasformarsi in gelide scaglie.

C’era tutta una città sotterranea, a Montréal (e anche una variegata cultura artistica underground), con cunicoli e centri commerciali illuminati e riscaldati a 25 gradi sopra lo zero, mentre fuori si raggiungevano i 27 sotto zero. la piantina di basilico che avevo adottato non resistette ad una lieve folata e dovette subire un taglio radicale, molto punk.

La neve scintillava, era soffice, accogliente. Il mio amico Chris aveva il dono di sapermi centrare inaspettatamente con svariate mitragliate di palle di neve, sempre tra la piccola faglia del mio imbaccucamento lanoso che lasciava scoperto un’infima parte di nuca.

Visitammo Québec, incantevole città, antica capoluogo del Québec.

Il francese del Québec è diverso dal francese di Parigi, e spesso non capivo le persone (in Francia, mettono i sottotitoli ai film belga e canadesi francofoni, colmo della pigrizia linguistica). Loro, d’altro canto, dicevano che avevo un fortissimo accento parigino.

Una delle differenze più notevoli era la nomenclatura dei diversi pasti della giornata ; in Québec, era rimasta l’espressione tradizionale, in uso già dal XVImo secolo : “déjeuner” per “colazione”, “dîner” per “pranzo” e “souper” per “cena.” In Francia, si era passati ai termini di “petit-déjeuner”, “déjeuner” e “dîner”. Tutta colpa dei dandy-bohème del Romanticismo, che tornavano all’alba dai balli frenetici, prendevano uno spuntino, andavano a dormire, si risvegliavano a mezzogiorno, prendevano una colazione abbondante ed infine cenavano prima di recarsi ad un’altra serata mondana. Hihihi.

Capitò, nel DownTown (centro città anglofono), che ci trattassero di “fucking separationists”, perché ci avevano sentito parlare francese. La questione del bilinguismo non è ancora del tutto risolta in provincia : alcuni voglio difendere la francofonia e preconizzano l’indipendenza del Québec (sopratutto al Nord), mentre altri sono favorevoli all’anglofonia.

A parte questo piccolo incidente, devo dire che i Canadesi che ho conosciuto erano tutti molto cordiali e aperti. Non esitavano a tendere la mano (per rialzarsi dopo una disastrosa e buffa caduta multipla sul ghiaccio, per aiutarti a portare la valigia nelle scale, per pagarti il resto del pranzo se mancavano alcuni spiccioli : a Parigi non sarebbe mai accaduto), a dare un’indicazione stradale, a raccontarti la sua vita in ascensore.

Dovetti ritornare più volte in Europa e in uno dei viaggi (notte in bianco per finire il saggio di filosofia, perché non sono abituata a pensare in maniera logica e profonda, 16 ore di viaggio con scalo a NewYork, dove il controllore dei passaporti ha elegantemente ironizzato sulla mia splendida foto d’identità, 24 ore per il matrimonio di mio fratello a Genova e ritorno con altre 20 ore di viaggio, per via di un ritardo di 6 ore all’aeroporto di Parigi ), capitai nella fila di mezzo, tra due immensi specimen di uomini. Vedendo che ero tramortita dalla stanchezza e che la mia testa ciondolava pericolosamente di qua e di là, il mio vicino, molto affabile, mi propose di appoggiare la testa sulla sua spalla. Fui commossa, ma declinai l’offerta : probabilmente mi sarei addormentata con la bocca aperta (sbavando? russando? mugugnando? triade molesta).

Chez Mado, noto locale di meravigliose e scoppiettanti Drag-Queen nel Village di Montréal, passai una delle serate più animate e scintillanti. Ognuna si esibiva in canzoni, con dei vestiti alla Gilda e dei tacchi vertiginosi (fate anche degli stage?). Una di loro, vestita da rockettara trash degli anni ’80, passava tre gli spettatori proponendo loro degli shot : a metà spettacolo, si era bevuta almeno venti bicchierini e barcollava leggermente sugli stivali di cuoio nero a spillo.

Incontrai Viviane (praticamente le caddi ai piedi, perché ruzzolai giù dalle scalette del guardaroba insieme a Chris ; la dinamica della caduta è avvolta di mistero etilico). La sua figura scivolava agilmente tra i tavolini del palco, il suo sorriso era dolce e ironico. Lei era il caldo abbraccio nelle lunghe sere d’inverno, mentre fuori imperversava la neve e il gelo.

