Diario di un’ossessione

 

I carry your heart with me (I carry it in
my heart) I am never without it (anywhere
I go you go, my dear; and whatever is done
by only me is your doing, my darling)

                                    I fear
no fate (for you are my fate, my sweet) I want
no world (for beautiful you are my world, my true)
and it's you are whatever a moon has always meant 
and whatever a sun will always sing is you

Here is the deepest secret nobody knows
(here is the root of the root and the bud of the bud
and the sky of the sky of a tree called life; which grows
higher than soul can hope or mind can hide)
and this is the wonder that's keeping the stars apart

I carry your heart (I carry it in my heart)
E.E. Cummings.

Ripensandoci, non era il mio cuore ad essersi infranto. Più semplicemente, erano le illusioni di cristallo con le quali lo avevo accerchiato. Soffocato. Represso. Dissanguato.

Sapevo che non sarei rimasta a lungo al Talete. Prima di iscrivermi al liceo, i miei avevano trascorso tutta l’estate a litigare, perché mia madre voleva che restassimo allo Chateaubriand. Eppure cullavo una remota speranza…

Già due anni prima, al momento di lasciare Parigi per la prima volta, i miei si erano ferocemente scontrati, perché mia madre voleva mandarci alle medie dalle suore del quartiere (cof cof).

Ma io volevo andare al liceo italiano. Avere degli amici italiani… Avere degli amici. In Francia si cambiava classe ogni anno e non ero così estroversa da poter conoscere i miei compagni ed imparare a fidarmi in un tempo così ristretto.

Mi impuntai. Andai al Talete.

Ero così emozionata di potere parlare italiano al di fuori dalla mia famiglia! Di poter scrivere in italiano! Sarei riuscita a seguire le lezioni? E come cavolo si piegano quei maledetti fogli protocollo?

Tuttavia, mia madre non demorse ; tutte le mattine, mi svegliavo con il terrore di sentirmi dire che dovevamo ritornare al Lycée Français de Rome. Dovevamo svegliarci all’alba, mia sorella ed io, prendere i nostri due zaini di una dozzina di chili ognuno, uno con i libri del Talete, l’altro con i manuali dello Chateaubriand e prepararci ad ogni eventualità.

Mio padre ci accompagnava in macchina : lungo la lussureggiante e selvatica Panoramica, i miei discutevano ancora e ancora. Gli stessi rimproveri. Gli stessi vecchi rancori che riversavano la loro morbosa bile, come ferite mal curate.

Intanto, alla fine di quelle tortuose curve e andirivieni del pensiero, il fatidico semaforo si avvicinava. A destra, Chateaubriand. Dritto, il Dante e il Talete. Mio padre, esasperato, inseriva la freccia. Ad ogni battito del lampeggiante sul quadrante, la mia disperazione si acuiva e pulsava follemente nelle mie orecchie, mentre il silenzio mi stringeva la gola con il nodo dell’impotenza.

All’ultimo momento, la macchina proseguiva dritta. A volte, ci recavamo fino allo Chateaubriand, dove incontravamo la responsabile delle iscrizioni, che esponeva per l’ennesima volta ai miei genitori il protocollo di ammissione al liceo.

Allora entravamo in seconda ora al liceo italiano. Passavo anche intere giornate senza rivolgere la parola a nessuno, nonostante conoscessi già dal secondo giorno i nomi di tutti i miei compagni di classe, perché avevo paura di affezionarmi.

Pensavo che avrei sofferto di meno, se fossi rimasta un’estranea, un’ombra piccola piccola ed esotica laggiù, all’ultimo banco, nel caso in cui le mie speranze mi fossero state strappate dalle mani, “per il mio bene”.

Questo ping-pong emotivo si ripeté ritualmente fino a metà febbraio, quando la responsabile francese decretò che ormai era troppo tardi per integrare i corsi presso il loro istituto.

Conobbi così le gioie del Brocca, e fui deliziata per un anno dalle puntate della Tv-Mondello murale, tracciata con un gessetto ramingo sulla parete frontale del nostro cubicolo scientifico, accanto alla lavagna: “I Promessi Manzi di Sposoni!”, “La Maledizione del Piji Tre!” e tutte le formule di trigonometria buttate qua e là con nonchalance sotto l’aspetto di strani ieroglifici egizi, prima del compito di matematica.

Gli insegnanti, ormai, non badavano più a tutte le creative idiozie del nostro class-media alternativo. E noi scordammo di copiare.

Di ritorno a Parigi, Roma mi mancava.

Mi mancava la sua calda luminosità, la sua segretezza, le sue case languidamente adagiate sulle colline bagnate dal Tevere biondo di melma, le sue alte mura ricoperte di edera che nascondono giardini segreti e palazzi meravigliosi.

Mi mancavano anche i suoi sampietrini infernali, che facevano traballare paurosamente i vetusti e mastodontici autobus in un inquietante e assordante fracasso di ferraglia : ad ogni salto, immaginavo che la vettura potesse perdere un pezzo o frantumarsi come una costruzione di Lego instabile.

Ripensavo con nostalgia al lungotevere, ai suoi platani dalla folta chioma che si chinano sul fiume. Le radici che spaccano il cemento. Le rondini al tramonto sul Castel Sant’Angelo.

(Gli storni che mi bombardavano di semi e bacche parzialmente digerite mentre aspettavo il 913 a via delle Milizie, curiosamente, però, non mi mancavano affatto.)

Roma è la città che mi sfuggirà sempre. Dovrei capirlo.

Ma più di tutto, mi mancava lei.

Lei, lunatica ed inquieta, preziosa come una pietra d’oriente, pallida e misteriosa come un lago di notte.

Potevo rifugiarmi nelle più recondite stanze dell’anima, anelando ad una solitudine che mi desse un po’ di quiete : spingevo delicatamente la porta, e vi trovavo lei.

Parigi era scintillante e coquette, ma così vuota, così vuota senza di lei.

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