Archivi del mese: agosto 2011

Casta Diva

Ultimamente, molti artisti, specialmente i musicisti o i cantautori alternativi, sentono di dover giustificare il loro successo evocando, in parole più o meno mistiche, il mito dell’ispirazione divina. La Musa possiede e travolge le anime nella sovrumana bellezza  delle creazioni che suggerisce attraverso le sue vibrazioni esaltanti. Lei è una “strega capricciosa”, che toglie la vista, compromette la normale percezione della realtà, ma lascia intravedere al prescelto mondi sublimi, elevandolo in vortici di pura estasi. Ed il messaggio che loro tramettono è la voce di quel mistero nascosto nell’uomo, è una composizione di suoni che si avventurano al dilà dell’indicibile. Insomma, si tratterebbe di rendersi vagamente comprensibili, o abilmente incomprensibili, per entrare nel cuore della gente e lasciarla libera di fantasticare su mille ambiguità espressive e visive.

Il mito del poeta ispirato è forse antico quanto l’uomo, quando uno spirito fantasioso iniziò a strimpellare e psalmodiare racconti meravigliosi, capaci di far sognare il clan riunito intorno al fuoco, mentre le fiamme ardevano alte, gettando una luce danzante su una realtà ancora pervasa di magia e divinità: la vita era sospesa al filo tirato da dei frivoli o terribili, l’uomo era in balia della natura. Così nacquero i cantastorie erranti, raffinato divertimento di un banchetto, che in cambio di vitto e alloggio sapevano affascinare anche le belve più feroci e commuovere le pietre.

Tuttavia, Platone aveva già iniziato a deridere questo mito di cui si fregiavano numerosi ingenui ed impostori, lui che non poteva trattenersi di rendere la sua filosofia una poesia sublime.

E oggi? Mi sembra che la moda pretenda dai musicisti di essere nientemeno che dei geni superlativi, super-ispirati, super-emarginati, sprizzando follia creativa ad ogni passo, ogni movimento di testa -preferibilmente riccioluta e scompigliata- e magari emanando quell’irresistibile e tragico pathos del poeta maledetto del ventunesimo secolo che sfida le convenzioni di un mondo malato. L’originalità diventa allora un obbligo,  un marchio di fabbrica in massa che va esposto agli occhi di tutti, è un nettare che deve dissetare millioni di anime avide, ma consumandole di desiderio.

In questo modo, la musica è adombrata dal musicista : non si viene più ad un concerto perché si apprezza la musica di un tale, ma perché si desidera vedere il musicista che si esibisce sulla scena, al colmo della sua performance, della sua maledizione divina.

Perché il musicista deve spiegare al mondo, tramite un film autoprodotto, che le canzoni sono una parte della sua anima? Perché deve lanciarsi in discorsi astrusi e vagamente soffusi di astrologia e filosofia orientaleggiante per esplicitare il processo componitivo di un brano?

Non so perché, ma la discrezione, per me, è più affascinante. L’arte è multiforme e polifona, ma forse la sua più alta eleganza risiede nella naturalezza deliberata della sua essenza. Lo stile più evoluto, forse, è quello liberato da ogni convenzione, imposta o implicita, capace di commuovere con la sua semplicità (ottenuta dopo ore e ore di lavoro, di riflessione e creazione) e apparente spontaneità.

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Se questo è un uomo

 

Le mie notti sono sempre state agitate, sin da piccola, da incubi ricorrenti. Appena riconoscevo l’atmosfera di un sogno terrificante, tentavo di cambiarne i dettagli, poi le azioni, raccontandomi storie, ma niente, l’incubo finiva sempre con l’avere il sopravvento.

