Fly me to the moon (and let me play with the stars)

 

Una precoce sera di novembre. Secoli fa, o forse solo sette anni or sono. Tanto è lo stesso. L’anima è un felino che si aggira solitario sui tetti del mondo, vede mille notti in un solo giorno.

Ci eravamo appena trasferiti a Parigi. Contavo i giorni, le ore, i secondi che mi separavano da lei. Chiamarla, sentire la sua voce, vederla, sentire il mio cuore balzare folle in petto e scoppiare. Tornare a Roma e non chiamarla, evitarla. Perché non sapevo dirle che mi turbava, che pensavo sempre a lei. Essere fredda e distante, per nascondere uno sconosciuto ardore.

Avevamo trascorso un pomeriggio insieme ed era venuta l’ora di riaccompagnarla a casa. Mio padre si offerse di darci uno strappo, perché si avvicinava un temporale. Prese la vecchia 128 FIAT coupé, un mitico bolide originale del 1972. Il motore rombava come un aereo sul punto di decollare, le cinture di sicurezza erano rudimentali, il servo sterzo non era ancora stato inventato (per girare il volante, ci vogliono i bicipiti di Schwarzenegger ; mia madre riesce a maneggiarlo con una mano sola. Terminator, fatti da parte!), lo specchietto laterale destro non era mai stato contemplato (perché, in teoria, si dovrebbe superare solo a sinistra – beata ingenuità dei figli dei fiori).

Pioveva a dirotto sulla via della Pineta Sacchetti. La strada era allagata, perché i tombini, come al solito, sono un opzione trascurabile. Mio padre avanzava cauto sulla strada buia, quando ad un tratto si udì uno scoppio. Mio padre accostò alla meglio. La gomma posteriore sinistra era stata forata da un chiodo vagabondo.

Mio padre uscì fuori, armato di torcia e ombrello, valutò lo stato della ruota, non trovò il crick, borbottò strenuamente sotto i baffi e chiamò in soccorso mio fratello maggiore.

Intanto la pioggia batteva sordamente sul parabrezza e rimbombava con voce metallica nel piccolo abitacolo della vettura. Un silenzio maldestro regnava tra noi due, ragazzine inesperte di guida. Soffocavo dentro al mio goffo piumino della Chevignon che mi faceva somigliare all’omino Michelin, e rispondevo a monosillabi ogni volta che lei mi rivolgeva una domanda. Si sporse di più verso di me, posò la sua mano da pianista sulla mia spalla e mi stregò con il suo profumo, la sua voce soffice, i suoi capelli biondi ed i suoi occhi cangianti.

Non so più come, ma ad un certo punto stavo torturando una palletta di gommapiuma tra le mie mani; sentii un violento rossore pervadere il mio viso, le mie labbra traboccare e sussurrare un timido “ti voglio bene”. Di più non seppi dire. Si avvicinò sempre più al mio viso, la sua mano mi strinse più forte, brividi come onde immense lungo la schiena, la testa fulminata e confusa.

La macchina sussultò e si spezzò l’incanto. Un istante dopo, la portiera si aprì e mio padre si accasciò sul sedile anteriore, fece ripartire la macchina, si scusò per il ritardo e filò in direzione della sua casa.

Al momento di separarci, mi strinse in un lungo abbraccio, stampò un caldo bacio sulla mia guancia, mi rivolse uno sguardo che mi trafisse e che non capii.

Qualche anno dopo, partii per Montréal. I miei occhi si riempirono dei meravigliosi colori dell’autunno, di paesaggi selvatici e resinosi. Il mio cuore si scaldò alla gentilezza delle persone. Vidi un cielo limpido e cristallizzato, vidi la neve scintillare in una pioggia di diamanti, mentre un vento matto soffiava via tutte le mie insicurezze. Dalla mia finestra, in alto sulla collina, la città si stendeva pigra e accoglieva nel suo grembo mille tramonti. Come il Piccolo Principe, mi bastava spostare la mia sedia per godermi centocinquantatré malinconie crepuscolari. E come la volpe, custodivo per sempre la bellezza dei campi di grano e le stelle ridevano per me, al pensiero che lei stesse ridendo in qualche altra parte di cielo.

P.S : Un giorno di sole, pensai bene di lasciare un’infimo spiraglio della finestra aperto, per lasciare asciugare la mia camicia alla boscaiola (non potevo andare in Canada e non avere una camicia di flanella a quadretti). Poi mi accorsi che un fil di fumo si levava dall’indumento appeso in camera. Per via dei trenta gradi sottozero che danzavano allegramente fuori, l’umidità della camicia era stata subito sublimata in vapore ghiacciato. Scoprii così che la manica esposta al venticello era stata congelata.

 

 

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