Archivi del mese: settembre 2011

Libera nos…

A proposito di libri intonsi… mi è tornato in mente un episodio dei primi anni di liceo.

La nostra professoressa di storia e geografia era una donna piccola piccola e tutta tonda. Eppure,  dietro a quell’apparenza morbida e benevola si celava un’implacabile convinzione : l’insegnante aveva la sacrosanta missione di “sviluppare la personalità degli studenti e di ampliare le sue conoscenze personali.” La sua espressione preferita era : “Lo sapevate?” (il -va- era particolarmente acuto) e dopo un silenzio da suspense televisivo, aggiungeva con un sorriso da Stregatto, “adesso lo sapete!”

Perciò, ci proponeva spesso e volentieri delle lezioni alternative.

La prima ora del prima giorno di primo liceo, per esempio, dopo le dovute presentazioni, ci portò in giro per l’istituto, con il compito di disegnarne la mappa. Scoprimmo così che l’edificio era stato concepito secondo una struttura triangolare, sviluppata su sette piani. Peccato che dai miei schizzi compariva una strana forma dodecaedrica e lievemente trapezoidale, trasfigurata in diversi alter-mondi paralleli. Incollai le prime pagine del mio quaderno per sigillare la prova irrefutabile della mia totale distorsione spazio-temporale.

La lezione seguente fu costituita da un intervento di due psicologi, che ci sottoposero (senza l’accordo dei genitori) a un lungo test per determinare il profilo psicologico di ognuno. E accessoriamente, per accertarsi che nessuno di noi sentisse delle strane voci nella testa. Dopo tutto, avevamo scelto il Brocca. Qualcosa doveva esserci.

In seguito, scoprimmo che una psicologa era sempre a nostra disposizione nel liceo. Aveva i capelli rosso fuoco, portava un corsetto zebrato che valorizzava le sue forme prorompenti e una minigonna nera, assortita a degli stivali in cuoio nero. In effetti, era proprio pronta a lenire i nostri tormenti adolescenziali.

Un giorno, la professoressa si lanciò in un discorso appassionato sui libri di studio. Per lei, un manuale doveva essere sottolineato, sfumacchiato dentro, asperso di caffè o tè, scribacchiato, disegnato, commentato, sbriciolato (del genere : dimmi che libro leggi e ti dirò cosa mangi), strappicchiato, strapazzato, e proprio a pezzi, insomma : tutto questo provava che lo studente aveva sofferto su quel libro, lo aveva studiato, sminuzzato parola per parola in un’accurata autopsia. O più probabilmente lanciato, in un momento di esasperazione, da una finestra del settimo piano che si affaccia su un’autostrada a quattro corsie.

A questo punto mi guardò intensamente.

Tenevo il mio libro di geografia esattamente al centro del mio banco, equidistante dalle mie braccia incrociate e dalla mia faccia annoiata ma simil-assorta. La copertina era di un bel blu-verde acqua. Plastificata. Nessun bordo spiegazzato. Non una sola traccia di evidenziatore o di matita sulle pagine. Nessuna impronta digitale cioccolatosa. Avevo persino proceduto ad un intervento di chirurgia plastica per il quarto di copertina: siccome mi era stato venduto senza il tagliando che dimostrava il suo statuto di  “questa non è una copia omaggio” (e quindi lo era, ma perché ho dovuto pagare??), avevo passato un pomeriggio a prendere le misure dell’angolo mancante e ritagliare un cartoncino per coprire quel vuoto.

Mi piaceva la geografia umana, mentre provavo un’innata repulsione per la geografia spaziale (tutto si spiega) : il nome dei fiumi, semplicemente, scorreva dall’una all’altra delle mie orecchie, per gettarsi inesorabilmente nell’oceano dell’oblio. E mi piaceva quel libro. Era pieno di informazioni interessanti. Come la transumanza in Nepal.

Non riusciva a capire perché la sua teoria non funzionasse con me : nonostante il libro fosse illeso, ottenevo dei risultati onorevoli.

I misteri della vita.

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THE BLUE GUITAR -Wallace Stevens-


The man bent over his guitar,

A shearsman of sorts. The day was green.

They said, ‘You have a blue guitar,

You cannot play things as they are.’

The man replied, ‘Things as they are

Are changed upon the blue guitar.’

And they said then, ‘But play, you must,

A tune beyond us, yet ourselves,

A tune upon the blue guitar

Of things exactly as they are.’ 


Book Love

In famiglia abbiamo sempre provato un profondo amore per i libri. Ogni stanza trabocca di scaffali e mobili ricoperti di volumi di tutti i tipi. Anzi, ogni stanza trabocca e basta, di tutto e di niente. Persino il nostro gatto profuma di carta.

Mia sorella maggiore, voracissima e velocissima lettrice, porta sempre un libro con sé : lo spalanca per bene, sottolinea alcuni passaggi, lo strapazza. Più il libro è vissuto, più è stato un buon compagno di viaggio.

