Archivi del mese: novembre 2011

Worlds Within Words

Le parole esprimono concetti, realtà e pensieri. Un sistema linguistico, quindi, esprimerebbe una certa visione del mondo legata in parte ad una certa società, ambiente familiare o inclinazione individuale.

Un piccolo esempio :

Nella Francia cartesiana, il termine “versatile” possiede una sfumatura negativa. “Versatile” equivale a “incostante”, “indeciso”, “capriccioso”, “volubile” (in francese, “volubile” significa chiacchierone).

Versatile” rappresenta, nella mentalità francese, un dongiovanni intellettuale che sfarfalla in ogni materia, senza mai approfondire il pensiero, che è quindi destinato a rimanere alla stato embrionale. Naturalmente, non si può fare affidamento (poiché è già volato in altre lande filosofiche) su questo tipo di indole lunatica.

In Italia, il termine “versatile”, al contrario, è un aggettivo positivo : è sinonimo di “eclettico”, “adattabile”, “multiforme”, “poliedrico”. Filosofia del “m’arrangio” sotto il suo più nobile aspetto.

Ecco perché in Italia il Barocco e l’Umanesimo, in Francia il Classicismo e l’Illuminismo (collaborazione di diversi specialisti). Rivalità tra cugini.

…Ecco il perché di Berlusconi, delle valse dei politici, e del governo più mutevole di Proteo? …ecco il perché di Sarkozy, roi-soleil tascabile?

No comment.


Street Spirit (Fade Out)

Chissà perché una vaga malinconia si accomoda così bene in un cielo nuvolo e ammantato di grigio. Si adagia sensualmente in quel mondo ovattato dove si respira attesa, neve e verità velate.

Il raggio di sole è troppo crudo, ci invita alla gioia, alla danza, alla speranza. L’inverno invece, ci rivela l’insostenibile leggerezza dell’essere tra le sonate beethoviane dei rami secchi e annebbiati. Intimità devastanti di delicatezza.

Tutto scorre, ma il fiume dell’eterno ritorno non è mai lo stesso. Immerse your soul in love.


Why so serious?

Nella metro in genere le persone si ignorano cortesemente. Ogni tanto sale nei vagoni un bravo musicista, un mendicante, un pazzo furioso che grida la sua solitudine e le sue ossessioni. Ogni tanto la moglie tradita incontra l’amante del marito e le due iniziano a picchiarsi ferocemente, quasi possedute da tutte le tresche di Beautiful.

Quando sorridi semplicemente perché sei felice e per caso gli sguardi si incontrano, si possono presentare tre reazioni nelle seguenti proporzioni:

-l’altra persona, vedendoti sorridere, ti sorride a sua volta (miracolo! 0, 005%)

-l’altra persona vorrebbe sorridere, ma per pudore/stanchezza/inerzia/indifferenza abbassa gli occhi o volge altrove il suo sguardo (40%)

-l’altra persona ti fulmina o ti considera con una smorfia infastidita, come se fossi un alieno o  un selvaggio del Borneo, ingrugnandosi per l’invidia e ammantandosi nella sua nuvoletta nera di malumore (“Ma che avrà da ridere quel beota??”) (59, 995%)

Métro-boulot-dodo. La triste routine del cittadino yuppie.

A me piace passeggiare per la città, nei quartieri che conosco oppure no, cambiare linea di metro o bus, scendere ad una fermata di cui so solo il nome per vedere cosa c’è lì intorno. Mi piace curiosare, fare un po’ la straniera, assaporare un itinerario in tutte le sue piccole bellezze ed orripilanti segreti. Mi diverto a trasformare tutto in avventura. La Senna, i grattacieli della Défense, il canale St-Martin, i treni che sfrecciano sui ponti, con le finestrelle illuminate, pieni di volti e vite sconosciute.