Imparai ad andare in bici nella neve, nel cuore della notte, lungo i riflessi soffusi del fiume St-Laurent. Andai in giro per la città durante la notte bianca, a – 26 gradi, e vidi dei ragazzi mangiare un gelato mentre curiosavano intorno a strani luminari. Andai alle mostre alternative e ai concerti neo-grunge (popolazione molto interessante alle Foufounes Électriques). Visitai il museo storico della città, ma attraversai labirinti di porte e vidi solo immagini in bianco e nero (mi ero persa anche là?). Mi aggirai tra i capannoni industriali, vidi giochi circensi improvvisati da giovani acrobati, vidi gli ebrei danzare gioiosi al suono della musica yiddish, con il loro colbacco nero, nel Miles End. Ci fu una piccola sfilata per un matrimonio indiano tradizionale, sari coloratissimi e raffinati, grida di gioia illuminarono il quartiere. I grattacieli con i tetti a pagoda di China Town, i buffet a volontà, le scale in ferro della Petite Italie, i gnocchetti al sugo rosé alla vodka (è italiano?)

Veni, vidi, vixi. E tanti procioni. Tanti, tanti tramonti. Il Québec non è la Francia, né gli U.S.A., ma rappresenta un bell’esempio di città armoniosamente (almeno mi è sembrato) multiculturale. Splendida, bellissima esperienza.

Unico pollice verso : la pizza ai maccaroni sovrastati di cheddar fuso.

Agli inizi di dicembre, mi avventurai in pullman fino a New York, attraversando le praterie ingiallite e i doganieri inferociti (alle due del mattino).

P.S. : Spesso, nel linguaggio europeo, “America” è sinonimo di “Stati Uniti”. E il Canada, dov’è? in un mondo parallelo?


Tomb Raider Twins : Dragonful China

Mia sorella gemella è appassionata d’Oriente (tanto che somiglia ad una Cinese : probabilmente, in un’altra vita, ha vissuto alla Corte Mandciù) e sta per prendere la seconda laurea in lingua e letteratura cinese. Due anni fa, si è laureata in archeologia cinese : per poter completare la sua tesi sulla Shendao dei Ming (la Via dell’Anima nelle tombe degli imperatori Ming), data la penuria di documenti in Europa, si è dovuta recare in Cina. La accompagnai nel suo periplo, forte del mio anno e mezzo di cinese. Dovevamo atterrare a Beijing, dopo una settimana scendere in treno fino a Xingxian, piccola città provinciale di soli 13 milioni di abitanti, poi giù verso Wuhan e infine esplorare Guilin. Naturalmente, tutto ciò in pieno periodo di monsoni e senza contatti cinesi dati dal suo professore, se non nell’ultima tappa.

È stato uno dei viaggi più emozionanti, malgrado i piccoli inganni e le difficoltà linguistiche.

Il cielo è diverso in Oriente. Costellato di vaporose nuvolette di drago. E ricordate : la lingua e la gastronomia importate e imparate in terra straniera non hanno nulla a che fare con la realtà del paese interessato. Il cibo, in Cina, è esplosivamente speziato e piccante, ma delizioso e di una incredibile varietà regionale ed etnica. Non ho chiesto esattamente cosa ho mangiato, perché a volte una relativa ignoranza è la migliore amica della scoperta.

Esplorare a Beijing è stato piuttosto facile : grande metropoli, treni nuovi di zecca, la Città Proibita, enorme e sovraffollata con i Giardini del Nord che sovrastano le sue maestose pagode rosse e oro, tra i colori di un tramonto tropicale. I Cinesi che ballano la sera nei giardini, al lume offuscato delle lanterne rosse, che giocano al mahjong nelle strade e che guardano con curiosità e diffidenza questi goffi, stupidi Europei. Traffico caotico, profumi sconosciuti lungo le stradine, templi buddisti e incensati e eterei, severe ed ironiche statue di Confucio che spuntano tra i meandri delle tradizionali Hu Tong (antichi quartieri della capitale, con le case fatiscenti e affascinanti a cortili multipli). La strada dei Gourmets dove si vendono tutte le possibili delizie del palato : spiedini di scorpioni, latte di cocco, seppie abbrustolite, zampe di gallina, bulbi di loto caramellati e la delicatissima Anatra Laccata di Pechino.

