A Book’s Life

 

“O me! O life!… of the questions of these recurring;
Of the endless trains of the faithless–of cities fill’d with the foolish;
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light–of the objects mean–of the struggle ever renew’d;
Of the poor results of all–of the plodding and sordid crowds I see around me;
Of the empty and useless years of the rest–with the rest me intertwined;
The question, O me! so sad, recurring–What good amid these, O me, O life?

Answer.

That you are here–that life exists, and identity;
That the powerful play goes on, and you will contribute a verse.”

Walt Whitman

 

Giocai ad essere un rampante Rastignac nella commedia umana del ventunesimo secolo, gridando alla crudele Parigi voluttuosamente stesa ai miei piedi : “A noi due, ora!” e fui una novella ed illusa Mme Bovary persa dietro alle sue velleità passionali, Don Quixote femminile lanciata contro mille mulini a vento. Cercai il mio giardino segreto e desiderai avere un usignolo per amico. Soffrii i dolori lancinanti del Giovane Werther e mi inflissi infinite piccole morti, fino a rinascere nell’ironia filosofica di Voltaire. Corsi alla ricerca del tempo perduto, attraversai  lande sconosciute popolate da androgini e lilipuziani, navigai verso l’isola del tesoro. Moby Dick mi affondò e finii mille leghe sotto i mare.

Vidi il palazzo del Dio del Mare, e come Urashima Taro ritornai invecchiata di cent’anni. Sognai di seguire Chatwin sulle tracce dello yeti. Il gatto nero di E.A. Poe mi intercettò, un cuore palpitante sotto i miei passi mi aprì la via. Scesi nell’inferno scarno di Beckett, nell’ossessionante compagnia a porte chiuse di Sartre. L’enfer, c’est les autres. Rimbaud disse Je est un autre. Allora l’inferno sono io. Ognuno sarebbe il demonio di se stesso? Venni travolta dai flussi di coscienza della Woolf, come le onde infrante sulla via del faro. Capii da Buzzati che la vita è un’infinita, agognata attesa, e Baudelaire mi insegnò a vedere la bellezza del bizzarro. 

Mi sentii molto Hemingway quando, a vent’anni, mi sedetti ad un tavolino di una brasserie (locale un tempo a me proibito per via della densa coltre di fumo che ne ottenebrava ogni angolo -benvenuti sul nebbioso pianeta Dagobah), con il mio micro-caffè e la mia fitta sciarpa, mentre scribacchiavo vanamente su un taccuino nero il brusio dell’umanità che mi circondava.

Fantasticai sulla Biblioteca di Babele, sui labirintici misticismi di Borges : esiste davvero un’unica parola che possa esprimere la poesia la più sublime, tanto sublime da togliere la vita, perché è la vita stessa che vola dalla bocca attraverso quel suono?

Poi arrivò il conto. Tutt’ad un tratto, ebbi la sgradevole sensazione di trasformarmi nell’abietto Ebenezer Scrooge. Io, però, ero senza un quattrino.

I libri aprono nuovi orizzonti. So che è quasi un’eresia, ma leggendo, mi sento più viva e mi sembra di capire meglio come gira il mondo. Perlomeno comprendo qualcosa in più su di me. In un certo senso, sono un filtro benefico che mi protegge, almeno in parte, dagli schiaffi della vita. No, non è vero. Non possiamo schivare (tutti) gli uppercut del destino. Ma i libri sanno lenire il bruciore dell’irrequietezza.

E voi, qual à la vostra storia, la vostra rima, il vostro silenzio?

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