Ogni tanto, nel tragitto all’aria aperta del treno, vedo la gente nelle case, le grandi biblioteche, il bagliore intermittente e bluastro della tivvù (a Parigi non ci sono le tende, oppure sono trasparenti. Ognuno deve poter dare un’occhiata al lusso, alla raffinatezza, mentre le stanzette buie si affacciano su cortili meschini). Mi viene in mente Balzac ed i suoi vividi scorci domestici rubati alla commedia parigina, come in Le Père Goriot.

Tutto questo per dire che ho finalmente ricevuto la mia tessera annuale per i trasporti in Ile-de-France. I biglietti, in effetti, costano tantissimo e quindi sono stata costretta a limitare i miei movimenti. Potrò riprendere i miei vagabondaggi e sollazzarmi nel vedere tutto con occhi nuovi.

Mia madre, quando le annunciai la buona notizia, si esclamò : “E quindi non ti si rivede più? Ricominci a fare la gatta di strada?” Miao.

Come nella canzone di Manu Chao :

Me llaman el desaparecido 
Que cuando llega ya se ha ido 
Volando vengo, volando voy 
De prisa de prisa a rumbo perdido 
Cuando me buscan nunca estoy 
Cuando me encuentran yo no soy 
El que está enfrente porque ya 
Me fui corriendo más allá 
Me dicen el desaparecido 
Fantasma que nunca está…

E mi accorgo di quanto io possa essere egoista : desidero andare e venire come mi pare, ma voglio avere un posto in cui tornare, una persona cara che sia lì ad accogliermi.

Irrequietezza contraddittoria. Non so dove mi conducano i miei passi, ma il brivido del viaggio… quel magico momento in cui il treno scrolla lento i suoi vagoni, i paesaggi che sfilano, le città che si allontanano, le mucche, i campi, la cantilena dei binari. Quell’istante in cui l’aereo si solleva, lo stomaco si chiude, il cervello si chiede cosa ci sarà mai oltre quelle nuvole. Chiudere la porta e andare, camminare e sorridere.

Tutto passa e tutto resta,
però il nostro è passare,
passare facendo sentieri,
sentieri sul mare.

Mai cercai la gloria,
né di lasciare alla memoria
degli uomini il mio canto,
io amo i mondi delicati,
lievi e gentili,
come bolle di sapone.

Mi piace vederle dipingersi
di sole e scarlatto, volare
sotto il cielo azzurro, tremare
improvvisamente e disintegrarsi…
Mai cercai la gloria.

Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando.

Camminando si fa il sentiero
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.

Viandante non esiste il sentiero,
ma solamente scie nel mare..

Antonio Machado, Provervios y Cantares


Call me (not)


Ieri ho visto Report, con la super-professionale Milena Gabanelli, a proposito dei telefonini.

Che la ricerca scientifica fosse finanziata e quindi manipolata dalle grandi industrie direttamente interessate non è una novità. Giravano già delle voci sulla presunta pericolosità di tutti questi aggeggi magnetici che teniamo sempre vicino all’orecchio o nelle tasche. Ma si sa, la sindrome di Cassandra è un fenomeno umano vecchio come il mondo.

Sinceramente, non mi piacciono molto i cellulari. Trovo che siano spesso abusivamente utilizzati. Sarò un dinosauro spocchioso, ma mi infastidiscono i trilli improvvisi in biblioteca, al cinema, alle conferenze, a tavola, mentre leggo un libro, mentre ascolto musica. Né mi garba la gente che grida nella metro per farsi sentire dal suo interlocutore, tra il frastuono delle rotaie, le porte che si aprono, il segnale di chiusura che si aziona, mentre i passeggeri tutti intorno tendono l’orecchio per impicciarsi o alzano la voce per chiacchierare tra di loro. Per non parlare di quelle orrende suonerie e salva-schermo di pessimo gusto, con volgarissime voci pernacchianti o abominevoli gattini virtuali che miagolano e cantano in falsetto per notificare una chiamata.