Siamo anche riuscite ad andare alla Muraglia Cinese, dopo aver visitato la tomba per la quale eravamo venute. Eravamo sette stranieri in un car di sessanta Cinesi e l’animatrice cinguettava solo in cinese (abbaiando ogni tanto un “hello, hello!” per richiamare la nostra attenzione) : ad un certo punto, mentre stavamo arrivando al parcheggio della Muraglia, tutti i volti si sono girati verso di noi, sparuti Occidentali tutti seduti in fondo. L’animatrice aveva chiesto agli altri membri del gruppo di osservarci per bene e di non perderci d’occhio, nel caso ci allontanassimo troppo. Ci aveva anche sfidato a scalare tutti i gradini della parte restaurata, perché, pareva, gli Occidentali avevano le gambe più lunghe. La visita fu mozzafiato. Il panorama era splendido e i gradini sconquassati alti mezzo metro (la rampa di bronzo, esposta al sole impietoso del meriggio, era inutilizzabile). Ogni scalata richiese il consumo di un ghiacciolo per riprendere le forze : ghiacciolo al litchi, alla pesca, all’albicocca, all’ananas, al mango, all’uva, alla banana (tutti uno più buono dell’altro). Di ritorno in città, le enormi cicali intonavano incessantemente il canto dell’estate.

Anche il viaggio in treno per Xinxiang è stato gradevole. Ma uscendo dalla stazione, abbiamo avuto il primo shock : cielo plumbeo e soffocante del monsone, tanti viaggiatori dall’aria strapazzata che bivaccano davanti agli sportelli per i biglietti, dialetto cinese stretto, niente albergo e nessuna cartina della città. Eva è riuscita ad arraffare gli ultimi biglietti per recarsi a Wuhan : viaggio in ultima classe, dalle 6 alle 8 ore in piedi, assurdo valigione ingombrante, corridoi intasati di gente che si destreggia per liberare il passaggio ai nuovi arrivati o al carrettino delle vitto, gente che mangia, rutta (è buona educazione ruttare, significa che il pranzo è piaciuto), sputa o guarda un film sul minischermo ipertecnologico. In Cina il concetto di fila è superfluo : chi prima paga prima riceve. Vietato intralciare o rallentare la circolazione.

Appena si esce dalle città con i grattacieli, ci si ritrova in piena campagna, con l’argilla rossa, gli stagni coperti di fiori di loto, le case di mattone crudo, le biciclette, gli animali che passeggiano lungo le strade, mentre la gente mercanteggia a grandi gesti. Tecnologia e ruralità,  moltitudini, diversità : la grande Cina dei contrasti. Mentre vedevo sfilare i paesaggi, pensai al libro del Tao e al verso di Walt Whitman : “Do I contradict myself? / Very well then I contradict myself / (I am large, I contain multitudes)”. 

Arrivammo a Wuhan alle 3 del mattino, esauste, dopo aver quasi mancato la nostra fermata. Il giorno dopo, si scatenò il monsone. La tomba che dovevamo descrivere e fotografare si trovava a quaranta chilometri dalla città. Provammo ad andarci in autobus. La gentile timbratrice, che orchestrava la folla dei viaggiatori e verificava i biglietti, ci indicò quale altro autobus prendere, una volta giunte al capolinea. AL termine del viaggio, il piazzale degli autobus era completamente allagato : “Ecco, dovete scendere qui e aspettare la navetta 315 che porta al centro del villaggio”. Prego???? Ci guardammo. Aspettammo invano la navetta, poi, sconfitte e fradice di pioggia e sconforto, decidemmo di ritornare indietro : ritrovammo la stessa timbratrice, che ci accolse con una sonora risata e uno sguardo buono e divertito.

Non riuscivamo a decifrare le fermate degli autobus, perciò abbiamo deciso di esplorare la città a piedi (dai 12 ai 18 km al giorno) : abbiamo assaporato tutti i quartieri, i gelati, i piatti tipici, visto il tempio della Gru Selvatica (ribattezzato dell’Oca Bianca, non so perché) e il tempio delle Tartarughe (mi sentivo un’intrusa, ma una saggia vecchina mi mise in mano tre bastoncini di incenso e mi insegnò  a pregare Buddha), attraversato l’impressionante e infinito ponte sul Fiume Azzurro, sul quale sono stata investita perché non sono riuscita a spostarmi in tempo : la motoretta elettrica fu gravemente danneggiata. Sì, tutti i mezzi, o quasi, sono elettrici, persino le più malandate biciclette ed il klaxon funge da comunicatore stradale universale (una strombazzata per girare a destra, due per la sinistra, tre per “togliti di mezzo!”).