In uno di questi, mi appariva un uomo, vestito con molta eleganza, in frac e scarpe smaltate, con tanto di guanti bianchi, ma non riuscivo a vederne il volto, perché era ricoperto da una maschera. Allora tendevo la mano e la maschera cadeva,  rivelando un’altra maschera, poi un’altra e un’altra ancora. Mentre la figura in frac ballava meravigliosamente il valzer, le maschere cadevano come foglie d’autunno, i suoi sorrisi si scioglievano e la mia angoscia diventava vertigine esistenziale. Avrei mai intravisto il suo vero volto? Infine, quando molte maschere giacevano ormai a terra, si lacerava anche l’ultima : nessun viso, solo un nudo paletto di legno. Avrei voluto gridare, forse, ma la voce mi moriva in gola.

Cielo. Persino nei miei sogni sono afona e affascinata da ombre in stile démodé.

Ecco perché, probabilmente, mi piace osservare a lungo le persone, prima di iniziare, (eventualmente) un dialogo. Tento istintivamente di intravedere la vera natura dello sconosciuto paletto di legno, nascosto dietro maschere sociali e verbali. Magari è affine al mio stecchino interiore.

 


Precious

At first sight, every zebra looks like another one of the herd, and they use this similitude to confuse their predators : the lion gets bewildered by all those running white-and-black stripes. However, scientists have discovered that every specimen of the zebra family owns a unique and distinctive pattern of stripes.

Strange. Perhaps, the most common feeling in humanity is precisely that deepest and earnest desire to be, somehow, unique. Screaming in the face of the world, at the top of our lungs, or just murmuring it, this tiny little thing that says, I exist. Who cares if I don’t really know who I am, as long as I can prove that I exist, and I am something different from you. This primary consciousness, today, seems to isolate any personal implication : I exist because you say it, because you see me. If I get in front of a camera, then I am. Wow. And If I don’t?
I should go on a Safari trip and look at the zebras and the sunburnt landscapes of the savannah.

Maybe Plato was right : we’re just shadows moving on the walls of a damp cavern, originated by some distant projector. Let’s play with appearances then, it could be so funny to give them prismatic nuances.


Corridoi

I corridoi rappresentano volentieri, dal diciannovesimo secolo in poi, un simbolo della vita e dell’animo umano. Anzi, ripensandoci, potrebbe trattarsi persino di un istinto simbolico ancestrale. Già nella Grecia degli eroi, Giasone si ritrovò a combattere il Minotauro,mostro metà uomo metà toro (il cornuto per eccellenza) nascosto dietro dedali di sensi di colpa e giochi di potere, meandri di muri e di vergogne familiari.

Le voci di corridoio possono compromettere un destino, o comunque sono une fonte inesauribile di comici piccoli segreti, le cui briciole vengono golosamente sgraffignate da strani muri dotati di orecchie, nonché di un’enorme bocca sempre pronta ad aprirsi a sproposito.

Ricordo che al liceo cercavo sempre di arrivare il più presto possibile. In genere non era difficile, perché mia sorella iniziava alle 8 e io alle 8 e 15, e l’istituto che frequentavo era più vicino. Quindi io arrivavo sempre verso le 7 e 50, mentre Eva giungeva al Dante alle 8 meno due, per arrampicarsi a tutta velocità su quei gradini degni della muraglia cinese più dissestata, spalancare la porta e rispondere, appena in tempo, “Presente” all’appello, con il fiatone e lo zaino da quindici chili in spalla. Scena degna di un film sulla gioventù bruciata. Molto più spesso, però, entrava in ritardo, e quindi si consolava con un cornetto caldo del bar di fronte, mentre aspettava la seconda ora.

Vita vissuta. Verso le 8 mi accingevo a salire le scale per recarmi in classe. Per arrivare alla 1 e 2 B, dovevo percorrere un lungo, lunghissimo, corridoio, e quei pochi metri mi sembravano un infinità. Ogni mattina era un supplizio eterno. Perché ogni mattina, avrei intravisto la vispa testolina irrequieta di Filippo, il nostro gioioso e spregiudicato Pel di Carota, spuntare dalla porta socchiusa della classe, alla fine del corridoio.

Lui era sempre di vedetta, in ogni momento di svago, quando l’assenza del professore permetteva delle temerarie sortite (non autorizzate, of course) verso lo snack-bar dell’altro corridoio.