Preferisco i messaggini. Sono molto più discreti, li apri quando vuoi, rispondi quando vuoi.

Sarà che non capisco il concetto di “reperibilità istantanea”. A volte mi piace stare per i fatti miei, tranquilla, senza che nessuno sappia esattamente cosa sto facendo o dove sono. Lo trovo riposante. In ogni caso, non rispondo mai quando sono per la strada o sui mezzi pubblici. Richiamerò appena sarò giunta in un luogo tranquillo, lontano dal brusìo della città, dove potrò ascoltare senza difficoltà chi ha tentato di contattarmi.

La mia antipatia per i cellulari è probabilmente scaturita, inoltre, da un incidente che mi capitò qualche anno fa : fui presa di mira da uno stalker molto ostinato, che mi importunò per più di un anno, provocandomi una tale stanchezza emotiva da farmi cadere in nevrosi. Dovetti cambiare scheda sim e numero. Da allora, rispondo solo se conosco il numero che appare sul display. (Denunciate, denunciate chiunque vi infastidisca e vi sottoponga ad un tormento morale e fisico prolungato e logorante.)

Sono ingiusta. Il telefonino ha la sua utilità. Per esempio, in caso di emergenza, per contattare la polizia, l’ambulanza, i pompieri. Per chiamare ogni tanto gli amici lontani e un po’ nomadi, che cambiano indirizzo come le rondini.

Ma quando vedo le persone che smanettano a tutta velocità sui loro blackberry o iphone, con lo sguardo inebetito e il collo teso dallo stress, o che devono rispondere a chiamate di lavoro anche nel weekend o comunque fino a tardi in serata… oppure i genitori che propinano ai figli queste baby-sitter-con-gps-integrato, videocamera e macchina fotografica digitale, wifi, etc., con le quali i loro pupetti possono registrare tutte le loro bravate e caricarle sui diversi network sociali… Sempre in contatto con gli amici, viva la tribù telefonica! Internet anche sulla spiaggia! Il telefonino multi-uso per combattere la noia e la solitudine, colmare il vuoto affettivo, soddisfare le piccole e naturali vanità dell’ego (“evviva! qualcuno mi ha cercato, esisto!”).

Mi vengono in mente gli animali nella giungla con i collari di monitoraggio. Il cellulare, strumento volontario di libertà condizionale, travestito da libertà assoluta. Chissà cosa avrebbe detto Darwin a proposito di questa nuova evoluzione della specie umana. Pollice opponibile allungato, collo da tartaruga, occhi miopi, denti mosci, deretano piatto, spalle curve, abbronzatura uv-arancione, cervello elettro-magnetizzato. Hihihi.

Visione totalmente parziale e distorta, lo ammetto. Anche un po’ antiquata. Ma non mi piace essere presa in giro in maniera così spudorata.

Voglio essere uno Sherkan o un Baloo, libera e contenta nella mia discreta dimora fogliuta, a grattarmi la schiena contro una palma e ballare con una gonnella di banane mentre canto un inno alla gioia di vivere. (le banane fanno bene al cervello, sono una ricca fonte di potassio).


Open me carefully

Safe in their alabaster chambers, 
Untouched by morning and untouched by noon,
Sleep the meek members of the resurrection,
Rafter of satin, and roof of stone.

Light laughs the breeze in her castle of sunshine; 
Babbles the bee in a stolid ear;
Pipe the sweet birds in ignorant cadence –
Ah, what sagacity perished here!

Grand go the years in the crescent above them; 
Worlds scoop their arcs, and firmaments row,
Diadems drop and Doges surrender,
Soundless as dots on a disk of snow.