Intanto il tempo passava in fretta e mia sorella era disperata : come arrivare alla tomba del Lungo Drago? Le hostess dell’albergo ci avevano soprannominato le “signorine di LongSheng Shan” : ogni giorno chiedevamo come arrivare laggiù, finché una buon’anima decise di accompagnarci in macchina. Partimmo alle sei del mattino, arrivammo alle 7 e 30 in un posto sperduto in mezzo alla campagna : nessuno in giro, se non tre vecchiette (le tre Graie?) che risero di gusto per il nostro aspetto esotico, ed il sito archeologico per noi sole. Il portone di pietra grigia, elegantemente lavorata, dal tetto graziosamente incurvato, ci accolse in mezzo alla fitta nebbia tropicale. Silenzio, sciami di libellule, Chilin e mausolei maestosi. Mi era sembrato di penetrare in un universo parallelo, alle porte del Paradiso Celeste.

Erano passati quindici giorni dalla nostra partenza. Più di mille foto scattate, la cinepresa ormai incorporata alla mano (sono anche stata diffidata dai militari, perché per sbaglio ho puntato l’obbiettivo sulla sede Governativa di Wuhan), mentre Eva anneriva quaderni e quaderni di appunti e schizzi archeologici e si destreggiava come poteva con il suo cinese standard (intanto la mia lingua si era rattrappita : c’era la gemella che capiva il cinese e quella che non capiva un tubo, se non i numeri per mercanteggiare). 17 giorni senza vedere un viso occidentale.

Arrivammo a Guilin, piccolo gioiello del Sud, immerso nel morbido verde delle montagne a Pan di Zucchero, tra foreste di bambù, specchi d’acqua e case del tè. Aspettando che il responsabile archeologico contattasse Eva, ci concedemmo tre giorni di riposo : in un giorno, visitammo tutta la città, il giorno seguente andammo nella terra dei Miao dalle lunghe chiome. Abbiamo scalato le risaie terrazzate, percorso in bicicletta vari chilometri in campagna, assistito ad uno spettacolo tradizionale (che si concludeva con una pizzicata generale di sedere), sceso il fiume in una zattera fino a Guandao… mi sembrava di sognare. La gente era affabile e meno frenetica. Per un attimo ho sperato di poter parlare inglese, ma presto capii che era meglio riprendere il mio prudente silenzio : la più piccola sillaba anglosassone attirava frotte di guide improvvisate e insistenti che tentavano di spennare il turista. E mi sorpresi persino ad essere infastidita di ritrovare altri Occidentali.

Ogni giardino aveva il suo picco verde da scalare, con un piccolo santuario in cima. Mi accinsi a raggiungere la vetta di uno dei più alti monti della città : a mano a mano che si saliva, le scale si facevano più strette, i sentieri più tortuosi. Ad un certo punto, Eva, sopraffatta dal caldo, rinunciò  a proseguire, preferendo aspettarmi all’ombra. Mentre riprendevo a salire, incontrai un giovane uomo, con l’ombrellino, che scendeva : mi fece cenno di ridiscendere con lui : “too hot, too hot“, mi disse, vedendo che non capivo. Lo ringraziai del saggio consiglio, ma volevo assolutamente raggiungere la cima, nonostante mi girasse la testa dal caldo. Ad un certo punto, la rampa di legno scomparve, e mi ritrovai ad avanzare sulla cresta del monte, mettendo un passo dietro l’altro sugli ormai angusti e quasi filiformi gradini. Alla mia sinistra, alla mia destra, il vuoto e la città piccola piccola, immersa in un velo di nebbiosa e vegetale serenità. E io appesa. Mi chiesi se sarei stata in grado di ridiscendere. Cercai di non pensarci. Tremando arrivai alla vetta. L’orizzonte era mio! Mio! Toccavo il cielo ed il panorama era magnifico. Una leggera brezza soffiava e leniva le mie voglie di immensità. La discesa fu una vera sofferenza, perché soffro di vertigini e da zoppa che sono, il mio equilibrio è più che precario.

