Beauty is elsewhere

Premessa : Ho una corporatura piuttosto esile ed efebica, nonché lievemente androgina, che mi conferisce un non-so-che di perennemente adolescenziale. Compresi i piedoni goffi.

Il matrimonio di mia sorella maggiore si avvicinava a passi da gigante e sembrava gareggiare con il Tempo in una corsa sfrenata. La mia gemella aveva già trovato uno splendido vestito per la cerimonia e delle scarpette con tacco assolutamente deliziose. Mia madre sapeva già quale bel tailleur indossare, mio padre e mio fratello avevano tirato fuori dal loro scrigno segreto eleganti smoking e scarpe abbaglianti di lucido. La sfida, per mio fratello, era stata di trovare una cravatta turchese, uguale al colore del delicato abitino della sua fidanzata (sono entrami molto romantici).

Mia sorella maggiore e il suo fiancé sono due raffinatissimi esteti. Dovevamo essere tutti perfetti ed elegantissimi. Ma sono anche sportivi appassionati e amanti della pallavolo : ero stata incaricata di rubare loro le scarpe da ginnastica, perché i loro amici avrebbero organizzato una partita di pallavolo “improvvisata” dopo la cena matrimoniale.

La mia proposta di presentarmi in Doc Martens fu dunque censurata immediatamente all’unisono. Mi dovetti arrendere ai tacchi. Dopo estenuanti ricerche, mia madre riuscì finalmente a trovarmi delle scarpe da donna galante, dalla bellezza discreta ed essenziale come un haiku : le scarpette di cristallo di une cenerentola dalle estremità genoveffiane.

Avevo visto un bel vestito da sera in una boutique di Parigi, l’avevo anche provato, ed era veramente splendido. Era di un rosa fucsia (odio il rosa, ma questa è un’altra storia) dalle tonalità cangianti, a volte violette, a volte bordeaux, a seconda della luce. Il decolleté dietro la schiena, però, mi sembrava troppo osé (fa molto trendy-trash parlare franco-anglo-italiano, riuscendo così a deturpare tre lingue in un colpo solo) e quindi mi concedetti qualche giorno di riflessione (anche il prezzo era da urlo).

Qualche tempo dopo, mentre passeggiavamo in via Cola di Rienzo a Roma, capitammo davanti ad una filiale della stessa boutique parigina. Spinta da mio padre e dall’ansia di non aver ancora trovato nulla da indossare per la cerimonia, entrai e chiesi alla corposa commessa (tutta di nero vestita, perché il nero snellisce e conferisce un elegante alone di mistero) se per caso avessero in magazzino un vestito rosa fucsia, e le descrissi il modello che avevo visto a Parigi.

Lei mi squadrò dalla testa ai piedi e mi rispose infine nella dolce e delicata inflessione romana: “Ah, Parigi… bbhè, un vestito fucsia ce l’avemo ma… (altro sguardo inquisitorio rivolto alla mia femminilità appena accennata)… mi scusi se le dico questo, eh… ma insomma, ecco, è più per le bonone!”

Scoppiammo tutti a ridere. Modelle striminzite, fatevi da parte : la haute couture, nella realtà, è per le donne formose!

(Il giorno del matrimonio fu tutta un’avventura : correre sui sampietrini con i tacchi e arrivare quasi in ritardo, mia sorella che si strozza con il velo mentre sale i gradini della chiesa, perdersi nei campi per arrivare al luogo dove si svolgeva il buffet, balli latino-americani sfrenati e partita di pallavolo scatenata fino alle prime ore del mattino – non si vide mai sposa più temibile in attacco e sotto rete. Chicchi di riso furono ritrovati nelle pieghe dei vestiti per almeno due mesi dopo il gioioso evento).

 

 

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