Emily Dickinson

La vita è piena di sorprese. Il nostro gatto, per esempio, è ghiotto di pizza, melone, e gelato al pistacchio. Beve solo acqua corrente. In realtà gli piace osservare l’acqua che scorre. Forse si chiede da dove esce fuori, quale strano tragitto ha compiuto prima di sgorgare dal rubinetto (la pistola ad acqua non riceve tale attenzione curiosa – suscita piuttosto un moto immediato e quasi pavloviano di fuga). Dovevamo chiamarlo SuperMario…

La vita è piena di sorprese. Quando studiavo Biologia all’università, mi meravigliava la lampante rivelazione che ogni tanto mi balenava nell’animo : gli organismi sono comunità complesse di cellule che hanno sacrificato in parte la loro totipotenza e indipendenza per assicurare una collaborazione vitale. Milioni di cellule comunicanti, milioni di forme di vita che interagiscono in maniera dinamica e convivono più o meno pacificamente. In quegli attimi di estrema lucidità, mi sembrava di scorgere oltre la Matrice : vedevo sfilare i codici binari della vita in un delirio di onnipotenza e alienazione. Pensai che questa folgorante bellezza misteriosa della natura mi avesse fatto impazzire. Cross-over genetico. O forse queste allucinazioni erano provocate dal non identificato vapore dal vago sentore di gamberetti fritti che emanava dai pozzi dei laboratori sotterranei. Mentre attraversavamo questa zona a rischio, trattenevamo tutti il respiro. Anche descriverlo toglie il respiro.

Alcuni autori sembrano aver previsto con sorprendente lungimiranza il futuro dell’umanità. Jules Verne, nei suoi spettacolari romanzi, specchio del positivismo del XIXmo secolo, ha raccontato dei viaggi sulla luna, del sottomarino, della televisione. Wells, alle porte del ventesimo secolo, scrisse della favolosa macchina del tempo. Orwell e Bradbury hanno immaginato una società ipertecnologica, il cui progresso la cui stabilità sociale viene garantita attraverso ignoranza e totalitarismi, dove la libertà di pensiero e la parola vengono traviate, travisate e censurate. Ancora più frequenti sono gli incontri di terzo tipo. Pensare di essere le uniche forme viventi razionali nell’universo non è diverso dall’antica concezione geocentrica del sistema solare e antropocentrica della natura.

Come hanno fatto? Come ha potuto la loro potente immaginazione ideare tutto ciò? Avevano forse una palla di cristallo? Erano uomini del futuro, Terminator letterari?

Mendelssohn, incrociando piantine di piselli nel suo orto, ha scoperto le basi della genetica : esistevano dei “corpuscoli”, tutti da identificare, che trasmettevano certi caratteri in eredità. Mendeleev, stabilendo la tavola periodica degli elementi chimici, ha lasciato dei vuoti tra le caselle degli elementi conosciuti ; in quegli spazi da riempire, egli lanciava una sfida agli scienziati futuri : scoprire quegli atomi la cui esistenza è stata additata come probabile. Si trova quando si cerca…

Alcuni uomini progettano qualcosa che altri realizzeranno quando i tempi saranno maturi. Come i videogiochi interattivi e senso-reattivi, la realtà virtuale. Recentemente, si è scoperto che i neutrini viaggiano ad una velocità superiore alla luce : la teoria della relatività deve confrontarsi con le sue zone d’ombra. I viaggi nel tempo diverranno infine possibili? E il teletrasporto? Esploreremo mondi paralleli? Scavalcheremo le ere?

Mary Shelley, con il suo Frankenstein, mise in scena l’ambizione umana di sconfiggere la morte e la sua viltà nell’affrontarla. Oggi si cerca di respingere la vecchiaia e la morte a colpi di botulino e polmoni artificiali. La medicina ha raggiunto traguardi ammirevoli. Forse un giorno ci cloneremo o rimpiazzeremo gli organi malandati con alter-ego staminali, come nel romanzo di Kazuo Ishiguro. O forse creeremo una terrificante Gattaca.