Quando ritrovai Eva, stava prendendo il tè con il giovane uomo con l’ombrellino : si erano chiesti se ero ancora viva. Lui studiava medicina cinese tradizionale. Era molto garbato. Ci chiese dell’Europa, della nostra vita laggiù, perché gli occidentali avevano boicottato la Cina ai Giochi Olimpici, se eravamo per l’indipendenza del Tibet. Eva seppe dimostrarsi molto diplomatica su questi argomenti molto, ma molto delicati (il tour delle prigioni non era contemplato nell’itinerario prestabilito).

Finalmente il direttore del sito archeologico di Guilin ci contattò. Furono molto cordiali e generosi. Il signor Zhong ci spiegò la storia del sito, la signora Zhang ci diede molti, preziosi documenti ed il signor Zheng ci accompagnò alle diverse tombe più o meno praticabili ma comunque chiuse al pubblico, sparse nella campagna. Eravamo in tre su una moto rossa, fedele destriero, senza casco, tra i terrapieni argillosi di un rosso intenso. Ero in fondo, perché ero la più robusta (54kg per 1m67) e dovevo equilibrare il carico. Non mi sono mai sentita più felice, con la brezza tra i capelli e le montagne velate di nebbia tutto intorno.

Ci inoltrammo nei campi di riso, ripresi tombe che emergevano dalle acque, mia sorella che penetrava nelle volte funerarie, scavalcando blocchi crollati (i miei non vedranno mai tali immagini), attraversammo passerelle di bambù barcollanti sui crepacci (altre immagini che i miei non vedranno mai), costeggiammo alture scoscese e scendemmo in un pozzo mortuario.

Ad un certo punto, il signor Zheng ci lasciò presso una Shendao, dicendo che sarebbe andato a prendere suo nipote, perché ci fungesse da interprete. Iniziai a prendere delle foto dettagliate di ogni singolo Chilin (statua di animale fantastico che costituisce la Shendao), mentre Eva disegnava la mappa del sito. La sentii bisbigliare qualcosa, accennai con la testa, credendo mi avesse detto “torno ad aspettare il Signor Zheng sulla stradina”, finii di scattare le ultime foto e mi accinsi a raggiungerla. Arrivai sulla strada, ma niente Eva. Feci il giro del sito, nessuna traccia di mia sorella. La chiamai. Nessuna risposta. Ritornai lungo la stradina, andai avanti per un tratto, fino alla fattoria più vicina, per chiedere (a gesti) se per caso avessero visto  una faccia un po’ come la mia. Niet. Torno indietro, altro giro del sito. Di Eva non c’era traccia. Non potevo neanche chiamarla sul cellulare, poiché Eva aveva preso la mia borsa con sé. Gridai il suo nome. Il panico mi stringe il cuore : sola in campagna, sgemellata, senza telefono, con una conoscenza più che rudimentale della lingua locale. Alla fine del boschetto circostante di bambù, sentii un “ciàk, ciàk”: era un contadino con il machete. Ebbi un attimo di terrore : Oddio, mi sta affettando Eva! Mi avvicinai. Stava solo tagliando un po’ di legna. Devo smetterla di guardare tutti questi stupidi film in tivvù. Intanto l’angoscia saliva, saliva. E io che dovevo vegliare su di lei!

Alcuni minuti dopo, tornò il signor Zheng, tutto contento, con il nipote : dov’è Iwa (pronuncia cinese di “Eva”)? Risposi che non lo sapevo esattamente. Provò a telefonarle, ma non rispondeva. Forse era andata su quell’altra tomba, che si intravede laggiù? Ci incamminammo. Per raggiungerla, dovevamo attraversare un campo di erbe alte : affondiamo nel fango fino alle ginocchia, sterpi e rovi ci strappano i vestiti, dobbiamo saltare un fossato, scalare la collina franata per metà. Finalmente, arriviamo in cima alla tomba della Principessa. Niente Iwa. Ci disperdiamo, ispezioniamo ogni angolo, ogni apertura del mausoleo. Niente Iwa. Angosciatissimi, gridiamo il suo nome. Tutta la campagna risuonava dei nostri “Iwa? Iwa?? Iwaaaaa!!”, vociferati in vano al vento. Dopo un quarto d’ora, vediamo sbucare dal sentiero ad ovest, tra i densi ciuffi di bambù, la testolina di Eva, che sta ritornando tutta soddisfatta alla tomba iniziale. Iwaaaaaaaaaaaaaaa!! Finalmente si gira e, sorpresa, ci intravede. Ritorna indietro, pensando di raggiungerci tramite un bivio del sentiero, e scompare di nuovo. Il signor Zheng corse a intercettarla. Scoprimmo così che Iwa aveva trovato un cammino più a sud per raggiungere la tomba di un generale, aveva tranquillamente preso tutte le misure, registrato tutti i dettagli, disegnato tutti i particolari. Si era rammaricata perché non aveva potuto prendere delle foto (per forza, ero io la responsabile della cinepresa) e si era chiesta perché ci mettevo tanto tempo per raggiungerla. Eppure mi aveva detto che andava oltre quel buchetto nascosto dietro la vegetazione, no???

