Casta Diva

Ultimamente, molti artisti, specialmente i musicisti o i cantautori alternativi, sentono di dover giustificare il loro successo evocando, in parole più o meno mistiche, il mito dell’ispirazione divina. La Musa possiede e travolge le anime nella sovrumana bellezza  delle creazioni che suggerisce attraverso le sue vibrazioni esaltanti. Lei è una “strega capricciosa”, che toglie la vista, compromette la normale percezione della realtà, ma lascia intravedere al prescelto mondi sublimi, elevandolo in vortici di pura estasi. Ed il messaggio che loro tramettono è la voce di quel mistero nascosto nell’uomo, è una composizione di suoni che si avventurano al dilà dell’indicibile. Insomma, si tratterebbe di rendersi vagamente comprensibili, o abilmente incomprensibili, per entrare nel cuore della gente e lasciarla libera di fantasticare su mille ambiguità espressive e visive.

Il mito del poeta ispirato è forse antico quanto l’uomo, quando uno spirito fantasioso iniziò a strimpellare e psalmodiare racconti meravigliosi, capaci di far sognare il clan riunito intorno al fuoco, mentre le fiamme ardevano alte, gettando una luce danzante su una realtà ancora pervasa di magia e divinità: la vita era sospesa al filo tirato da dei frivoli o terribili, l’uomo era in balia della natura. Così nacquero i cantastorie erranti, raffinato divertimento di un banchetto, che in cambio di vitto e alloggio sapevano affascinare anche le belve più feroci e commuovere le pietre.

Tuttavia, Platone aveva già iniziato a deridere questo mito di cui si fregiavano numerosi ingenui ed impostori, lui che non poteva trattenersi di rendere la sua filosofia una poesia sublime.

E oggi? Mi sembra che la moda pretenda dai musicisti di essere nientemeno che dei geni superlativi, super-ispirati, super-emarginati, sprizzando follia creativa ad ogni passo, ogni movimento di testa -preferibilmente riccioluta e scompigliata- e magari emanando quell’irresistibile e tragico pathos del poeta maledetto del ventunesimo secolo che sfida le convenzioni di un mondo malato. L’originalità diventa allora un obbligo,  un marchio di fabbrica in massa che va esposto agli occhi di tutti, è un nettare che deve dissetare millioni di anime avide, ma consumandole di desiderio.

In questo modo, la musica è adombrata dal musicista : non si viene più ad un concerto perché si apprezza la musica di un tale, ma perché si desidera vedere il musicista che si esibisce sulla scena, al colmo della sua performance, della sua maledizione divina.

Perché il musicista deve spiegare al mondo, tramite un film autoprodotto, che le canzoni sono una parte della sua anima? Perché deve lanciarsi in discorsi astrusi e vagamente soffusi di astrologia e filosofia orientaleggiante per esplicitare il processo componitivo di un brano?

Non so perché, ma la discrezione, per me, è più affascinante. L’arte è multiforme e polifona, ma forse la sua più alta eleganza risiede nella naturalezza deliberata della sua essenza. Lo stile più evoluto, forse, è quello liberato da ogni convenzione, imposta o implicita, capace di commuovere con la sua semplicità (ottenuta dopo ore e ore di lavoro, di riflessione e creazione) e apparente spontaneità.

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