Intanto la vita continua. Panta rei. La vita e la morte. La morte, cellule stanche o ribelli che non vogliono o non possono più collaborare. Cos’è la morte? dove si va, quando si cessa di vivere? Non lo sappiamo. E questo ci spaventa. È l’abisso, è un varco. Un mistero da svelare piano piano. A volte ci attira, come l’affascinante ed improvvisa vertigine sul ciglio del burrone, alla svolta di un sentiero di montagna solitario. Spesso la sfidiamo, e lei ci sorride dolce e beffarda.

La morte ci accompagna sempre, è l’altro volto necessario della vita. Ma l’ignoriamo, fingiamo di non vederla, la demonizziamo, perché sconvolge le nostre certezze. La scongiuriamo attraverso mille rituali diversi. Le chiudiamo la porta in faccia.

Aspiriamo a l’eternità, noi  fantasiosi mortali, in bilico tra l’ideale e la materia.

Behind Me — dips Eternity —
Before Me — Immortality —
Myself — the Term between —
Death but the Drift of Eastern Gray,
Dissolving into Dawn away,
Before the West begin —

‘Tis Kingdoms — afterward — they say —
In perfect — pauseless Monarchy —
Whose Prince — is Son of None —
Himself — His Dateless Dynasty —
Himself — Himself diversify —
In Duplicate divine —

‘Tis Miracle before Me — then —
‘Tis Miracle behind — between —
A Crescent in the Sea —
With Midnight to the North of Her —
And Midnight to the South of Her —
And Maelstrom — in the Sky —

Emily Dickinson

Siamo passeggeri ostinati. Così la morte ci coglie impreparati, a meno di essere un samurai o la sua versione fantascientifica, lo Jedi. La morte sorprende anche i sopravvissuti con la perdita delle persone care. Dolore e rimorso da affrontare, fantasmi che tornano all’assalto. Illusioni infrante e duro ritorno alla realtà.

Cos’è l’Eternità? esiste davvero? Rimbaud ne colse l’evanescente essenza in una visione :

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

L’Eternità è condivisione, è partenza, è l’attimo sublime in cui tutto sembra unirsi in un’armonia celeste. L’Eternità è la sfida posta al futuro, è il ricordo ancestrale da ritrovare, feconda e ideale reminiscenza platonica. Non credo che viva nella sola permanenza di cellule. Sarebbe molto noioso. Finiremo con il tediarci inesorabilmente di noi stessi, come i giganti filosofi nel Microméga di Voltaire.


Ironic

Non è facile essere stranieri. Non è facile essere autoctoni. Non è facile essere uomo. Non è facile essere donna. Non è semplice essere omosessuale, eterosessuale, asessuale, bisessuale, etc. Non è semplice essere originali, né emulare elegantemente o far rivivere le tradizioni. Non è facile avere figli, o crescerli.

 

Non è facile essere giovane, anziano, in piena crisi di adolescenza, in piena crisi di mezza età. Non è facile dire di no, non è sempre facile dire di sì. Il “ni” è tanto usato, se non abusato, ma poco lungimirante. Non è facile essere poveri, ricchi, soli, sovra-affollati. Non è facile imparare. È più comodo dimenticare. Protezione civile. Responsabilità. Doveri. Reperibilità. Educazione. Società barcollante. Umanità. Solidarietà. Progresso. Tecnologia. Produttività. Efficacia.

Qualche tempo fa, mi dicevano che parlavo francese con l’accento italiano. Nove anni dopo, un’italiana mi ha detto che avevo un certa inflessione francese nel mio italiano. Non credeva che io fossi italiana. Subdolo mimetismo o ironia della sorte? Sarei quindi una mezza italiana, solo perché la mia educazione si è prevalentemente svolta a Parigi?

Chi ha detto che vivere è facile o difficile? Chi sventola opinioni come se fossero realtà assolute? Forse essere tragici aiuta ad apprezzare la vita? oppure è uno stile di vita…

Si costruiscono muri per ripararsi, ma anche e sopratutto per separare, non vedere, non sentire. Sono frontiere, barriere, sistemi di isolamento. A volte i muri crollano, a volte si scavalcano o si colorano di graffiti impertinenti e ribelli. Ma i muri di parole? i muri di silenzio? Che senso hanno tutte queste espressioni, queste categorie?