La Cina, tutta da scoprire nella sua meravigliosa, spaventosa diversità. Lontano dai sentieri turistici (ma con prudenza), nelle grandi città, nelle campagne più povere o semplici e colorate, attraverso un avventuroso Tomb-Tour con delle gemelle senza nessun senso dell’orientamento (in famiglia, si era dato il via alle più svariate scommesse : sarebbero riuscite a trovare le tombe? sarebbero riuscite ad arrivare alla tappa seguente? l’elicottero dei soccorsi le avrebbe ritrovate in mezzo alla giungla?).

Il nipote del Signor Zheng non desiderava viaggiare. Era perfettamente sereno nella sua amata Guilin, lontano dalla confusione dei grandi centri. Non sentiva affatto il bisogno di affrontare folle di visitatori venuti a stupirsi alla fiera mondiale di Shanghai, né di sopportare i disagi e le incertezze del viaggio. Mi piacerebbe essere così serena nell’animo, così in armonia con il mondo. Ma c’è qualcosa che mi spinge oltre, sempre più lontano, un’irrequieta curiosità che preme, scalpita, per mettere alla prova i miei limiti, le mie paure, i miei pregiudizi, le mie ristrettezze mentali. Ho l’impressione che viaggiando, divento una persona migliore.

Una settimana dopo il nostro ritorno a Parigi, partivo per l’America del Nord.


Inconsistencies Within

 

Un blog è un diario in linea, immerso nell’infinita rete virtuale.

Ma un diario, cos’era, un tempo? Non era quel piccolo quaderno al quale confidavamo tutti i nostri pensieri, tutti gli straordinari avvenimenti del nostro incredibile quotidiano, i nostri amori non corrisposti, i disegni, i sogni? E lo custodivamo gelosamente lontano da occhi indiscreti, estranei?

Lo ammetto, non ho mai avuto la pazienza per perseverare in un tale progetto. Chissà perché, l’incipit “caro diario, oggi… etc.” ha sempre avuto il dono di congelare le mie velleità prosaiche. Poi, venendo da una famiglia numerosa, dove quasi tutto viene condiviso e il concetto di camera non caratterizza uno spazio privato quanto, piuttosto, una sorta di punto di passaggio e di ritrovo fraterno e felino (ormai becco sempre il nostro gatto con la guancia mollemente adagiata sul mio cuscino), non mi fidavo di appuntare tutte le mie vulnerabilità e stupide opinioni su carta (conscia del terribile e mezzo vero monito : scripta manent).

Ora, ironia della sorte, si sceglie di esporre ad ogni potenziale utente del web la propria intimità, etichettandola, dividendola in categorie, promulgandola, cambiando gli status ad ogni secondo. Magari alla ricerca di un pollice verde, simbolo di consenso e di appartenenza (a chi? a cosa?) o di affinità elettiva (“yo, brother! you think so well, ‘cause you think like me, dude!”).

Ma quello che raccontiamo, siamo davvero noi? Oppure ci costruiamo un personaggio, insceniamo una vita parallela, quella che vorremmo o dovremmo avere, dipingiamo un’altra maschera sociale, pitturata di parziale anonimità che permetterebbe, paradossalmente, una più grande sincerità? Ci abbandoniamo al piacere di raccontarci, senza doverci conformare a quello che la gente pensa di conoscere a proposito di noi?

Sarà che sono ossessionata dalle maschere e dalle personalità multiple : una folle curiosità mi spinge a voler vedere cosa ci sarà dietro, mentre un folle terrore mi trattiene dal farlo, come ho già scritto da qualche altra parte (mi ripeto, mi ripeto… chi, io? per caso mi ripeto?)

