Where’s the Poet?

WHERE’S the Poet? show him! show him,
Muses nine! that I may know him.
‘Tis the man who with a man
Is an equal, be he King,
Or poorest of the beggar-clan
Or any other wonderous thing
A man may be ‘twixt ape and Plato;
‘Tis the man who with a bird,
Wren or Eagle, finds his way to
All its instincts; he hath heard
The Lion’s roaring, and can tell
What his horny throat expresseth,
And to him the Tiger’s yell
Come articulate and presseth
Or his ear like mother-tongue.

John Keats

Come si capisce che une poesia è bella? Cosa significa essere poeti? Come si riconoscono?

La bellezza è forse in un ritmo particolare, un’immagine nuova e sorprendente, un’espressione ardita? Oppure seduce per l’apparente spontaneità dell’emozione? Come una voce lontana, millenaria eppure sempre nuova e brillante, che riecheggia nello spirito dei viventi?

Si dice che l’amore rende tutti poeti. Secondo la leggenda, infatti, la poesia affascina e fa svenire le fanciulle in deliquio. Così almeno disse Keating nel meraviglioso film The Dead Poets Society.

Un mio amico, per esempio, iniziò a scrivere per sedurre una ragazza. Purtroppo non funzionò. C’è una sorta di diffidenza implicita nei confronti del sentimento amoroso espresso in forma poetica. Quasi come se scrivere significasse uccidere il sentimento nel cuore per immortalarne la vibrante ombra sulla carta. Appuntare le ali del turbamento con le parole. Allora la poesia sarebbe morte, menzogna, distanza, passato. Platone ha ragione. Dannazione. Il poeta è un mentitore e la poesia è per essenza insincera. Eppure ci emoziona con sincerità. La sua versatilità ci attrae, possiamo impossessarcene o lasciarci possedere, come l’illusione di un amore impossibile che coltiviamo in segreto per illuminare e nobilitare i desideri più reconditi.

Una replica brillante dell’ultima versione cinematografica di Orgoglio e Pregiudizio mi sembra illustrare bene questa ambivalenza della poesia:

Elizabeth Bennet: And that put paid to it. I wonder who first discovered the power of poetry in driving away love? 
Mr. Darcy: I thought that poetry was the food of love. 
Elizabeth Bennet: Of a fine stout love, it may. But if it is only a vague inclination I’m convinced one poor sonnet will kill it stone dead 
Mr. Darcy: So what do you recommend to encourage affection? 
Elizabeth Bennet: Dancing. Even if one’s partner is barely tolerable. 

Nelle mie reminiscenze infantili, tra i mormorii del vento e il profumo dei cedri dalle dita d’argento che danzavano in un cortile solitario, risorge un’impronta, un’illuminazione dell’istinto : ricordo di essere stata profondamente stregata dalle figure di Omero e Orfeo. Anch’io volevo vagare per il mondo, cetra in mano, cantando la misteriosa armonia della vita e le meravigliose storie sussurratemi dalle Muse, dei ed eroi, mentre le Ninfe e i Satiri avrebbero danzato intorno a me. Tuttavia, mia madre mi ricordò che ero una femminuccia : non voleva che io diventassi cieca o che venissi divorata da un puma errante nei boschi (le madri sanno sempre trovare il miglior argomento – ed è buffo, ripensandoci, che si potessero incontrare dei feroci leoni in ogni angolo della Grecia Antica). Allora decisi di diventare come Saffo : mi appariva così luminosa e pura nel suo peplo bianco, mentre si chinava sulla sua lira per intonare la sua appassionata ed elegante composizione. Eh sì, sono sempre stata modesta nelle mie scelte.

Sarà vero che esiste un modo di scrivere maschile e uno femminile? Se così fosse, in cosa si distinguono? Perché Virginia Woolf e Sylvia Plath hanno tentato di esplorare la femminilità del loro stile? Esiste l’androginia poetica?

Che dire? Citando Enrico la Talpa in una striscia di Lupo Alberto, “Cade la foglia quando ne ha voglia.” Riflessione molto zen.

E come sempre, troppe domande, troppe troppe domande. Ma forse è solo un tentativo per cambiare punto di vista, per vedere la realtà sotto un altro aspetto. Io che si espande in te per diventare noi. Vanità dello spirito. Je est un autre. Endgame.

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