Una creatura meravigliosa

Mi piace guardare il mare, quando la sera imminente regala alle sue onde una luce più mite. Mi piace sentire il vento che porta via i suoi gabbiani solitari e qualche piccione temerario, ascoltare la voce del mare che s’infrange piano sulla sponda rocciosa e si ritira in un sussurro. Qua e là, le profondità insondabili si velano di un blu oscuro, venato da un azzurro meno lontano, imprigionato tra aspri scogli e conche fragorose.

E mi sorprendo ad immaginare mondi lontani, oltre l’orizzonte violetto e brumoso, mentre il vento gonfia la mia maglietta e scompiglia spietatamente i miei capelli, già selvaggi per natura.

È stupido, no? Sognare di terre sconosciute, quando ormai tutto sembra già scoperto e segnato su una mappa tridimensionale. È vero che la mia concezione di geografia è alquanto personale : non riesco a vivere lo spazio-tempo in maniera astratta. Per fissare nella mia memoria l’organizzazione spaziale di una città, di un paese, devo percorrerlo, devo perdermi, vagabondare e ritrovarmi. La memoria di ogni viaggio che compio, in fondo, lascia il suo segno attraverso i miei piedi. Sono loro a conoscere la strada, loro a creare il cammino.

Oltre il mare, oltre quei campanili dalle campane rauche, ci sono minareti, deserti, templi orientali e uomini, uomini diversi, guerre e ribellioni.

Ma ora esiste solo il mare, i suoi profumi densi e fuggenti come le onde. Solo la promessa dell’orizzonte.

 

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