Il blog o il profilo virtuale, strumento per soddisfare l’istinto del voyeurismo e il naturale narcisismo di ogni essere umano. Dove vanno a finire tutte le informazioni personali che noi, surfisti di Internet, lanciamo nella rete come i naufragi affidano un messaggio in bottiglia al mare infinito?

Mi ricorda quando l’uomo iniziò a mandare nello spazio delle tavolette che trascrivevano la nostra storia e il patrimonio genetico umano, nella speranza che forme di vita intelligenti (e magari anche innocue) avrebbero raccolto la navetta vagante (fratelli del pianeta Kepler 22b, venite a prendere il tè da noi).

Giuro, nella vita reale non sono così prolissa. Sicuramente banale. Trivialità, dolce compagna della vita mia. Dovrei, vorrei, benvenuti nell’era del condizionale e dell’intelligenza artificiale (o simulata).

 


Don’t say love in vain

“La luce è più veloce del suono. Per questo motivo, alcune persone sembrano brillanti finché non parlano” (Anonimo)

Spesso può capitare di impiegare espressioni di cui non si conosce bene il significato. Credo sia un riflesso involontario. Le sentiamo ovunque, tutti le usano, ne abusano e per osmosi sociale  finisco con l’abusarne anch’io.

State in guardia. Diffidate dalle parole comuni, spesso nascondono verità terribili. Le parole non sono innocenti. Non vanno lanciate in vano. Posso ferire nel più profondo dell’animo, lasciando cicatrici difficili da rimarginare. Perché le parole sono idee e le idee possono infiltrarsi in noi e plasmare la nostra visione del mondo. Possono svelarci e denudarci in un istante, in un flebile soffio. Sono vive, sono meravigliose. Vanno rispettate, ricreate, riappropriate e coscientemente offerte all’altro. La Dickinson illustrò questo principio vitale della parola in una breve ed intensa poesia.

Commento raramente. Non per pigrizia oppure per mancanza di interesse o di rispetto. Preferisco ponderare bene le mie parole. Sviluppare le mie idee e le mie impressioni sotto diversi punti di vista, eliminare il superfluo o le incongruenze di pensiero, stemperare gli accenti troppo estremi di un’espressione ed infine rispondere, se la mia risposta mi appare come utile alla comprensione, bella o pertinente. Nel frattempo, preferisco ascoltare, osservare in silenzio e rielaborare più tardi, magari in solitudine, l’insieme degli elementi raccolti. L’altro è un enigma, un puzzle da ricostruire con discrezione e dedizione. Vorrei comprenderlo, prima di irrompere con le mie parole nel suo spazio privato.

La spontaneità verbale non è quindi il mio forte. Preferisco praticare l’epoché, la sospensione temporanea del giudizio, per poter analizzare e comporre la mia reazione in maniera razionale. L’esprit d’escalier… o come ritardare l’attimo fatale in cui le mie parole riveleranno la mia profonda ottusità, o comunque viltà d’animo. Tanto qualche sciocchezza ci sfugge sempre, ed è bello poterci ridere su. Le parole ci rendono forti e vulnerabili al tempo stesso.

Tuttavia, questa epoché non si limita solo alla comunicazione con altrui, ma si estende anche all’incessante monologo interiore, ping-pong di riflessioni anodine che mi attraversano l’animo. Scegliere se seguire un’osservazione oppure no. Valutarne l’essenzialità, la verità. Sorprendersi. Pensarsi altro. Confrontarsi alle zone d’ombra e alle certezze vacillanti. Desiderare di trovare il bottone “off” anche solo per un attimo. Damn. To much mess inside.

So benissimo cosa devo o dovrei provare, ma non so esattamente cosa provo. Mi ritrovo quindi in un circolo vizioso, un paradosso di alterità : sorge un’emozione, la sospendo, la sottopongo al vaglio della ragione, mi chiedo perché mi sento così, se è un sentimento accettabile o meno, la approvo o la cestino e finisco con il sentirmi razionalmente falsa, ipocrita, emotivamente inetta ed estranea. La mia voce, all’esterno, risuona come radicalmente diversa da quella che si annida in gola. I sentimenti incompresi o rifiutati, relegati al limbo oscuro della dimenticanza, gemono in un angolo, aspettando il momento più opportuno per loro, meno opportuno per me, per balzare fuori in tutta la loro indignata e sbeffeggiata potenza. Perché stupidamente, inconsciamente credo che non dare nome ad un sentimento basti per ignorarlo e renderlo innocuo. Falsissimo.

