Free Words, Free Men

 

La poesia, ambigua e affascinante creatura che invita ad esplorare le profondità dell’animo. Ad ogni lettura rivela un nuovo volto di sé. Oppure gioca ad apparirci totalmente oscura. A volte richiede un periodo particolare della vita o una certa maturità per non sfuggirci.

Dicono che la poesia, oggi, sia agonizzante. Non credo. Forse è solo un altro cambiamento culturale che si profila all’orizzonte. Prima che la scrittura fosse generalizzata nella popolazione, lo scandire ritmicamente alcune parole aiutava la memoria, la trasmissione del sapere, delle emozioni, lo scambio della conoscenza. Poi diventò una questione di moda, prestigio sociale, gusto artistico, elemento di conversazione nei salotti eleganti, passatempo gradevole nelle lunghe serate al lume di candela, simbolo di un’educazione umanistica solida e come si deve, gioco intellettuale, raffinata ribellione letteraria.

Ultimamente, perlomeno ai miei occhi profani, sembra che esistano due aspetti principali nella poetica moderna. Distinguerei infatti la poesia murale, o più generalmente “della strada”, e la poesia dei circoli letterari. Le raccolte poetiche non si vendono più come un tempo, ma di poesia se ne scrive tanta, a dispetto di leggerla.

La prima, la poesia on the road, viene espressa attraverso graffiti, murales, slogan audaci, rime amorose o indignate tracciate sui muri nel cuore della notte, dedicate a qualcuno e  regalate ai passanti, ma anche alcune canzoni di cantautori che colpiscono al cuore e descrivono con molta spontaneità, bellezza e armonia musicale sentimenti o stati umani comuni a tutti. Non sempre esiste la rima o una rigorosa versificazione, non sempre si tratta solo di un testo scritto, ma piuttosto di parole profonde (e per questo poetiche) espresse in un contesto aperto, con un linguaggio semplice o apparentemente semplice, che attirano istintivamente le persone. I destinatari della poesia on the road possono appropriarsene, interpretarla come desiderano, lasciarsi emozionare e reinventarla in chiave personale. L’artista può quindi essere considerato come un dio, oppure dimenticato : solo la sua creazione conta.

Tuttavia, la poesia on the road non è immune al sentimentalismo o al dilettantismo sfrenato, dovuto ad una soggettività esacerbata, giustificata dalla tanto decantata libertà di espressione.

Sono stata in alcuni eventi poetici, come le letture pubbliche di poeti contemporanei, ho letto alcune riviste di poesia. Nel caso della poesia letteraria, molti scelgono la via della destrutturazione post-moderna : colti giochi di parole, testo stampato in complessi calligrammi futuristi, strofe disintegrate, linguaggio crudo, violento, provocatorio, zeppo di arcaismi o al contrario neologismi, accurata spazialità delle parole sulla tela bianca della pagina, abbondanti enjambement e doppi sensi, sperimentazione dadaista, tecniche di composizione surrealiste o a tante mani, poesia in prosa, cacofonie eruditamente calcolate e molto teatrali… tutto molto rock-‘n-roll, molto destabilizzante, rule-breaker, ma anche molto difficile da avvicinare o assaporare. Si viene così a creare una distanza abissale tra il poeta e il mondo comune, e si ha spesso il sentimento che la poesia letteraria sia rivolta ad una élite di poeti scelti, critici letterari o amanti dei rebus cervellotici.

Ah, e mi sono anche mortalmente annoiata in quelle serate esaltate di poesia. Pensai che si prendevano tutti troppo sul serio. Che volessero per forza fare qualcosa di nuovo, d’inaudito. Ma la costrizione senza discrezione rende tutto inaudibile, secondo me. Molto probabilmente, però, sono una zoticona dall’animo troppo rude per poter capire questa forma creativa. Devo affinarmi.

Capisco che i poeti del XIXmo-XXmo secolo abbiano cercato di liberare la poesia da convenzioni troppo rigide. Amo Beaudelaire, Rimbaud, Montale, Ungaretti, Hikmet, Alda Merini, Marina Tzvetaeva, Frost, Mary Oliver, Sylvia Plath, Éluard, Prévert et Apollinaire. Amo le loro sperimentazioni, le loro splendide libertà espressive, la loro creatività, la loro visione particolare del mondo. Amo la purezza e l’essenzialità degli haiku giapponesi.

Oggi tutto ciò che non è utile è una perdita di tempo. La poesia nelle scuole viene spesso insegnata come una cosa morta e polverosa. O viene considerata tale da molti studenti. Qualcosa di oscuro, ostico, ermetico e difficile da comprendere. Non è un bene di consumo immediato. È necessario crescere e vivere per poter capire la poesia. Ma se la rendessimo viva, accettando la sfida che ci propone? se ci lasciassimo andare al piacere di giocare con le parole, le figure, i suoni? il piacere della voce che scandisce, il piacere della bocca nel pronunciare sillabi riecheggianti? Il piacere del silenzio e della solitudine creativa?

Forse si potrebbe integrare la poesia al romanzo, rendere, in parte,  la prosa poetica (come le frasi perfettamente cesellate di Chateaubriand e della Winterson). O meglio ancora, rivalutare la cultura del bello, del piacere estetico, restituendo importanza alle parole.

In fondo, la poesia è una creatura volatile. Ha bisogno di essere condivisa, di volare di bocca in bocca, d’orecchio a orecchio, di sfiorare due cuori, di custodire un valore iniziatico e misterioso. Appuntata sulla pagina, si affievolisce e finisce con il morire, come una storia non detta. Perché la poesia vive nell’uomo, e l’uomo è naturalmente poetico (in tutti i sensi del poiein greco).

È una questione di dignità e di libertà di pensiero.

 

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