Mystery Bean

(patrie)

Ha cambiato di lingua e di nome
e il cielo ha una linea diversa
e ci sono colline
ma non uno tra i fiori che a mazzi
le riempivano i giorni al mercato.
Entra in case stracolme di oggetti,
li pulisce,
stupita vi sia tutto quel ben di dio
cui nessuno oramai fa più caso.
Le persone le sembrano strane,
lamentandosi stanche di rabbia
eppure non si scava patate o carbone,
né si ammassano in fuga nei camion.
Gli uomini, quelli, più o meno gli stessi
certo non bevono tanto
ma ugualmente ci provano gratis.
Sa di essere stupida e brutta,
non importa, ha gli occhi pervinca
e sorride e insiste daccapo.
Preferisce i colori sgargianti,
tutti i fucsia e i verde del mondo,
troppi morti alle spalle,
è riuscita a portarsi suo figlio.
Fino a sera spolvera e lava
al ritorno, preparata la cena,
finalmente si spoglia,
respira, in un amen di lingua d’infanzia
a un suo dio che sicuro la ama:
le radici le hanno le piante,
donne e uomini hanno le gambe.

Viola Amarelli, Le nudecrude cose e altre faccende

 

Mi sono sempre piaciute le piante. Soprattutto gli alberi. Un mio amico, prendendomi in giro e conoscendo l’ombrosità del mio carattere, mi disse : Perché non parlano. Forse. O forse no. Semplicemente, mi sento immensamente più al sicuro da sola in un bosco piuttosto che persa in una folla cittadina stressata e anonima. La solitudine della moltitudine mi stordisce. Ci sono giorni in cui la vita mi ferisce a tal punto che vago per le strade come un fascio di nervi senza epidermide, sconquassato dal più piccolo urto. Dove corrono tutti? Dove corro anch’io? E davvero, corro? oppure tutto gira intorno a me come una galassia estranea, eternamente vacillante ai bordi di un abissale buco nero? È tutta colpa della crisi, mi sento dire. Quel grigiore che ci opprime. Ma come, ho tutto quello che posso desiderare. Anche di più. Desidero persino ciò che non vorrei mai desiderare. Oh, no, non è la crisi. Lo sconforto è più profondo. Siamo malati di tedio. Infinito tedio dell’anima.

Allora, quando i pensieri meschini diventano troppo insistenti, metto un po’ di musica nelle mie cuffie orecchiute (mutanti ipod, join us!), alzo il volume ed il mondo mi sembra danzare, danzare felice e grottesco.

In queste miti giornate d’autunno, Parigi svela il suo fascino velenoso. I suoi ponti slanciati che si gettano eleganti sopra la Senna, i platani malinconici e quasi tutti denudati, il suo cielo ovattato sopra le onde grigie dei tetti, la luce debole ed irreale che lasciano trasparire. L’autunno è un pittore impressionista che mischia abilmente i suoi colori per suscitare una rêverie delicata e suggestiva. Respiro piano, perché anche il più lieve respiro potrebbe turbare il paesaggio assopito. E se questa vita arrugginita bruciasse i miei polmoni? Perché mi sento ardere dentro, come un mucchio di ceneri ravvivate dalla brezza? L’odore di foglie morte e pioggia mi inebria. È il profumo dei ricordi, un’umidità che pervade le ossa e annebbia la mente.

Otto anni fa, prendemmo un biglietto solo andata per Parigi. Di nuovo, di nuovo in questa città che mi divorava di solitudine. Quando scesi dall’aereo a Roissy-Charles de Gaulle, un cielo greve e severo ci accolse. Era un autunno molto freddo ; l’inverno sarebbe stato gelido. Senza che me ne accorgessi, il mio cuore si frantumò in mille microscopici frammenti. Restai a fissarli, aspettando che un raggio di sole suscitasse, da quei prismi rotti, nuovi arcobaleni. Intanto la città si specchiava in bianco e nero sulle pozzanghere dei boulevard.

Quanto ho vagato per le sue strade, aspettando la mia rivincita. Camminare, camminare ancora, senza una mèta, ma sempre verso l’orizzonte, quell’orizzonte di promesse, agognato al-dilà. Camminare come se non dovessi tornare mai.

Gli alberi non parlano. Gli alberi non abbracciano. Ma si innalzano immensi verso il cielo, forti sulle loro radici. Non importa che siano storti e nodosi. Tendono nobilmente le loro dita scheletriche verso la libertà. Gli alberi non parlano, eppure il vento gioca con le loro foglie come pendoli impazziti che sibilano un inesorabile istinto : Vivi, vivi.

In ogni luogo in cui sono stata serena, in cui ho pensato di poter restare oppure di poter tornare, ho piantato un seme. Non si sa mai. Dovesse spuntare un fagiolo gigante per oltrepassare le vette dei miei assurdi desideri.

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