Allora scrivo. Lascio pagina bianca alle molteplici vocine interiori ; la prima versione serve ad un uso esclusivamente personale : capire come diavolo mi sento. Le versioni successive affinano le parole, tentano di rendere coerente il caos iniziale, censurano, rimuovono, modificano, ricoprono, sdrammatizzano, inscenano, optano per un’elegante generalità, capace di riflettere, grazie alla sua ambiguità, gli intimi meandri dell’altro. In questo modo, riesco gradualmente a distaccarmi da ciò che mi impressiona in incognito, turbamento al quale ho impresso il veto, per esprimerlo come se non fosse più (del tutto) mio.

Tra le parole che mi spaventano di più, due piccole, devastanti sillabe : “ti amo”. Così vecchie ma sempre nuove, sempre così difficili da pronunciare dietro la loro apparente facilità. Ogni volta è come se imparassimo di nuovo a parlare.

“Ama gli altri come ami te stesso” : saggia, generosa ed utopica massima. Totalmente opposta al bieco individualismo del post-modernismo.

Ma se non amo me stesso, posso amare gli altri? Posso amarli veramente? Posso anche illudermi di sì. Alt! Sincerità. Probabilmente cederei alla vanità dell’abnegazione sentimentale e opererei un’implicita tirannia della dolcezza intrisa di vittimismo, nutrito da una silenziosa accusa di ingratitudine : Amo te più di me, quindi il mio amore è più forte e più puro, il tuo non vale niente perché è terreno, riconosci e abdica ai miei sacrifici che tu non hai richiesto. Non ti amo, perché desidero troppo essere amata. Ti divorerei. Ti userei per provare che esisto.

“Sono come tu mi vuoi” nasconde un terrificante vincolo, un’impossibilità armonica e una futura rivendicazione. “Ti amo per sempre” è una suggestione poetica ed ottimista.

Ami me, oppure il tuo ideale che proietti su di me? Mi ricopri di seta e oro, ma se tu vedessi il vuoto che ho dentro, mi ameresti lo stesso? Perché mi ami? E mille altre paranoie.

Platone aveva capito la natura spaventosa e poliedrica dell’amore. Nasce e muore ogni istante, è mancanza, è desiderio, brutale e fecondo sconvolgimento che dovunque si apre un cammino. È slancio irreprimibile verso la bellezza. Il veto della ragione finisce con il capitolare di fronte a tanta veemenza. L’amore è un mistero che rifugge le cervellotiche elucubrazioni. Come Atè, la dea dello smarrimento, cammina sulla testa e sul cuore dei viventi, confonde le acque, riflette splendide speranze. O si accetta di correre il rischio, sfiorando ad occhi chiusi le labbra dell’abisso, o si fugge e ed il cuore si impietrisce. Come Sartre (ma lui amava passionalmente le parole), troppo intellettuale per lasciarsi di nuovo trasportare dalla corrente sentimentale.

Ammiro le persone che sanno esprimere i loro sentimenti in maniera naturale, con cordialità. Ammiro chi dice “tesoro”, “gioia mia”, “amore mio” anche ad uno sconosciuto (e quindi come chiama le persone che ama?). Ma chi scrive d’amore imprime un desiderio, un eccesso, un ricordo.

Le coeur a ses raisons que la raison ne peut pas comprendre”, sancì Pascal. Stendhal descrisse i diversi tipi e stadi dell’amore in un bel trattato, “de l’Amour” (vero o immaginario? e che differenza ci sarebbe? L’ideale e l’amore, l’assoluto e l’arte del compromesso?). Illustrò così un importante principio : Non dire “ti amo” non permette all’amore maturo di cristallizzarsi, di abbagliare e di realizzarsi.

Eppure, lascialo maturare in segreto : non dirmi “ti amo” troppo presto. Sarebbe per me come un abbraccio mentre fuori imperversa il vento e la neve. La mia freddezza si scioglierebbe sotto i primi raggi illusori e mi spezzerei alle gelate improvvise di primavera.

P.S.: Ma chi ha detto che l’amore platonico è puramente intellettuale? Forse dei seguaci un po’ bigotti. Lo percepisco come l’espressione di una raffinata, spirituale e profonda sensualità.