Rimettiamo in questione le parole e i muri dei pregiudizi.

La ruota della fortuna gira, gira, e capovolge poeti, re e prigionieri.


A Book’s Life

 

“O me! O life!… of the questions of these recurring;
Of the endless trains of the faithless–of cities fill’d with the foolish;
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light–of the objects mean–of the struggle ever renew’d;
Of the poor results of all–of the plodding and sordid crowds I see around me;
Of the empty and useless years of the rest–with the rest me intertwined;
The question, O me! so sad, recurring–What good amid these, O me, O life?

Answer.

That you are here–that life exists, and identity;
That the powerful play goes on, and you will contribute a verse.”

Walt Whitman

 

Giocai ad essere un rampante Rastignac nella commedia umana del ventunesimo secolo, gridando alla crudele Parigi voluttuosamente stesa ai miei piedi : “A noi due, ora!” e fui una novella ed illusa Mme Bovary persa dietro alle sue velleità passionali, Don Quixote femminile lanciata contro mille mulini a vento. Cercai il mio giardino segreto e desiderai avere un usignolo per amico. Soffrii i dolori lancinanti del Giovane Werther e mi inflissi infinite piccole morti, fino a rinascere nell’ironia filosofica di Voltaire. Corsi alla ricerca del tempo perduto, attraversai  lande sconosciute popolate da androgini e lilipuziani, navigai verso l’isola del tesoro. Moby Dick mi affondò e finii mille leghe sotto i mare.

Vidi il palazzo del Dio del Mare, e come Urashima Taro ritornai invecchiata di cent’anni. Sognai di seguire Chatwin sulle tracce dello yeti. Il gatto nero di E.A. Poe mi intercettò, un cuore palpitante sotto i miei passi mi aprì la via. Scesi nell’inferno scarno di Beckett, nell’ossessionante compagnia a porte chiuse di Sartre. L’enfer, c’est les autres. Rimbaud disse Je est un autre. Allora l’inferno sono io. Ognuno sarebbe il demonio di se stesso? Venni travolta dai flussi di coscienza della Woolf, come le onde infrante sulla via del faro. Capii da Buzzati che la vita è un’infinita, agognata attesa, e Baudelaire mi insegnò a vedere la bellezza del bizzarro. 

Mi sentii molto Hemingway quando, a vent’anni, mi sedetti ad un tavolino di una brasserie (locale un tempo a me proibito per via della densa coltre di fumo che ne ottenebrava ogni angolo -benvenuti sul nebbioso pianeta Dagobah), con il mio micro-caffè e la mia fitta sciarpa, mentre scribacchiavo vanamente su un taccuino nero il brusio dell’umanità che mi circondava.

Fantasticai sulla Biblioteca di Babele, sui labirintici misticismi di Borges : esiste davvero un’unica parola che possa esprimere la poesia la più sublime, tanto sublime da togliere la vita, perché è la vita stessa che vola dalla bocca attraverso quel suono?

Poi arrivò il conto. Tutt’ad un tratto, ebbi la sgradevole sensazione di trasformarmi nell’abietto Ebenezer Scrooge. Io, però, ero senza un quattrino.

I libri aprono nuovi orizzonti. So che è quasi un’eresia, ma leggendo, mi sento più viva e mi sembra di capire meglio come gira il mondo. Perlomeno comprendo qualcosa in più su di me. In un certo senso, sono un filtro benefico che mi protegge, almeno in parte, dagli schiaffi della vita. No, non è vero. Non possiamo schivare (tutti) gli uppercut del destino. Ma i libri sanno lenire il bruciore dell’irrequietezza.

E voi, qual à la vostra storia, la vostra rima, il vostro silenzio?