Ed io mi vergognavo tremendamente della mia andatura incerta, zoppicante. Allora speravo sempre di essere la prima ad entrare, ma non accadeva quasi mai. Infatti, per quanto presto potessi arrivare, vi trovavo sempre tre irriducibili già installati, Gazzetta dello Sport in mano, ad escogitare combinazioni per il fantacalcio (francamente, non ho mai capito questa cosa astrusa proposta in un giornale rosa fucsia). Sospettavo che dormissero in tenda nella classe, per essere i primi a speculare sul foglio fucsia.

Ma la vedetta lombarda era sempre lì, vigile e solerte.

Nonostante le mie stupide angosce mattutine, devo dire che i miei due anni di liceo al Talete sono stati i più movimentati, i più complicati, e forse anche i più felici di tutto il mio periodo liceale.

La vita è un lungo corridoio con tante porte e mille vedette. C’è un Minotauro in ognuno di noi, e c’è anche un Giasone per contrastarlo. Se è vero che siamo noi gli eroi delle nostre vite. O più spesso, ne siamo gli anti-eroi. Che poi sono anche più simpatici. Captain America mi perdoni per la mia eresia.


Voices in the corridor

Morning conversations in my corridor:

-Hey, micro tits!

-Hey, nano balls!

Lovely. With astrophysicians, everything is a matter of scale.

 


(Never thought that Night haunted your face)


The day is bleeding away,
while the moon already spreads
her ghostly shades
upon my sinking heart.

The city lied, lying asleep
in the fainted lights,
the snow whirling from the heights
of a deep velvet immensity.

I picked up the stars
and then threw them again,
cut the moon to soothe the pain,
ten thousand times, gazing far,
-why must your face haunt the Night?- 
or is it just the dismay of a liar?

The wind wuthered the laughters
of distant lonely (ever-fading) sleepwalkers
The wind entangled me in the web 
of your perfume, come from nowhere,
and in a shiver, I felt
your burning hands 
over my frail skin
your scented embrace
your enchanting voice
casting a spell,
your name
thrilling my heart
so well, your breath
holding mine,
I'm shipwrecked
in waves of desire.

If only I could be
your morning dew
poured upon you,
my thirsty lily.

Liebnitz e le monadi nomadi

Liebnitz disse, tanto tempo fa, che il rumore del mare è il risultato dello scontro infinitesimale ed infinito dei milioni di atomi che costituiscono le onde. È la percezione incosciente di queste micro-onde che induce la nostra illusione uditiva più intensa, il canto del mare. Gli atomi sarebbero le percussioni di un grande concerto marino. Magari condotto dal simpatico granchietto Sebastian (Walt Disney ha sempre ragione!).

Avvicinando una conchiglia all’orecchio, sembra di sentire ancora il mormorare delle onde, quasi come l’echo del mare fosse rimasta intrappolata nelle volute auree del calcare madreperlato, dimora di un timido crostaceo.

Anche mettendo la testa sott’acqua, però, si sentono le voci del mare. Più che voci, uno scoppiettare, uno sfrigolio cristallino. O è il mio cervello che frigge per il troppo sole e il cambiamento repentino di temperatura dovuto ad un tuffo improvviso per evitare una pallonata, o i pesci possono chiocciare felici nelle profondità acquatiche. Chissà quali danze meravigliose organizzeranno laggiù, lontano da tutte quelle lontre umane accaldate che sguazzano beate in superficie.

O monadi, o tempora! Pensare che molte percezioni sfuggono alla nostra coscienza!

Il mondo non sarebbe come lo percepiamo, ma come lo interpretiamo? Siamo noi monadi nomadi, ognuna evolvendosi in un mondo tutto suo, specchio della sua interiorità? questo spiegherebbe l’incomunicabilità profonda che si nasconde in ogni relazione?

Vado a chiederlo ad Eureka. Quel gabbiano strampalato sa tutto. Ma sopratutto, sa dove le sirene vanno a ballare.