Anch’io ho sempre uno o più libri nella mia borsa a tracolla. Ma quando leggo, mi piace sentire il profumo dell’inchiostro sulla carta nuova, mi piace sfiorare la copertina e aprire il libro come si schiuderebbe une scrigno pieno di oggetti meravigliosi : giro le pagine delicatamente, sempre con le mani pulitissime (odio le ditate proprio sul paragrafo più interessante), quasi senza respirare, lontano da ogni bevanda o cibo propenso a gettarsi sul loro candore immacolato, e non piego gli angoli per ricordarmi dove mi sono fermata. Memorizzo semplicemente il numero, o ricordo l’ultimo passaggio letto. E perché no, a volte uso un bel segnapagine per le opere più impegnative.

In questo modo, i libri sembrano nuovi : come se non li avessi mai letti. Un tempo, addirittura, li plastificavo. In realtà, per me tutti questi gesti costituivano un piccolo rituale di lettura. Leggere mi trasportava in altri mondi, dei quali volevo preservare la purezza ideale.

Ho trasmesso questa mania alla mia gemella, a forza di “Lavati le mani prima di leggere il mio libro!”.

Guai a rovinarle, seppur minimamente, un libro preso in prestito da lei!

Un giorno prestò a un ragazzo che le piaceva molto il mitico albo sulla gioventù di Paperone, con i fantastici disegni di Don Rosa. Qualche settimana dopo, quando glielo ebbe restituito… orrore! Si accorse che aveva osato spiegazzare l’adorato volume : une riga obliqua ne segnava rovinosamente la copertina giallo oro.

La cotta che nutriva per lui evaporò all’istante.

 

 

 

 


The Great Delusion

 

F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine, fr. 134 :

 

“Organizzare la nostra vita in modo tale che essa sia per gli altri un mistero ; che quelli che ci conosceranno meglio ci misconoscano semplicemente più da vicino degli altri. Io ho intagliato così la mia vita, quasi senza pensarci, ma per farlo ho impiegato una tale arte istintiva che sono diventato per me stesso una mia individualità non completamente chiara e nitida.”


F. Pessoa – Il libro dell’inquietudine, fr. 98.

(scritto ad intervalli e da correggere accuratamente)

“Dopo che il declino delle stelle è impallidito fino a scomparire nel cielo mattutino e la brezza è diventata meno fredda nel giallo appena arancione della luce sulle poche nuvole basse, finalmente io che non avevo dormito ho potuto alzare lentamente il mio corpo esausto di niente dal letto nel quale avevo pensato l’universo.

Mi sono affacciato alla finestra con gli occhi caldi perché non erano chiusi. Sui tetti densi la luce creava differenze di giallo pallido. Sono rimasto a contemplare tutto con la grande stupidità della mancanza di sonno. Nelle sagome erette delle case alte il giallo era aereo e nullo. Verso occidente, dove tenevo lo sguardo, l’orizzonte era ormai di un bianco-verde.

So che la giornata sarà per me pesante come il fatto di non capire. So che tutto quello che farò oggi parteciperà, non tanto della stanchezza del sonno perduto, ma dell’insonnia che mi ha perseguitato. So che vivrò di un sonnambulismo più accentuato, più epidermico, non soltanto perché non ho dormito ma perché non ho potuto dormire.

Ci sono giornate che sono filosofie, che ci suggeriscono interpretazioni della vita, che sono appunti a margine, pieni di un’alta critica, nel libro del nostro destino universale. Questa è una di quelle giornate, lo sento. Ho l’assurda impressione che con i miei occhi pesanti e col mio cervello assente si stiano tracciando, come con un lapis insensato, le lettere del commento profondo e inutile.”


F. Pessoa – Il libro dell’inquietudine, fr. 106

“Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza.

Niente mi farebbe indignare di più del fatto che in ufficio mi considerassero diverso. Voglio godere con me stesso l’ironia del fatto che non mi trovino diverso. Voglio questo cilicio : che mi credano uguale a loro. Voglio questa crocifissione : che non mi ritengano differente. Ci sono sacrifici più sottili di quelli che conosciamo sui santi e sugli eremiti. Ci sono supplizi dell’intelligenza come ce ne sono del corpo e della volontà. E in questi supplizi, come per altri, c’è una voluttà.”


F. Pessoa – Il libro dell’inquietudine – fr. 80.

 

“Mi sono sentito inquieto. Il silenzio aveva cessato d’un tratto.

All’improvviso si è spezzato un giorno infinito di acciaio. Mi sono piegato sul tavolo come un animale, con le mani come artigli inutili sul legno levigato. Una luce senz’anima era entrata negli angoli e negli animi e un suono di montagna vicina era precipitato dall’alto, strappando con un grido il velo duro dell’abisso. Il mio cuore si è fermato. La gola mi pulsava. La coscienza ha visto solo una macchia di inchiostro su un foglio di carta.”